Il Grande Romanzo Distopico

Quando Aurelio Benini concluse l’Università (economia aziendale), e trovò un lavoro come impiegato nel reparto “Gestione fornitori” di un’azienda che produceva frigoriferi – tre capannoni nella prima perifieria di Padova – aveva compiuto da poco venticinque anni e sentiva che i suoi migliori talenti non si erano ancora espressi. Frequentava ancora le elementari quando scrisse il suo primo racconto, la lacrimevole storia di un bambino che, dopo aver vinto trecento milioni di lire alla Lotteria d’Italia, si era dedicato all’allevamento di gattini. Negli anni successivi attraversò tutta la storia della letteratura: i matrimoni della Austen, gli orfani di Dickens, le febbri cerebrali di Dostojevkij, le sigarette di Svevo, gli scarafaggi di Kafka, le nausee di Sartre, i maiali di Orwell, i viaggi di Kerouak, il cazzo di Philip Roth e il realismo isterico di Wallace. E mano a mano che leggeva nuovi autori, il suo stile e gli obiettivi della sua scrittura si adattavano, cambiavano, evolvevano. Finalmente, a venticinque anni, sentiva di aver maturato un proprio stile: sarebbe diventato uno scrittore distopico. Tutte le sere, dopo una giornata di estenuante lavoro (le telefonate dei fornitori, il rumore incessante di fax e stampanti, il ticchettio delle macchine da scrivere e dei computer ancora gli rimbombavano in testa), tirava fuori un quaderno a righe che teneva nel cassetto della scrivania ed entrava nel mondo che stava inventando. Tra il 1999 e l’estate del 2001 arrivò a concepire un romanzo che, a suo parere, poteva competere con i grandi libri che aveva letto. Passò l’intero agosto a riversare sul pc i suoi appunti. Ai primi di settembre era pronto: scaricò “L’euforia del disastro” in un floppy da 1.4 Mb, andò in una copisteria dalle parti dell’Università e si fece stampare dieci copie del suo libro; comprò dieci buste e dieci affrancature, e recuperò, attraverso un sito Internet, gli indirizzi dei dieci editori più importanti d’Italia. Martedì 11 settembre andò al lavoro e fu tentato, per un momento, di rispondere male al suo capoufficio, che gli rendeva la vita impossibile con richieste impossibili; si trattenne, dicendo, tra sè e sè, che era solo questione di mesi, e poi sarebbe stato libero. Poco dopo le 15, dall’ufficio vendite arrivò una notizia incredibile: un aereo, forse a causa delle cattive condizioni del tempo, si era schiantato contro un grattacielo di New York. Da principio pensò a uno scherzo; qualcuno, si disse, aveva trovato il suo libro e ora lo stavano prendendo in giro. Poco dopo, se ne schiantò un altro; la responsabile della fatturazione esclamò: “che sfortuna, due in un giorno, a New York ci deve essere una nebbia pazzesca”. Il mondo stava seguendo il copione del suo romanzo distopico, parola per parola. Aurelio navigò in Internet ma i siti giornalistici non erano raggiungibili. Chiamò sua madre, che gli confermò tutto: degli attentatori si erano impadroniti di alcuni aerei di linea e li avevano fatti schiantare. Andò in bagno e vomitò colazione e pranzo. Una volta a casa, prese le dieci copie de “L’euforia del disastro”, le mise in un sacchetto, uscì, cercò un parco e le bruciò, una a una. Un vigile, allarmato dal fumo, chiamò la polizia, che quel giorno era particolarmente attenta; fu portato in questura e interrogato per due ore, e mentre un commissario lo prendeva a sberle cercando di farlo parlare, lui pensava che anche quella scena, l’odore di sigarette, il bicchiere azzurro sbecchettato sul tavolo, la geometria irregolare delle piastrelle, perfino il suo silenzio, lui le aveva già raccontate.

Smise di scrivere. Cancellò tutti i file dei racconti che aveva scritto (“Presunzione e preconcetto”, “Davide Campodirame”, “Diritto e lezione”, “L’incoscienza di Livio” fino a “La natura impescrutabile della ragazza con i vestiti strani”); regalò i libri che aveva letto a una biblioteca per bambini orfani; lasciò la madre e si trovò una casa per conto proprio; si fidanzò, fu lasciato, ne trovò un’altra, fu lasciato, ne trovò un’altra, andarono a convivere, cambiarono casa, cambiò lavoro, si sposarono, ebbero un figlio, ne ebbero un altro, lei ebbe un altro, lui la scoprì, lei si pentì, lui la perdonò (ma non riusciva a dimenticare), il primo figlio andò finalmente all’asilo, ebbe una relazione con una professoressa di matematica delle medie, fu scoperto, si pentì, fu perdonato e i reciproci torti si annullarono secondo le regole della compensazione sentimentale, il secondo figlio andò all’asilo, il secondo iniziò le elementari e a lui, finalmente, tornò la voglia di scrivere. Era successo così: entrato in una libreria alla ricerca di un catalogo dei campeggi francesi, trovò invece un libro di un giovane scrittore italiano, un fiorentino con i baffetti, ritratto, nella bandella, con un curioso cappello di paglia in testa, che non aveva mai sentito nominare; lo attrassero il titolo e la quarta di copertina, dove si parlava del Grande Ritorno del Genere Distopico. Lo portò a casa e passò la sera incollato a quelle pagine. La notte sognò un mondo terribile e atroce nel quale si muoveva un personaggio simile a quello che aveva inventato per “L’euforia del disastro”, un uomo comune pieno di buonsenso che si trovava immerso in una realtà priva di logica. Il giorno dopo, finito il lavoro, andò in una cartoleria e comprò un block notes. Non lo faceva da almeno dieci anni. Si mise al lavoro, e sua moglie, che da tempo gli rimproverava di non avere alcun interesse, apprezzò quello sforzo. Furono mesi pieni di trasporto, di passione e di fatica, di entusiasmi e di cocenti delusioni. Da principio, sentiva di non avere più una lingua sua. Oscillava tra l’asciuttezza di Orwell, un certo gusto per l’ironia tipico della Austen, e una tendenza alle note a pie’ di pagina che aveva imparato da Wallace. Mano a mano che scriveva, però, la consapevolezza aumentava. Ora, sentiva di riuscire a ottenere ciò che voleva. E la trama gli era chiarissima. Era sicuro che la terribile distopia che aveva inventato fosse di gran lunga più drammatica di quella che aveva immaginato nel 2001 – più sottile, più pervasiva, più profonda. Allora, immaginando gli aerei dirottati da estremisti islamici, e lanciati a tutta forza contro i grattacieli di New York, aveva visto l’immane conflitto tra due mondi inconciliabili, schierati dalle parti opposte di profondissimi abissi. Era uno scontro novecentesco: totale, feroce, su scala planetaria, dove ogni parte riteneva di essere coinvolta in una lotta tra il bene e il male; nel nuovo libro, invece, (il titolo, già deciso, era “L’abominio contemporaneo”), la società occidentale faceva germogliare, nel suo grembo fecondo, il fiore di una stupidità immensa – un ossimoro che lo colpiva per il fatto che nessuno era in grado di riconoscerlo. Una costruzione enorme e articolata che conteneva quanto di più piccolo esisteva: il nulla.
Ogni tanto scambiava due parole con sua moglie; non pareva molto interessata a quel romanzo, al suo contenuto, ma se non altro condivideva un po’ del suo entusiasmo: seppure fosse generalmente diffidente verso le speranze di facili successi, aveva iniziato a credere che forse, con l’aiuto della fortuna, una congiuntura favorevole, l’aiuto di qualcuno disposto a prendersi a cuore quel libro, quel romanzo avrebbe potuto contribuire, con le sue royalties, i diritti venduti a un produttore cinematografico, il merchandising, al benessere della loro famiglia…

L’ottimismo iniziale, però, iniziò a vacillare quando un incubo che aveva ideato, e poi scritto in uno dei block notes che con il tempo si erano ammassati uno sopra l’altro, fino a costruire una specie di grattacielo sulla scrivania dello studio, si era improvvisamente materializzato. Ne L’abominio contemporaneo, che si svolgeva nel 2037 in un mondo allo sbando, dilaniato, ridotto alla fame, si faceva intendere che tutto aveva avuto inizio da un fatto secondario: un comico famoso per i suoi spettacoli umoristici, un giullare, un simpatico buffone, aveva messo in piedi una specie di partito capace di raccogliere, con il passare degli anni, sempre più consensi. Nel suo progetto di romanzo, c’era l’intenzione di mostrare come la politica fosse diventata una pagliacciata in cui non contavano più le idee, i progetti, i piani economici, e neppure i dati, le statistiche, i fatti oggettivi: al loro posto, c’erano slogan e battute gridate con voce sempre più forte. Sperava che in questa rappresentazione futuristica di un’Italia in cui anche un buffone veniva preso sul serio, qualcuno riconoscesse una qualche similitudine con la resistibile ascesa di Arturo Ui, la commedia che Brecht aveva scritto pensando a Hitler, un omino pieno di fisime e manie che, per motivi non ancora del tutto chiariti, aveva cambiato le sorti del mondo.
Fu tentato di abbandonare, scavalcato dalla realtà. Il passato, nella sua personale e crudelissima versione, stava ritornando, e non era sicuro che sarebbe stato capace di sopportare ancora quell’assurdo affronto. Questa volta, però, ebbe l’aiuto di sua moglie che, dopo una cena piena di pianti (ai quali i loro figli assistettero senza dire una parola), gli disse: “rilancia”.
Si trattava, insomma, di andare avanti: dato per assodato che in Italia nessuno si meravigliava di un comico che fondava un partito – il livello del ridicolo si era abbassato di qualche metro – bisognava fare un potente sforzo di immaginazione; osare di più, ancora un po’, stare al passo con i tempi. Allora Aurelio alzò lo sguardo. Puntò all’America. Là, quel popolo battagliero e pieno di forze, aveva scelto per due volte consecutive un presidente nero, colto, intelligente, capace di coniugare concetti semplici a una visione completa del mondo. Erano al sicuro contro le derive populiste che avevano iniziato a percorrere l’Europa, ma se doveva essere distopia, che lo fosse fino in fondo: Trump, raccapricciante esponente della peggiore riccanza americana, candidato alle presidenziali! Si gettò a capofitto nella scrittura. La primavera del 2016 iniziò con qualche speranza, ma con il passare dei mesi gli fu chiaro che stava per essere superato, un’altra volta, dalla realtà: dopo una partenza al rallentatore, l’immobiliarista con i capelli rossi stava vincendo praticamente tutte le sfide pre-elettorali. Il 7 giugno dello stesso anno divenne ufficialmente il candidato dei Repubblicani. Rilanciò, immaginando un futuro in cui Trump aveva vinto le elezioni. L’8 novembre del 2016 dovette abbandonare l’idea. Fece crescere il partito del comico. Superato. Immaginò che la Lega prendesse piede al Sud: fatto. Grandi città in mano ad amministratori incompetenti: tutto da rifare. Era una battaglia senza esclusioni di colpi. Cancellò il capitolo su un satellite che cadeva sulla terra, quello sui socialisti che sparivano dalla Francia, i quattro paragrafi dedicati all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, i due sulla Crimea, le pagine sulla Siria, le due righe sul vincitore dello Strega, l’esergo che parlava della Corea del Nord. Un assedio. Arrivarono missili, terremoti, nuove elezioni. Lui non mollò. Si disse che non avrebbe più scritto i fatti: si sarebbe limitato a tratteggiare un mondo orrendo e indefinito dove il nulla più assoluto avrebbe preso il sopravvento. Chiese un mese di aspettativa, si barricò nello studio di casa, lavorò per dodici ore al giorno. Fu uno sforzo immane. La sera, quando andava a dormire, faceva fatica ad addormentarsi. I sogni si erano trasformati in incubi: una massa spaventosa di individui tutti uguali ripetevano, senza mai fermarsi, slogan senza senso. Twitter era diventato una specie di girone dell’inferno dove qualsiasi discussione politica si trasformava in un’interminabile sequenza di meme, insulti, commenti scritti in maiuscolo. Nel suo sogno peggiore, un tizio continuava a ripetergli: “si svegli, si svegli” e diceva solo quello. Un giorno sua moglie entrò nello studio e lo trovò disteso a terra, incapace di muoversi. Chiamarono l’ambulanza, lo portarono al pronto soccorso, fu rianimato. Aveva avuto un collasso per la fatica di quel mese. Tornò a casa. Durante il viaggio di ritorno la moglie lo guardò:
“Ti vedo insolitamente allegro. Sei sicuro di stare bene?”
“Sì sì… Ho finito il libro, sai? E’ stata dura ma ce l’ho fatta. Credo di aver scritto il grande romanzo distopico, quello che tutti stavano aspettando. Nessuno si era mai spinto così avanti… nessuno ha avuto la forza di immaginare un vuoto di queste proporzioni”.
La sera andò a dormire sereno. Era il 4 marzo del 2018. Il giorno dopo buttò via il computer con tutti i file dentro. Da allora, Aurelio Benini non ha più scritto una parola.

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9 risposte a "Il Grande Romanzo Distopico"

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  1. Un velo di ironia sopra un pitale di grande amarezza. Ottimo racconto Paolo!
    Ora speriamo che Aurelio non scriva altre atrocità distopiche tipo, che ne so, una nave con 629 persone mandate a morire in mare per una sbruffonata elettorale. Togliamogli penna e computer!

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