Stato avanzamento lavori

Il progetto era iniziato a gennaio e, come spesso succede, in primavera aveva già accumulato un ritardo di tre mesi. Non c’era mai verso di stare dentro ai tempi, nel mondo dell’informatica: l’ottimismo che accompagnava i primi approcci con il cliente, l’esuberanza commerciale, la convinzione, colpevolmente ingenua, che quella volta tutto sarebbe filato per il verso giusto, condannavano i team di sviluppo a prodursi in sforzi immani, e vani. A febbraio era emersa una grana enorme su alcune chiamate a dei servizi web esposti da un fornitore esterno, un soggetto terzo che aveva subappaltato un quarto delle proprie attività a una società piemontese che, ormai lo si era capito, aveva un ufficio di rappresentanza a Torino e tutto il resto dalle parti di Timisoara. Mi capitava, ogni tanto, di ricevere delle mail dai loro sviluppatori; erano scritte in quello che sembrava un dialetto dell’esperanto, una lingua che avevano inventato per disperazione, e poi perfezionato nel corso degli anni, subappalto dopo subappalto. Comunque, il servizio web che la nostra applicazione avrebbe dovuto chiamare non rispondeva; non c’era corrispondenza tra la struttura xsd che ci avevano fornito e ciò che in realtà ci si aspettava dall’altra parte. Impiegammo tre settimane per convincere il cliente che la responsabilità non era nostra, che noi ci limitavamo a integrarci con i piemontesi della Romania, e che se quella integrazione non funzionava, la cosa non dipendeva da noi… ma era tutto inutile. In quei lunghi ventun giorni ricevevo mail via via più aggressive, che scorrevo soprattutto la sera, attonito, incredulo, sfinito. A volte pensavo che c’entrasse la sfortuna; non una sfortuna generica, cieca, casuale, ma qualcosa che si era formato durante una cena a sfondo culturale, una cosa un po’ new age alla quale avevo partecipato con degli amici a giugno dell’anno precedente, in occasione del solstizio d’estate. Allora, una signora, una poetessa dal portamento quasi nobile, aveva spiegato ai commensali che in quel giorno le ragazze da marito erano solite appendere al soffitto sette cipolle sulle quali avevano inciso l’iniziale dei nomi di sette potenziali mariti; la prima cipolla che avesse germogliato, avrebbe svelato il miglior partito. Era una tradizione medioevale, e non era l’unica: sempre in quel giorno, si era soliti prendere sette chiodi di garofano, infilarli in un ago e poi passarli su una fiamma. Ne doveva scoppiettare almeno uno, pena dodici mesi di disgrazie. Fece una prova lì, davanti a noi, e le andò bene già con il primo, che crepitò dopo pochi secondi. I presenti, divertiti, chiesero di provare. Quando fu il mio turno, però, non successe nulla: si abbrustolirono tutti e sette, in un silenzio sempre più spaventoso, fino a diventare cenere. Ridemmo, ma in cuor mio sentii un brivido profondo. Era per quegli stupidi chiodi di garofano che tutto aveva iniziato ad andare storto? A marzo, ad esempio, iniziarono incomprensibili problemi di rete, di utenze bloccate, di diritti su cartelle condivise che, dopo essere stati concessi, sparivano senza motivo; ai primi di aprile, l’azienda piemontese cambiò sede, ragione sociale e lingua: i vari Petru, Catarau e Cracea vennero sostituiti dai loro omologhi indiani Govinda, Tattva e Amabalanda. Il fatto che parlassero un buon inglese ci permise, finalmente, di capire che fino a quel momento nessuno aveva capito nulla di quello che c’era da fare. Ripartimmo da zero. Ai primi di maggio avevamo recuperato qualcosa, e perso due o tre anni di vita a testa. Fu allora che il cliente decise, cioè impose, che sarebbe stato opportuno, cioè obbligatorio, fissare dei SAL periodici, allargati a tutti i soggetti coinvolti, per fare il punto della situazione (una proposta che, per inciso, io avevo fatto già a febbraio ma che allora era sembrata, per non so quale valutazione, insensata).

L’edificio che ci ospitava era praticamente nuovo. La direzione aveva avviato un grandioso progetto di ammodernamento che stava rivoluzionando quegli spazi Nelle zone già trasformate, la luce arrivava da ogni lato, attraverso gigantesche finestre, e sopra il tetto cresceva erba, erba vera, che garantiva grandi quantità di ossigeno e un armonioso scambio di calore con il resto del mondo – ce lo dicevano come se il miracolo della fotosintesi clorofilliana fosse stata reso possibile da qualche comitato interno opportunamente costituito. Il giorno della prima riunione, un’ora prima dell’ora di inizio, mentre prendevo il terzo caffè al bar, avevo orecchiato una conversazione tra due uomini che avevano tutta l’aria di essere piuttosto in alto, nella gerarchia piramidale di quell’azienda; incravattati e rilassati, dicevano che lo studio di architettura che avevano scelto aveva un approccio post-decostruttivista, il che significava grande interazione con l’ambiente e forme che imitavano la natura. Ne parlavano con una certa cognizione di causa, sebbene nessuno dei due fosse architetto. Si erano entusiasmati, e questo era bello, pensavo – mi piaceva l’idea che in un luogo dove si parlava prevalentemente di soldi, di come guadagnarli e di come non spenderli, si trovasse il tempo per sognare uno spazio migliore. Un’ora dopo, quando iniziò la riunione, mi fu dolorosamente chiaro come neppure un edificio così accogliente poteva influire sulle dinamiche di un progetto. Eravamo seduti attorno a un tavolo in una stanza troppo piccola per il numero dei partecipanti, il che, come aveva intuito Lorenz osservando certe popolazioni di gamberetti sulle coste della Francia, costrette da condizioni avverse ad ammassarsi in spazi ristretti, portava l’aggressività intra.specie a livelli insostenibili. Avevamo dovuto saccheggiare le salette accanto alla nostra per recuperare sedie sufficienti, e ogni dieci minuti entrava qualcuno a reclamarle, ma inutilmente: il nostro referente, infatti, un uomo di dimensioni considerevoli e con una voce da baritono (simile, per intenderci, a quella del Commendatore quando all’improvviso si anima e comunica a Don Giovanni di aver accettato il suo invito a quella che si sta trasformando nella sua ultima cena), quell’uomo grande e grosso aveva il potere di resistere a ogni richiesta. C’ero io, quella mattina, e poi c’erano il baritono e un suo assistente, l’anonimo Leporello della situazione, e due miei colleghi, uno più tecnico e uno più diplomatico, e la project manager del fornitore terzo (una milanese tutta spettinata), accompagnata da uno sviluppatore gracile, pelato e piemontese che aveva seguito gli aspetti più complessi del progetto, e infine una ragazza sulla trentina che nessuno aveva mai visto, e della quale non capii il nome quando me lo disse sottovoce, porgendomi una mano tiepida e inanimata durante le presentazioni di rito. C’era anche un telefono in mezzo al tavolo, e dall’altra parte della linea doveva esserci qualcuno, perché ogni tanto si sentivano delle voci, degli schiocchi, e suonerie di cellulari sullo sfondo, porte che sbattevano, risate. “I colleghi indiani” aveva detto la project manager spettinata indicando lo schermo luminoso dello smartphone, ma non sembrava convinta neppure lei: forse, pensai, avevano assoldato delle comparse in qualche angolo remoto del mondo dove la manodopera costava un euro al giorno, giusto per darci l’impressione che non ci avessero lasciato soli.

Proiettai, su una lavagna elettronica talmente moderna che nessuno sapeva bene come farla funzionare, alcune slide che riportavano lo stato di avanzamento del progetto. Ogni tanto interveniva uno dei miei colleghi, sottolineando gli aspetti più importanti, o tirando fuori argomenti così tecnici che nessuno riusciva a capirli – interventi che avevano l’indubbio potere di zittire tutti; io, dal canto mio, dopo aver evidenziato gli scostamenti rispetto al piano iniziale e le numerose azioni correttive che erano state intraprese, illustrai la nuova pianificazione, ancora più ottimista e folle di quella che avevamo presentato a gennaio: tra aziende era come in politica dove, per rimanere a galla, era necessario rilanciare promesse sempre più irrealizzabili, rimandando forse a un’altra vita la resa dei conti. Nelle ultime diapositive fornii anche una vaga interpretazione di come erano andate le cose, e di chi fossero le responsabilità di quel fiasco: volevo che fosse chiaro che non era colpa nostra se ci trovavamo in quella condizione, e allo stesso tempo cercavo di non puntare troppo chiaramente il dito contro qualcuno – sapevo, per esperienza, che non è mai conveniente farsi dei nemici durante un progetto ancora in corso. E mentre illustravo quelle considerazioni, snocciolando date e qualche numero, ogni tanto buttavo un’occhiata al giardino oltre le finestre, poche decine di metri quadrati in stile zen – pietre disposte con perfetta casualità, piante al limite del bonsai, acqua che gorgogliava da feritoie invisibili – che nelle intenzioni dei post-decostruttivisti (questa era la mia idea) avrebbero dovuto disinnescare l’inevitabile ferocia sottesa a quelle riunioni, a quelle guerre di trincea; e senza farmi troppo notare, guardavo anche la ragazza sulla trentina, quella dal nome sconosciuto, che non parlava mai, che non faceva alcun cenno, che non prendeva appunti, non annuiva, non respirava. Quel viso minuto e bianco, la cui assenza di espressione aveva qualcosa di sovrumano, non le avrebbe mai consentito di superare il test di Turing; ero sicuro che in un film di fantascienza le avrebbero assegnato la parte di un droide di prima generazione, quelli con il software ormai obsoleto e il corpo realizzato con materiali plastici dalla pessima resa, che nessuno scambia mai per un essere umano. Non cambiò faccia nemmeno quando la project manager spettinata alzò la voce: evidentemente quella donna, risoluta e confusa allo steso tempo, non aveva apprezzato il mio sforzo di mitigare la loro responsabilità, che ai miei occhi era evidente, e si era sentita in dovere di ribaltare la situazione; la colpa, a suo parere, era tutta nostra e per sostenere il suo punto di vista aveva tirato fuori alcune mail che aveva stampato e che si era portata dietro, come in una di quelle riunioni piene di cartacce degli anni novanta: a occhio, erano le mail che mi mandavano i vari Ceasescu dal fronte romeno, piene di un rumore e di un furore che non significavano nulla. Quando finì, il telefono al centro del tavolo si rianimò: prima una voce chiara che pronunciava parole incomprensibili; poi qualcuno che si scatarrava; e infine dei colpi di pistola che ci gelarono il sangue. La comunicazione si interruppe e noi rimanemmo in silenzio per alcuni secondi; il pelatino passò il resto della riunione cercando di far ripartire quel collegamento. Comunque, anche l’arringa della donna non servì a nulla: al referente, infatti, non interessava stabilire chi aveva sbagliato, nel senso che secondo lui avevamo sbagliato tutti, e tanto, nello stesso identico modo; e durante la sua interminabile sfuriata, portata avanti su frequenze così basse da lambire il limite inferiore della scala dell’udibile, neanche in quel momento pregno di aziendalistica drammaticità la ragazza sulla trentina, quell’imperturbabile 3BO del ventunesimo secolo, mutò espressione. Un’ora dopo, tuttavia, mentre chiudevamo i pc, ancora frementi per la battaglia appena combattuta – una cosa in stile Verdun, dove nessuno aveva vinto e tutti avevano più o meno perso – intravidi, attraverso la feritoia che si apriva sul tavolo, quella fessura per far passare i cavi elettrici dei computer, il piede della pecora elettrica: quelle dita irregolari, lo smalto rosso sulle unghie e un orecchino infilato all’indice, se così si può dire, tradivano una lussuria inequivocabilmente umana.

Da quel momento in poi, sebbene permanesse una situazione di conflitto quasi insanabile, partecipai alle riunioni con un briciolo di passione. Invece di osservare le presentazioni in Power Point che, a turno, i diversi attori coinvolti proiettavano sulla lavagna elettronica (lavagna che nessuno aveva ancora imparato a usare: anche alla semplice accensione vi si arrivava attraverso una sequenza casuale, e sempre diversa, di operazioni), mi perdevo nella contemplazione del viso immobile e impenetrabile della trentenne, e del suo piede straordinariamente umano, stupendomi tutte le volte per l’abisso esistenziale che li separava. La project manager ora esibiva pettinature via via più sofisticate, tanto che iniziai a sospettare che anche lei, come me, avesse obiettivi più privati, in quegli incontri. Ma a chi poteva essere interessata? Al referente dalla voce grave, che non perdeva occasione di mortificarla? A uno dei miei due colleghi, entrambi sposati, entrambi concentrati sul loro lavoro? A Leporello, silenziosa figura sullo sfondo? Al piccolo piemontese? La formalità di quelle cerimonie aziendali nascondeva un sottobosco di minuscole passioni, delle quali si potevano intuire solo pallidi segni, tracce sbiadite, simili, nella loro evanescenza, a due piccoli aloni marroni che erano comparsi sulle mie mani quattro mesi prima. Macchie epatiche, aveva detto il dottore, una cosa normale, alla mia età. Per scrupolo, mi sottoposi comunque ad alcune analisi e per la prima volta nella mia vita uscirono alcuni valori fuori dalla norma. Per anni avevo considerato naturale il fatto che un corpo sano si presentasse preparato agli esami del sangue; ora, invece, nonostante tutto andasse bene, qualche organo aveva iniziato a perdere colpi: nulla di importante – un po’ di bilirubina in più, il glucosio appena sopra il limite estremo, un inaspettato picco di globuli bianchi che il mio dottore aveva associato a un calcolo alla colecisti che da un po’ mi dava fastidio – ma io non potei non pensare che qualcosa fosse cambiato, dentro di me, e che la causa potesse essere quella stupida cena, con le sue stupide tradizioni medioevali a base di cipolle e chiodi di garofano.

Le riunioni continuarono sempre più fitte, due alla settimana, il martedì e il venerdì; il giardino bonsai si ricoprì di fiori e il progetto di ammodernamento dei palazzi del cliente subì un’impennata con l’apertura di una mensa quasi avveniristica. Fissammo la data del rilascio definitivo a settembre, poi a ottobre e infine a novembre. Avevamo smesso di assecondare le pretese dei nostri superiori, che al rispetto delle scadenze previste aveva agganciati incentivi sostanziosi, e avevamo abbracciato un sano realismo. Il cliente si lamentava – ma cosa altro avrebbe potuto fare? In quel gioco che ci vedeva coinvolti, ognuno doveva seguire il proprio copione e nessuno pareva intenzionato a prendersi delle libertà; un giorno, però, a inizio giugno, durante il SAL del venerdì, mentre fuori un cielo nero di nuvole minacciava pioggia a secchiate, il referente ricevette una telefonata. Dapprima, aveva chiuso il telefono con fastidio, e aveva quindi ripreso a parlare sulla consueta frequenza dei 16 Hertz; il suo cellulare squillò di nuovo e lui di nuovo fece finta di niente. Poi ricevette un messaggio, che intravide con la coda dell’occhio, e la terza volta rispose. Non avevo mai assistito a una trasformazione così rapida e totale di un volto: gli si riempirono gli occhi di lacrime con una tale velocità che non fece neppure in tempo a nascondere quel pianto. Dopo un secondo si alzò in piedi, di colpo, e facendosi largo tra le sedie che per l’ennesima volta avevamo rubato dalle salette vicine uscì dalla stanza. Ci guardammo in silenzio; uno dei miei colleghi si pulì gli occhiali con la cravatta; la project manager tirò fuori un fazzoletto e si soffiò il naso con un rumore inaspettato, come di trombetta. Guardai meglio nella sua direzione. Stava piangendo anche lei, sommessamente, e muoveva una mano come per dire “non fateci caso, mi passa subito”. Girai lo sguardo verso la finestra che dava sul giardino e per un attimo vidi, riflesso nel vetro, il piede del pelatino piemontese accanto a quello del droide, con un’intimità che non lasciava dubbi. “È per sua figlia” disse il braccio destro del referente, il Leporello della nostra commedia. Non aveva mai parlato, prima di allora: adesso, però, si sentiva in dovere di darci una qualche spiegazione. “Pare che frequenti brutte compagnie, non sanno più come fare”. La project manager, con la faccia coperta da un’enorme fazzoletto, annuiva. Il mondo, dunque, e il suo tumulto, erano improvvisamente entrati in quella stanza, che era stata progettata per risolvere un tipo di problemi completamente diverso. La trentenne, che da chissà quanti mesi strusciava il piede irregolare sullo stinco dell’altro, ci mostrò lo schermo del suo cellulare: si vedeva un profilo Facebook, e la foto di una quindicenne con mezza testa rasata a zero e le braccia ricoperte di tatuaggi. Aveva uno sguardo selvatico, fragile e furente, come se sapesse che l’unica strada che poteva percorrere per salvare la propria innocenza sarebbe stata quella dell’odio; le sarebbe passato, pensai, ma avrebbe fatto in tempo a frantumare mezzo mondo, in quel cammino forse necessario. Subito dopo la lavagna elettronica si spense, di colpo, emettendo un ultimo straziante lamento. Il collega senza cravatta starnutì. Il cellulare in mezzo al tavolo, collegato con chissà quale altra riunione, vibrò. Ma poi sbucò il sole e il giardino zen si colorò di luce. Si trattava solo di tenere duro, sembrava dire quella composizione di pietre e piante: di resistere ancora per un po’. Meno di quindici giorni e sarebbe arrivato il solstizio, e allora i sette chiodi di garofano che si erano rifiutati di scoppiettare avrebbero smesso di esercitare il loro potere su di noi e sulle nostre vite; la trentenne, libera dal terribile incantesimo che la teneva prigioniera, avrebbe finalmente svelato il suo viso pieno di passione, e il mio corpo avrebbe trovato un nuovo equilibrio, e una delle sette cipolle della project manager avrebbe buttato fuori il suo germoglio, rivelando il nome tanto atteso, e ogni cosa, allora, sarebbe andata al suo posto.

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4 risposte a "Stato avanzamento lavori"

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    1. Mi hai fatto venire in mente quella celebre frase di Senofonte, credo, riportata da Citati in “Le nozze di Cadmo e Armonia”, che diceva più o meno così: “Queste cose non accaddero mai ma sono sempre” 🙂
      Forse questo racconto non è altro che una delle tante ombre proiettate dal XXI secolo sulle vite delle persone – non mi appartiene fino in fondo.

      Piace a 1 persona

  1. “Aveva uno sguardo selvatico, fragile e furente, come se sapesse che l’unica strada che poteva percorrere per salvare la propria innocenza sarebbe stata quella dell’odio”
    Vale la lettura

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