Tutto perfetto – di Alex Piovan

Continua la proposta di racconti, qui su Grafemi, lo spazio che per me rappresenta la punta di un iceberg di dimensioni abbastanza ragguardevoli, fatto di letture e di una costante ricerca di nuove voci. Questo blog, come è evidente, non è una rivista letteraria. Non esiste una redazione, non ci sono rubriche, non ci sono né continuità né regolarità nelle uscite. Anche gli argomenti sono eterogenei: a volte sono cose che mi succedono, altre volte recensioni o suggerimenti, e poi alcuni miei racconti e poi i “racconti degli altri” (è proprio questo il nome della cartella del mio pc dove salvo i file). Allora cos’è, questo blog? Da quando è nato, si porta dietro la foto di un’ape su un girasole – l’avevo scattata a Bohinij, in Slovenia, nell’estate del 2007. Se ingrandita, si vedrà che è un po’ sfocata: ma nonostante questo (o forse anche per questo), rappresenta lo spirito di questo lavoro paziente che va avanti da dieci anni. Portare in giro piccoli granelli di polline, sperando che da qualche parte diventino fecondi. E sotto, c’è anche dell’altro: la convinzione di essere stato un po’ fortunato, nel mondo dei libri, di aver ricevuto più di quanto mi sarei aspettato grazie a una serie di circostanze favorevoli – l’educazione che ho ricevuto a casa e a scuola, le persone che ho incrociato, un carattere tutto sommato mite e abbastanza ottimista; e poi la sensazione che esista un dovere molto generale, che dovrebbe riguardare tutti, e che consiste nel provare a restituire, almeno in parte, ciò che si ha ricevuto – una contabilità di natura universale. Nel caso specifico, ci sono voci sommerse che vale la pena leggere; a queste voci, a quelle più convincenti, metto a disposizione questo piccolo megafono, con la speranza che il suono arrivi un po’ più lontano.
Il racconto di oggi è scritto da Alex Piovan, che vive a Bolzano ed è molto giovane. Non ci siamo mai conosciuti di persona, ma ci leggiamo a vicenda e ci diamo dei consigli – a volte di lettura, a volte di scrittura, e a volte anche di vita vera e propria. Ricordo le prime cose che aveva scritto poco dopo essere uscito dalle superiori; e mi piace vedere l’evoluzione che c’è stata in questi pochi anni. Ho dei figli, e poi ho questi giovani amici, che vedo crescere e che mi rendono, senza che loro lo sappiano, felice. Cosa c’è di più bello di questo? Non mi resta che augurare buona lettura a chi, passando di qui, ha voglia di dedicare un po’ del suo tempo a questo racconto.

 

Tutto perfetto
Alex Piovan

Ci sono delle regole, nella vita. E io le ho seguite tutte, dalla prima, all’ultima. Fin da ragazzo.
La prima regola: sii autosufficiente. Così ho smesso di rompere i coglioni ai miei genitori a diciott’anni. Una volta diplomato, ho trovato un posto come assicuratore. Erano altri tempi; tempi in cui non si richiedeva un certificato per ogni lavoro. Ai risparmi che avevo accumulato rompendomi il culo come magazziniere durante le estati degli anni del liceo, ho iniziato a sommare i primi stipendi. Fu un periodo fantastico. Ciò che mi dava soddisfazione, però, non era tanto l’indipendenza, quanto l’idea che mi venisse riconosciuta. È giusto riconoscere i meriti, quando sono tali.
La seconda regola: comprati una macchina. Non puoi dire di essere un uomo, finché non ne hai una. Io comprai una Mercedes 200. Gran macchina. Guardarla parcheggiata nel mio garage e pensare che era il frutto dei miei (e soltanto miei) sforzi, suscitava in me un piacere viscerale. Il primo passo verso il successo. La prima conferma che ce la stavo facendo.
La terza regola: sposati. Un uomo senza una moglie, a un certo punto, rischia di essere preso per frocio. O di alcolizzarsi. Incontrai quella che sarebbe diventata mia moglie durante un viaggio in Svizzera, a Lugano. Era una ragazza carina, senza particolari ambizioni – e questa era la cosa più importante. Nessuna carriera, nessun sogno. In più, faceva degli ottimi pompini. Era perfetta. Sarebbe rimasta a casa con i figli, a crescerli, a educarli, a fare il bucato. Un giorno, magari, si sarebbe trovata un lavoretto per contribuire alle finanze di famiglia. In cambio, io avrei rispettato una delle regole secondarie: sii la colonna portante della tua famiglia. Fai valere la tua autorità e porta a casa il pane. È questo che fa un uomo. L’affetto è un’invenzione dei progressisti.
La quarta regola: fai dei figli. È la natura umana, no? È istinto, si manda avanti la specie. I figli non si fanno per amore: si fanno in vista della vecchiaia. Se diventerai abbastanza vecchio, prima o poi ti piscerai nei pantaloni, scivolerai e ti spezzerai le costole sul bordo della vasca da bagno, non riuscirai più a stare dietro alle faccende domestiche. Sarà allora che coglierai i frutti di tutti gli anni spesi accanto a ragazzini estranei, che avrai scoperto essere diversi da te, peggiori di te. Sarà quando ti puliranno il culo o ti prepareranno le pasticche in un contenitore suddiviso per giorni che capirai perché l’hai fatto. È per questo che si fanno i figli, l’amore non c’entra.
La quinta regola, la più importante: la casa. La casa è il riflesso di chi sei. Di chi sei diventato. È il punto in cui converge tutto quello che hai fatto fino a quel momento. Non troppo grande (o passerai per borioso), né troppo piccola (o sembrerai un poveraccio). Mobili di pregevole fattura, design alla moda. Affitto? No, è da perdenti. Mutuo? Sì. È un sacrificio, e i sacrifici sono medaglie al valore.

Ci sono delle regole, nella vita. E io le ho seguite tutte, dalla prima, all’ultima. Fin da ragazzo.
La mia casa è perfetta, infatti. È come me l’ero sempre immaginata: due piani, ampie vetrate e un modesto giardino. Erba sintetica, sempre verde. Ho selezionato con cura ogni singolo mobile, ci tenevo a far sposare tra loro le sfumature dei colori che avevo selezionato, le superfici laccate e quelle opache, lo stile minimale del salotto a quello più vintage delle stanze. La pulisco più volte a settimana. Faccio ordine tutti i giorni. A volte, compro qualcosa di nuovo, che doni un tono diverso all’ambiente. Del resto, è il riflesso di chi sono. Devo averne cura.
Da quando ho deciso per l’autonomia, non ho chiesto più niente a nessuno. Mai. Se si vuole essere dei vincenti, non ci si deve umiliare dipendendo dagli altri. Mio fratello, per esempio, è un perdente. Quando è morto nostro padre, ciò che ha lasciato in eredità andava diviso per due. Mio fratello è strisciato da me e mi ha supplicato di concedergli una fetta maggiore, di non pretendere la mia metà per intero. Ha detto che da quando sua moglie era finita in cassa integrazione arrancavano, per arrivare alla fine del mese. Gli ho detto che un vero uomo non permette che lo stipendio della moglie sia incisivo sulle finanze familiari. E ho rifiutato. L’ho fatto per lui. Mi ha risposto che sono un pezzo di merda. Che quando nostro padre agonizzava nel letto, non ero mai stato presente; che non avevo mai fatto niente per loro. Ormai sono tre anni che non sento mio fratello, non mi ha chiamato nemmeno per Natale. In genere telefonava sempre, la sera della Vigilia. Di recente ho letto che si è il prodotto degli influssi di chi si ha intorno, quindi: meglio così.
La vecchia Mercedes 200 non è più in garage. Si sono alternate diverse auto, dopo di lei. Una migliore dell’altra. In genere, non le guidavo. L’idea che si guastassero o che un automobilista poco attento graffiasse una portiera o ammaccasse un paraurti mi sconvolgeva. Preferivo rimanessero lì, al loro posto. Ogni tanto scendevo in garage a pulirle, ci facevo un giro intorno all’isolato, mi godevo la guida. Poi tornavo, parcheggiavo, e non le toccavo per dei mesi. Anche su questo non andavo d’accordo con mio fratello, né con mia moglie. Anche mio figlio, una volta cresciuto, ha avuto qualcosa da ridire in proposito. Ma né mia moglie, né mio figlio hanno la patente, né capiscono qualcosa di automobili. E mio fratello, beh, mio fratello ha un’utilitaria. Gialla.
Mia moglie non ha la patente. Non ha neanche voglia di parlarmi, ultimamente. Sta sempre sulle sue, a volte mi grida addosso. Dice che sono diventato intrattabile, che penso solo ai soldi, alla macchina, alla casa. Si annoia, dice. Insinua che non facciamo mai niente, così l’altra sera l’ho portata al ristorante. Non un ristorante qualsiasi, un ristorante dove lavora uno chef stellato. Solo che è sbadata, lo è sempre stata, e quando ha allungato la mano per prendere il vino, ha rovesciato il calice. Non mi parla da una settimana. Ha detto che le ho fatto una scenata per una macchia di vino, ma non è per la macchia di vino che le ho fatto una scenata. È per la camicia bianca.
Da qualche mese prende lezioni di tango, o qualcosa di simile. Credo si scopi l’insegnante. L’ho anche visto, una volta: un bel tipo, capelli lunghi e lisci, sguardo intenso. Classico fascino mediterraneo. A me non importa, che se la scopi. Insegna tango, non dev’essere un grand’uomo, non deve avere grandi talenti. Potrebbe scoparsela meglio, però. Mi risparmierebbe le sue continue lamentele.
Mia moglie non è in casa, in questo momento. Dice di avere lezione tutti i giorni. All’inizio finivano alle dieci. Poi a mezzanotte. Adesso sono le una, ma ancora non è tornata.
Neanche mio figlio è in casa. Ha una spiccata passione per la pittura, lui. Non so da dove gli sia saltata fuori questa fissazione. A volte mi chiedo se sia frocio. Mi chiedo se lo prenda in culo da quel suo amico quello con cui va in tutti quei musei. Mi odia. Me l’ha detto in faccia, qualche settimana fa. Si è convinto di voler diventare un artista. Cristo santo! Ho un figlio che vuole diventare il nuovo Michelangelo. Gli ho detto che di questo passo diventerà un fallito. E lui se n’è andato di casa. Non so dove stia, ma presumo viva con qualcuno dei suoi amici fricchettoni. Mia moglie ha detto che fa il barista. Ha detto che è colpa mia. Colpa mia? Io non ho mai chiesto niente a nessuno. Io mi sono fatto da me. Lo faccia anche lui.

Sono l’unico a capire l’importanza delle regole. L’unico a rispettarle. Infatti è mio, tutto questo. Questo lavoro, questa macchina, questi muri, questi mobili. È tutto mio, l’ho creato io. Non loro, coi loro discorsi del cazzo. Mando giù l’ultimo sorso di Ballantines e mi lascio andare sul divano. Mi guardo intorno, avvolto dalla penombra e dal silenzio. Sono io, tutto questo.
Ed è tutto così perfetto.
Così. Fottutamente. Perfetto.
Un rumore di chiavi nella toppa, mi pare. Alzo lo sguardo, in attesa di vedere un fascio di luce disegnarsi sul pavimento, tagliando l’ombra. Forse sono loro. Forse è lei, che torna a casa dopo lezione. Forse è lui, che deve prendere qualcosa nella sua stanza. Silenzio. No, mi sbagliavo. Non c’è nessuno alla porta.
Mi alzo e cammino a piedi scalzi sul pavimento freddo. Raggiungo il bagno, entro, mi fisso nello specchio. È troppo buio perché io riesca a vedere i dettagli del mio volto nel riflesso. Vedo solo una sagoma buia, una sagoma che potrebbe non essere la mia.


ritratto SamiraAlex Piovan è nato lo stesso giorno in cui sua madre l’ha partorito, il 7 aprile 1996. Una coincidenza ha voluto fosse anche il suo compleanno. Legge per mettersi in discussione, perciò cerca di essere coerente nel contraddirsi. La data che si accosterà alla prima non gli è nota, quindi, per il momento, è impegnato nella scrittura del trattino che le separerà.

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