Marisa – un racconto di Enrico Prevedello

In attesa che l’estate inizi (questa mattina il termometro della macchina segnava 18 gradi), possiamo scaldarci leggendo – le parole come braci. E questo racconto di Enrico Prevedello (per gli editori in ascolto: ha un ottimo romanzo tra le mani, io una sbirciatina gliela darei) brucia con la sua fiamma lieve e continua.

Marisa
di Enrico Prevedello

Quando Marisa ci vede arrivare al suo bar di fiducia, blocca la tazzina di caffè sospesa a mezz’aria mentre con gli occhi passa da me alla mia ragazza, e a ogni passo che facciamo verso di lei cerca di capire se al mio fianco ci sia davvero Federica, la bambina che ha visto crescere e che ora ha ventinove anni e vive in un’altra città. Appena la riconosce ci mostra le gengive in un sorriso che le gonfia le gote grinzose, appoggia la tazzina ed esce ad accoglierci. Non dice niente, alza le braccia e allarga le mani, incastrandoci in un abbraccio che sa di ammorbidente e sigarette. Mi ricorda l’odore che sentivo da bambino a casa di un mio amico, in cucina, dove sua madre fumava e lavava col sapone di Marsiglia i polli spiumati prima di metterli in freezer.
Marisa ci chiama tesori, ci guarda come fossimo i suoi figli, ma nessuno dei due lo è. Per me è la seconda, forse terza volta che la incontro, mentre il vero rapporto è stato instaurato venti anni fa con Federica. Quando era piccola e i suoi genitori andavano a lavorare, chiamavano Marisa per farle compagnia, cucinare e sistemare la casa. Federica le dà un sacchetto con dentro una pastiera, il dolce che la madre napoletana prepara a Pasqua, e Marisa dice che non doveva disturbarsi, non serviva. Voleva passare lei a trovare i genitori di Federica, ma poi ha deciso di restare a casa: non le andava di parlare. Suo fratello era stato male; lo aveva ospitato per qualche giorno, ma quando a lei venne un’influenza lui decise di tornare a casa sua, per non disturbarla. Questa resistenza alla condivisione sembra una cosa che li accomuna, forse l’unica. Ha altri fratelli e sorelle, ma dev’essere una famiglia che si parla poco, perché gli altri non sanno che il fratello è stato male. Lui non ha voluto farlo sapere, e lei ha rispettato il suo riserbo. Marisa ci guarda uno alla volta, ci sorride, ci mette le mani sulle spalle. Ci carezza il viso e ci ringrazia di questo regalo, che è la nostra semplice presenza. Alla mano sinistra porta una fede che quasi taglia la carne gonfia del dito. Penso che se anche volesse toglierla, non potrebbe farlo. Mi racconta di come sia stato bello veder crescere Federica, e mi fa capire senza dirlo esplicitamente che di figli non ne ha avuti. Non capisco se sia stata una mancanza nella sua vita o meno; sembra una vecchia che ha imparato molte cose, anche a causa della sua sensibilità che ogni giorno la fa sentire sola e allo stesso tempo troppo emotiva per cercare una compagnia diversa dai due o tre clienti fissi del bar, evidentemente con un piede nell’alcolismo. Ora è vedova, ma col marito stava molto bene. Si rispettavano, e io immagino questa donna, che ha fatto solo la quinta elementare ma si esprime e ragiona meglio di molti miei coetanei laureati, mentre lava i panni con la cenere e cerca di leggere i vortici grigi nell’acqua del tinello per trovare delle coincidenze tra le forme delle cose in movimento e i suoi cambiamenti d’animo. Quasi senza una logica diretta, ma seguendo le connessioni che creano le costellazioni, mentre ci parla della sua giovinezza andata così, da accettare, fa una metafora in campo lavorativo per spiegare la responsabilità delle scelte: quando sei dipendente e le cose vanno male, si può parlare di sfortuna. Ma quando sei progettista, quando sei tu che decidi le direzioni da prendere, se le cose vanno male, la colpa deve essere di qualcuno. Non ci dice se le sia stata data la colpa di qualcosa, forse è stata lei a darsela, ma questo sembra averle donato pace, in qualche modo. Forse si tratta di accettazione.
Si porta le dita ai lobi delle orecchie e le si illuminano gli occhi: ricorda a Federica che appena lei decide di sposarsi, o, insomma, decide (non dice di andare a convivere, e in questa pausa, in questa omissione leggo tutto il rispetto che porta per le scelte di Federica e per la sua famiglia, che è cattolica e osservante), le regalerà i due orecchini d’oro, quelli con le due perline che cadono, una più lunga e una più corta, e un lenzuolo. Potrebbe essere la dote di un mondo andato in frantumi, un mondo che arriva da lontano e solo a pezzi che però si mantengono assieme grazie a un legame di tradizione significante. Federica la ringrazia, ci abbracciamo di nuovo e la salutiamo. Ma prima di andarcene le dico che mi ha fatto piacere parlare con lei, e mentre cerco di spiegarle il motivo senza trovare le parole per farlo, lei mi dice, quasi scusandosi, che ci sono tante opinioni nel mondo, ognuno ne ha, e possono essere buone o da buttare. Ma c’è una cosa che manca: le certezze; non ha detto: qualcosa di cui ci sarebbe bisogno, ha detto solo che non ci sono certezze, che tutto è quello che è, e che ognuno può farsi un’opinione a riguardo, ma è inutile illudersi di trovare l’alfabeto definitivo per decifrare le forme che, arrotolandosi su sé stesse, formano il mondo.

 


btyEnrico Prevedello vive a Padova, fa l’insegnante precario di lettere alle superiori e suona in un gruppo grunge/stoner. Crede che i romanzi possano aiutare a vivere meglio, e per questo ne legge e ne scrive.

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