Fratelli

Una mia grande passione, una delle tante, è ricordare, un’attività che alcune persone (anche persone che conosco) considerano deleteria perché indice di una sorta di ripiegamento interiore, l’espressione di un patetico aggrapparsi al passato per l’incapacità di vedere il presente e affrontare il futuro. Per me, invece, è solo piacere. Solo questo.
mms_002E in questa attività, talvolta febbrile, amo individuare come siano emerse certe cose – idee, prodotti, innamoramenti; determinare l’esatto momento che separa il tempo infinito in cui quella cosa non c’era da quello, altrettanto infinito, in quella cosa ci sarà per sempre. Su questo tema mi diverto a stuzzicare i miei figli, talvolta convinti che il mondo attuale, l’unico che hanno conosciuto, sia sempre esistito con queste precise caratteristiche. Proprio due giorni fa mi sono messo al pianoforte e ho iniziato a canticchiare a Matija una canzoncina che avevo imparato intorno ai quattordici anni, che faceva più o meno così: “Siamo qui per presentare una grossa novità: ecco il super cioccolato di M&M’s. Di M&M’s noi siamo in fan, è la star del cioccolato, in tascabile formato, the M&M’s!”. Lui si è messo a ridere, un po’ perché sono stonato, un po’ perché non sapeva che una canzone così stupida io la conoscessi talmente bene da riuscire a suonarla a occhi chiusi, e un po’ perché ha capito che questo sciocco motivetto stava descrivendo l’attimo in cui un prodotto di uso quotidiano, che loro hanno sempre visto, veniva presentato al mondo per la prima volta.
Se poi applico questa passione del ricordo a un’altra mia passione, altrettanto forte e antica, la musica, il divertimento è doppio. Esiste, da qualche parte, dopo il luglio del 1970, e un po’ prima del 1973, un giorno in cui io sentii per la prima volta una canzone: qual era? Chi la suonava? Dove? Che impressione mi aveva fatto? Poi divenni cosciente. Avevo un mangiadischi nel quale infilavo 45 giri con un’etichetta nella quale erano disegnati piccoli animali antropomorfi, in tricromia (nero, rosso e forse un po’ di blu – totalmente assente il giallo e il verde); tra questi ricordo un gatto con il cappello, dei maialini e un lupo. Forse erano della Walt Disney, perché una canzone, credo la prima che io sia in grado di ricordare, era “Salaga dula mencica bula Bibbidi bobbidi bu” (che però per me diceva: magica bula, mitica bula, bidibi bodibi bu). C’erano anche i “Siam tre piccoli porcellini”. L’ascolto di quei dischi aveva qualcosa di compulsivo.
Oltre a questi 45 giri, c’erano i dischi di mio papà, più grandi, che ascoltavamo in salotto, sul piccolo stereo che qualche anno dopo sarebbe diventato di Alberto, fratello maggiore, sostituito da un modello più sofisticato, uno di quelli con il braccio meccanico che tornava indietro da solo una volta arrivato alla fine del disco (solo una decina di anni dopo sarebbe arrivato quello con la luce stroboscopica per registrare, con precisione millimetrica, la corretta velocità di rotazione). Nel catalogo di mio papà non c’era molto, a dire il vero: i Carmina Burana, che conosco praticamente a memoria, la colonna sonora di Hair, in una versione molto più bella di quella che avrebbe accompagnato il film di Milos Forman anni dopo, e la colonna sonora di Arancia meccanica, di Walter Carlos (ora Wendy); un disco con il Bolero di Ravel, che avrei ascoltato molto anche nel 1984, mentre preparavo gli esami di terza media, facendo training autogeno (una cosa che ci aveva insegnato l’anno prima il professore di ginnastica, il barbuto Baroni). (E’ probabile che non sarei riuscito a ricordare la presenza di questo disco tra quelli di mio padre se non ci fosse un episodio che fa parte della storia della nostra famiglia: durante il terremoto del 1976, quello tragico del Friul Venezia-Giulia, i miei genitori lo stavano ascoltando, mentre io e i miei fratelli giocavamo con i soldatini in camera di Alberto). Anche mia mamma aveva i suoi dischi, alcuni dei quali si era portata dalla sua vita di signorina (così almeno credo): 1993 CD RITA PAVONE (Argentina) Ail primo album di Rita Pavone, con le sue super ciglia anni sessanta e un sacco di lentiggini, in una quantità quasi patologica, molto tempo prima che questa piccola Gianburrasca si mettesse a criticare Eddie Vedder (uno dei fatti che, da aspirante scrittore, mi fa amare questo secolo pieno di spunti grotteschi), il primo album di Francoise Hardy, una francese bellissima che cantava, tra le altre cose, una delle poche canzoni di farmi venire ancora la pelle d’oca, la semplicissima Tous le garçon et le filles, costruita con il più classico dei giri di accordi (do, lam, fa, sol); una raccolta di Lucio Battisti, che allora non mi diceva niente, e che anzi mi faceva ridere quando cantava Tu, vestita di fiori, o di fari in città, qualche 45 giri dfrancoisei Claudio Baglioni e un altro 45 giri che per un po’ di tempo, credo almeno fino alla prima elementare, conteneva una delle mie canzoni preferite, che era Noi non abbiamo paura della bomba dei Giganti (era il lato B di un pezzo più ambizioso che io trovato ridicolo, e che ho un po’ rivalutato dopo tanti anni, Tema (che faceva più o meno così: un giorno qualcuno ti chiederà cosa pensi dell’amor (amor, amor, amor)… apre il tema Francesco: “io penso che l’amor sia la più bella cosa che [cori: tralallalà]”)). C’era anche un disco tutto per noi, che era Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo, quello con le parole di Rodari (lo so ancora a memoria), e una raccolta delle canzoni dello Zecchino d’Oro del 1976, seconda edizione (quell’anno, per motivi sconosciuti,

spottorno
Cristina Spottorno De Las Morenas

ci furono due edizioni), tra le quali ricordo Gugù bambino dell’età della pietraEnchete penchete puff tinéNozze nel bosco, Sono una talpa e vivo in un buco (imbarazzante, nella sua bruttezza), la struggente Non pianger, piccino mio cantata da una nigeriana, e, sopra ogni altra, Torero al pomodoro, cantata da una delle prime persone di cui mi innamorai, la piccola spagnola Cristina Spottorno De Las Morenas (che ora, stando a Linkedin, è Restauradora obras de arte en Madrid y alrededores, España). Per un po’, avevo pensato seriamente (stiamo parlando di un me a sei anni: conosciamo tutti la cieca ostinazione che si ha a quell’età) di andare a Madrid e di presentarmi a casa sua chiedendo di lei, e poi proporle di sposarmi. Ero fissato con quella storia del matrimonio. Intorno ai quattro anni mi ero accordato con Laura De Santis, compagna di asilo, che da grandi ci saremmo sposati – camminavamo a braccetto per la sala dell’asilo, e li dicevamo a tutti. Avessimo avuto dei confetti, li avremmo regalati (ora lei vive in America, non ho mai insisisto sulla promessa fatta). Avevo amato anche la molto più matura Silvye Vartan, una biondona che ballava in qualche programma del sabato sera; e avrei amato, tre o quattro anni dopo, anche Carole André, la francese che interpretava Marianna in Sandokan (in questo caso mi immaginavo grande, mentre la intervistavo in una radio i cui studi erano al secondo piano della Tour Eiffel: se ci fosse qualcuno in grado di mettermi in contatto con lei, potrei ancora provare a capire se questo cosa me la ero sognata di sana pianta, o se effettivamente avevo intravisto un pezzettino del mio futuro).
Ascoltavo, quindi, diversa musica; mi appassionavo, ma per poco, e poco profondamente. Non era strettamente parte della mia vita. Un sottofondo abbastanza presente ma al quale potevo rinunciare. (Mi stupisco, invece, a distanza di tempo, come allora il mondo mi sembrasse del tutto naturale: ci aveva messo cinque miliardi a diventare quello che era, e considerando solo gli aspetti legati alla società nella quale vivevo, almeno diecimila anni di invenzioni, lotte crudeli, scontri tra continenti, definizione dell’essere umano, eppure nel giro di due o tre anni mi ero già integrato. Aprivo il frigo per prendermi i formaggini, imparavo a memoria le canzoni che ascoltavo, in una lingua imparata usando il cervello di un bambino di due anni, giocavo alla guerra, parlavo con gli adulti senza farmi alcuna domanda su quello che non sapevo, così, alla pari, senza alcun timore reverenziale, come se avessi già capito come giravano le cose – lo fanno tutti i bambini, da sempre. Se capitassi ora in un altro mondo, un pianeta diverso dal nostro che, come il nostro, si è formato in cinque miliardi di anni dall’altra parte della galassia, con regole e vincoli tutti diversi, come mi sentirei? La zia di mio padre, una creatura piccola e angelica, si stupiva dell’intelligenza dei bambini tedeschi, capaci di imparare quella lingua così difficile in pochissimo tempo, e bene. Io credo che dovremmo stupirci molto di più.)

Comunque, stando ai ricordi che ho conservato, ignorando quelli di cui non so più nulla, fino a sette anni la musica è stata una passione destrutturata, casuale, e marginale. Il 1977 cambiò tutto, e non per merito mio. Ogni individuo meriterebbe di avere un fratello maggiore sveglio e con forti interessi. Io ne ho uno, Alberto, che a modo suo, in diversi momenti delle nostre vite, ha indicato una strada – non sempre l’ho seguita; oppure l’ho seguita molto tempo dopo, ripercorrendo le sue tracce. Sono stato anch’io a mia volta un fratello maggiore, ma sostanzialmente privo di carisma; forse ero troppo vicino, come età, a Fausto, nato 14 mesi dopo di me, o forse il mio esempio era poco interessante, poco significativo. Tornando alla musica: Alberto, nel 1977, a nove anni, viene colpito dalla febbre del sabato sera. Impazzì, uscì di senno, ne fu travolto. C’è un episodio molto eloquente, che spiega tutto: come molti bambini della nostra età (bambini della nostra età a quel tempo: ora non lo fa nessuno), un pomeriggio di fine primavera prendemmo tutte le riviste trovate in casa e scendemmo a venderle ai passanti. Avevamo cose notevoli, come il primo numero di Tex Willer (che allora si chiamava Tex Killer), e altri giornali meno pregiati, come le Grazia e le Amica delle nostre mamme. Rimanemmo in strada per due giorni. I passanti, che praticamente erano i genitori dei venditori, furono generosi. Ma alla fine del secondo giorno, l’incasso sparì. Dopo due ore, Alberto, che non vedevamo da un po’, tornò con un 45 giri in mano, Night fever dei Bee Gees. Lo odiammo, ma ora che sono grande l’ho perdonato, l’ho capito. E per due anni i Bee Gees furono il nostro oriente e il nostro occidente, il giorno e la notte, il nord e il sud. Erano tre fratelli, Barry e i gemelli Robin e Maurice. Come era nostra abitudine, io, Alberto e Fausto trasformammo quella storia nella trama di un nostro gioco, in cui noi eravamo loro. In queste avventure seguivamo sempre lo stesso schema: Alberto, che era il più grande, faceva la parte del capo, io quella dell’outsider, Fausto quella del personaggio marginale; per cui, ad esempio, Alberto era Sandokan, io quel furbetto di Yanez e Fausto l’inutile Tremal-naik, o, nelle scene ambientate nell’isola di Mompracen, il ciccione Sambiglion, lui che era uno scricciolo; oppure, quando giocavamo a Spazio 1999, Alberto era John Koenig, comandante della base spaziale ancorata a una Luna sparata in giro per l’Universo (e intrepretato da un grandissimo John Landau), io ero Alan Carter, capitano della flotta delle Aquile Spaziali, e Fausto il professor Victor Bergman, scienziato della missione, vecchio e pelato. Nella spartizione dei Bee Gees, dunque, non c’erano dubbi: Alberto sarebbe stato Barry Gibb, fratello maggiore, alto e barbuto e bellissimo, mentre io e Fausto ci saremmo divisi i gemelli, due musicisti di rara bruttezza – erano eterozigoti, per cui ognuno era brutto a modo suo. Io presi Maurice, il pelatino; Fausto, invece, Robin, quello con i denti tutti storti e i capelli cotonati. Immaginavamo di essere loro; e poi immaginammo che anche noi, prima o poi, saremmo diventati un gruppo – i Bee Gees ci autorizzavano a pensarlo.
Alberto, che era realmente appassionato di musica (e lo sarebbe sempre stato), si era fatto prestare da Carlo Rostirolla (primo piano del nostro condominio) un disco della sorella, Paola, più grande di noi. Era la raccolta di tutti i successi dei Bee Gees prima della febbre del sabato sera. Massachusetts, I.O.Run to me, I’ve gotta get a Message to you, Words, New York Mining Disaster 1941, To Love Somebody. Le imparammo a memoria tutte. Le cantavamo, storpiando le parole. Nel 1980, quando uscì Spirtis having flown, eravamo ancora patiti: Alberto aveva prima comprato il singolo, Tragedy, e poi l’intero album. Anche in questo caso, ci dividevamo le canzoni; messo il disco sullo stereo di Alberto, lo stesso sul quale girava il Bolero quattro anni prima, ne cantavamo in play back una a testa. Eravamo fratelli uniti, sempre insieme. Era un punto di forza, e la nostra debolezza maggiore. Ci rendeva in qualche modo autosufficienti e, con il senno di poi, un po’ autoreferenziali – ci bastavamo. Poi, scoprimmo i Beatles (Alberto: John; io: Paul; Fausto: Ringo). Fu solo allora che mi appassionai anch’io fino in fondo.
Alberto, poco dopo, passò agli Who, e poi ai Joy Division, e a tutte le sue conseguenze; io rimasi fermo agli scarafaggi di Liverpool, mentre Fausto entrò in un coma musicale che durò qualche anno: si risvegliò scegliendo una strada tutta sua, fatta prima da AC/DC e Scorpions, e poi da Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Pearl Jam, Alice in Chains, Temple of the dog. Solo io rimasi legato alla musica anni sessanta, e al pop che ne era derivato: dopo aver esplorato il Paul McCartney solista (col senno di poi, abbastanza terribile), non mi spinsi mai oltre Sting e i Pink Floyd. Dal punto di vista “teorico” forse ero il più preparato, ma avevo gusti abbastanza convenzionali. Scoprii tardi i Radiohead; poi i primi Muse; ora, a casa mia i gusti sono determinati dalle scelte dei miei figli, che oscillano tra trap, rap e musica elettronica.
Ma la mia seconda passione, che con il tempo è diventata la prima – libri, letti e scritti – mi ha riportato da poco verso il punto di partenza. Il punto è che io ammiro chi ha un talento puro. Lo riconosco presto, anche quando non mi piace. Ebbene, Barry Gibb, l’Alberto dei Bee Gees, di talento ne aveva tantissimo. Mi sono riavvicinato a loro, forse anche un po’ per nostalgia, per il piacere di ritrovare qualcosa del mio passato. E ho scoperto una storia che, mi pare, parla di tutti i fratelli – e le storie fanno parte della mia passione più grande.

Inlgesi, si erano trasferiti in Australia perché poverissimi; quello spostamento non andò un granché bene, perché diventarono più poveri di prima. I fratelli Gibb, in realtà, erano quattro. Barry (1946) era il più grande; Andy, il quarto, non fece mai parte del gruppo. A metà degli anni cinquanta non era ancora nato ma già allora suonavano. Fondarono il primo gruppo nel 1959, quandi Robin (1949) e Maurice (pure lui 1949) avevano dieci anni; si esibivano in spettacoli e tramissioni televisive. Si ispiravano (come i Beatles, che allora si erano appena formati, ed erano un po’ più grandi) ai Beverly Brothers, coppia di fratelli (anche loro) che di fatto hanno inventato le canzoni a due voci contemporanee  – per capirci, Simon & Garfunkel non esisterebbero senza i Beverly Brothers. Solo che i Bee Gees (che letteralmente significa l’ape ronza, ma che credo nasca come plurale delle iniziali del loro i leader: i B.G.s.) erano in tre: per cui armonizzavano le musiche a tre voci. Qui, quello che credo essere il primo loro video ufficiale, del 1960 (Barry 14 anni, i gemelli 11):

 

Nel giro di pochi anni, diventarono famosi. Barry era un autore fenomenale – già da giovanissimo scriveva per i grandi della musica. Uno dei primi loro successi, To love somebody, era stata composta su commissione per Otis Reading, che però morì in un incidente prima di registrarla; la incisero loro, in una versione molto bella, e fu poi reintrepretata da decine di cantanti. Barry aveva 21 anni, i suoi fratelli 18.

 

Continuarono a sfornare successi incredibili per anni, fino all’apice della Febbre del sabato sera, quando reinventarono la musica da discoteca, sfornando canzoni come Stayin’alive, More than woman e l’incredibilmente dolce How deep is your love, che ancora oggi viene considerata una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi. In questi giorni, ne ascolto una cover da pelle d’oca, di appena due anni fa.

 

Ora, il punto qual è? Che le canzoni le scriveva tutte Barry Gibb; e le cantava, con una voce memorabile (anche quando scelse la strada del falsetto, alla fine degli anni settanta: provare ad ascoltare Too much heaven per capire che razza di interprete fosse), uno stile che si era formato ascoltando i dischi R&B e quelli di Frank Valli (che nel 1979 interpretò Grease, sigla del musical con John Travolta – e chi era l’autore di quella canzone? Barry Gibb, ovviamente); era bello – infinitamente più affascinante dei suoi poveri fratellini; eppure non abbandonò mai il gruppo. Era il fratello maggiore, e come tutti i fratelli maggiori si era preso sulle spalle i piccoli.
La storia, però, è stata crudele con loro. Uno a uno, il grande Barry li ha visti morire: Andy, che nel frattempo era diventato un affermato cantante solista (cantando le canzoni scritte dal fratello) per un cedimento del cuore, al culmine di una vita dissipata tra droghe e altri eccessi; Maurice, per un’occlusione intestinale; Robin, per un cancro al colon. In un’intervista diceva chiaramente che la sua vita era piena di ricordi bellissimi e strazianti, così dolorosi da togliere senso ai suoi giorni. Nel 2012, Robin, nella fase terminale della sua malattia, era entrato in coma; si risvegliò un pomeriggio sentendo suo fratello Barry che, al suo capezzale, gli cantava Crying di Roy Orbison. Robin aveva 63 anni, Barry 66, ed era là, a cantare per suo fratello che stava morendo. Pure io, non so quante volte avrei voluto prendermi sulle spalle i miei fratelli, Alberto e Fausto, e tirarli fuori dalle difficoltà in cui, inevitabilmente, tutti incappano, prima o poi (tra i rimpianti più grandi c’è quello di non esserci quasi mai riuscito). Perché una storia d’amore tra fratelli durata tutta la vita. Non si scrivono quasi mai libri su questo sentimento che spesso viaggia sotterraneo per anni e anni, perché ha non ha le ombre che servono per costruire un dramma; solo talvolta ci tormenta, ricordandoci che avremmo potuto fare un po’ di più, o semplicemente stare un po’ più vicini.
Noi tre siamo cresciuti insieme. Quando uno di noi andava a fare la cacca, gli altri due gli facevano compagnia. Abbiamo navigato per oceani, rimanendo aggrappati alla zattera che era il lettone dei miei genitori; siamo stati robot d’acciaio, famiglie in giro per il mondo, Bud Spencer (Fausto!) e Terence Hill (Alberto e io, a turno), abbiamo inventato gruppi musicali, con l’idea dei quali ci siamo baloccati per anni; siamo stati medici, calciatori, esploratori, giocando con un’intimità incondizionata. Ci siamo visti nei nostri piccoli e grandi fallimenti; mentre, uno alla volta, dovevamo affrontare il momento in cui non eravamo capiti dai nostri genitori, o soffrivamo per amore o per non averne ancora uno, o andavamo a ripetizione, o avevamo amici senza senso, o cercavamo di imparare a suonare la chitarra, talvolta imbarazzati per essere cresciuti troppo… Ricordo un momento preciso delle nostre vite: mi sarei dovuto sposare nell’estate del 2000, ma nel 1999 andò tutto a monte; nel frattempo Fausto aveva deciso di fare il grande passo, a giugno del 2000. In salotto, senza sapere bene dove trovare le parole, lui che è stato sempre riservato, mi ha chiesto con una delicatezza che a distanza di tempo posso definire solo “celestiale” se mi dispiaceva che fosse lui il primo sposarsi – ero io, quello che fin dai tempi dell’asilo, era stato in pole position. Sperava che io non ci fossi rimasto male – e io ero l’uomo più felice del mondo per il suo matrimonio, e non sapevo nemmeno come farglielo capire.
Ma torniamo ai Bee Gees. Qualcuno, forse i genitori, li riprese con una cinepresa, per le strade di una città, quando erano bambini. Quel nastro è rimasto. Si vedono due fratelli. Uno è grande, l’altro piccolo. E fanno quello che fanno tutti i fratelli: ballano, ridono, si abbracciano con un po’ di imbarazzo. A un certo punto, Barry prende sulle spalle Robin e fa qualche passo. La storia di tutta una vita. E ora scusatemi, vado ad asciugarmi queste cavolo di lacrime.

 

 

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8 risposte a "Fratelli"

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  1. Mi hai scatenato un putiferio di emozioni, tra ricordi legati alle citazioni musicali che hanno fatto parte anche della mia infanzia e adolescenza e il mai superato rimpianto, di figlia unica, di non aver avuto fratelli con cui condividerli.

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  2. Alla fine anche tu sei un maledetto proustiano! Che ansia ricordare tutto sempre, a volte penso che sia una condanna. È curioso poi come, per lo meno io, mi ricordi tutto nei dettagli di cose assurde e prive di senso di decenni fa, mentre altre le ho proprio rimosse dalla memorie e mi capita di scoprirle per caso parlando con amici e conoscenti.

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  3. Splendido pezzo, come sempre. E, come sempre, quante coincidenze! Quel disco dei Giganti fu anche uno dei primissimi 45 giri della mia vita (e amavo talmente la canzone della bomba atomica che l’ho sempre considerata il lato A)… Quanto all’indulgere ai ricordi, penso si tratti né più né meno che della materia prima (se non Unica) dei veri Scrittori, artisti dell’anima e della memoria, che della stretta attualità dovrebbero sempre diffidare (o comunque maneggiarla con prudenza). E senza “ripiegamento interiore” non c’è Arte, ma solo banalità, sbruffonaggine, conformismo e plagio. So di essere sempre troppo drastico, ma in questo caso direi proprio che chi sostiene il contrario… non capisce un beato cazzo.
    p.s. sui Beatles sto con Alberto: John Lennon tutta la vita. E in seconda battuta… George Harrison! 🙂

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  4. Mi hai fatto tornare in mente un vinile a manovella contenuto in un cartoncino: “Ciao, sono la nuova Fiat Uno. Tu forse non mi conosci ancora, ma io so che stai cercando un’auto come me. Vieni a trovarmi presso le concessionarie e succursali Fiat, riceverai tante informazioni su di me e anche un simpaticissimo regalo. Se poi deciderai di acquistarmi sappi che per la tua auto ti verrà offerto un prezzo molto alto, anzi altissimo. Vieni presto, ti aspetto. Ah dimenticavo, se vieni con gli amici c’è un bel regalo anche per loro. La tua UNO”

    Lo ricordo ancora a memoria perché avrò girato quel vinilino un milione di volte, a velocità diverse, conferendo intonazioni ora concitate ora cavernose ed inquietanti alla ‘mia’ UNO.

    Quanto alla perla di Labuan mi è capitato recentemente di incontrala ad un evento nazionale di nuotatori di altri tempi (master): era al blocco di partenza proprio a fianco della moglie di un uomo che scattava le fotografie, vicino a dove ero io.

    Nonostante gli anni resta innegabilmente una gran bella donna! Nuota per una squadra di Roma…

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