Una nuova avventura

Sono in treno e mi sto lasciando alle spalle Trieste, due giorni di sole, pranzi in giardino, colazioni sotto un ciliegio, capriole in acqua con Matija, letture sui sassi spigolosi della piccola spiaggia di Santa Croce, tra austriaci e vecchie coppie triestine, e vado verso la torrida Padova, gonfia e immobile nella sua afa estiva, una città che in agosto sembra galleggiare dentro a un sacchetto pieno di acqua calda. Il vagone dondola, sferraglia, passa attraverso il Carso selvatico e un po’ desolato, con le sue piante basse e l’erba già arsa dal sole; da un finestrino rivolto a nord ovest, osservo una porzione di cielo che ha assunto una spaventosa gradazione di blu, qualcosa a metà strada tra il piombo e la notte; le cime degli alberi più alti, come quei cipressi tutto attorno a un cimitero scalcagnato (le mura esterne di queste irreversibili case di riposo sono sempre dimesse, svelando l’inganno degli interni appena un po’ più sontuosi), vanno su e giù come le fiamme di una candela, e le viti, disposte con ferrea disciplina lungo filari infiniti, sembrano attendere l’arrivo di quel finimondo annunciato. Qui dentro, invece, le poltrone blu sono ancora tutte vuote. Di solito bisogna aspettare di arrivare alle località di mare, perché si riempia: allora, sale su una rumorosa orda di ragazzi e ragazze con i pantaloni corti, le unghie colorate, le canottiere senza maniche, le infradito Hawaianas, gli zainetti della North Face o della Eastpak, le magliette della Nike, le tette, gli occhiali da sole tenuti sulla testa come cerchietti, i tatuaggi, l’odore dolciastro di creme solari mescolato a quello più acre delle magliette sudate e di biancheria mal lavata, i cellulari collegati a casse bluetooth, e la pelle tutta scottata.

È sempre incredibile il grado di quiete che due giorni di vacanza riescono a regalare. Sono arrivato sul Carso venerdì sera, in preda a un’agitazione insensata. Cinque giorni di lavoro, dei quali due passati a risolvere una sequenza inaspettata di problemi gravissimi (gravissimi nella particolare scala di misura lavorativa, non in senso assoluto), avevano creato il solito casino cerebrale nella mia testa. Lo scorso autunno, in un novembre che ora mi sembra irreale, nel suo cupo grigiore, ma al quale presto dovrò, per l’ennesima volta, prepararmi, avevo letto un saggio che elogiava l’ozio da un punto di vista neuronale: che faccia bene alla mente, diceva l’autore, un neurologo americano, lo si può dimostrare perfino con una risonanza magnetica. Ci sono aree del cervello che, pare, si mettono in moto solo quando la mente è libera di divagare, quando non deve risolvere problemi concreti, tipo capire la relazione tra il crash del modulo MSVCR120 e il freeze dell’engine, quando, insomma, se ne sta tranquilla a cazzeggiare per i fatti suoi; e queste aree, che se ne stanno spente come fossero morte durante l’attività lavorativa, hanno a che fare con la rielaborazione dei ricordi, e (quindi, mi verrebbe da dire) con la definizione della propria identità. Meno ozio uguale meno . E infatti venerdì pomeriggio, mentre risalivo l’Italia al contrario, con il muso della macchina puntato a est, avevo un io un po’ sparpagliato, simile a un piatto mal servito di frattaglie di personalità; i numerosi pensieri seguivano percorsi indipendenti, messi in moto da accidenti occorsi durante la settimana. Nell’incessante conflitto tra contingente e trascendente, il primo aveva avuto di gran lunga la meglio. Ma quando il cane di mia suocera mi è venuto incontro, saltando alla sua solita maniera, mostrandomi, con tutti i gesti esagerati di cui è capace un cane, la sua felicità nel rivedermi dopo tanto tempo (dove tanto tempo per lui indica un intervallo compreso tra la mezz’ora e i tre anni), il me stesso, seppure con molta lentezza, ha iniziato a ritrovare la propria serenità.

Dopo cena, ho letto per più di un’ora, nonostante la stanchezza. Ho un libro molto bello, tra le mani, finito giusto un quarto d’ora prima di prendere questo treno. Per quanto mi riguarda, i libri belli sono quelli che ti costringono a pensare con la loro voce. Il mio personale Olimpo di scrittori dovrà presto accogliere una nuova divinità la cui voce, non è un caso, è stata avvicinata a quella di Nabokov, e che Martin Amis, altra creatura ultraterrena, considera un genio. Il problema di questi autori è che mi fanno dormire male, specialmente all’inizio, durante le laboriose manovre di avvicinamento. Spengo la luce, chiudo gli occhi, e la mia voce interiore inizia a oscillare attorno alla particolare vibrazione del libro appena chiuso, cercando di entrare in risonanza con quella; ecco quindi che tento, faticosamente e in modo del tutto indipendente dalla mia volontà, di raccontare la giornata trascorsa, o il progetto per quella successiva, come se fosse quel particolare scrittore ad averla inventata. Assomiglia all’estenuante e dissonante tentativo di un ragazzo che, davanti al pianoforte, cerca, attraverso approssimazioni successive, gli accordi di una canzone che ha appena ascoltato, o ai tentativi, via via sempre meno goffi, di un ballerino che prova a cogliere il segreto di un’elaborata coreografia. Cosa rende una voce quella voce? La mia testa se l’è domandato febbrilmente per tutta la notte; mi sono svegliato con la sensazione di non aver chiuso occhio.

Al mare, la mattina, c’era un’acqua quieta, quasi ferma. Un cormorano, che quando se ne sta in acqua assomiglia a un’anatra, solo più magra e più scura, andava su e giù davanti alla costa; dopo essersi guardato intorno con occhi di rettile (un movimento della testa sistematico e sempre uguale, che gli consentiva di osservare, in tre momenti ravvicinati e distinti, i quattro punti cardinali), si immergeva per diversi secondi, per poi risbucare, una decina di metri più in là, con qualcosa tenuto fermo nel becco. Sembrava del tutto disinteressato alla presenza degli esseri umani, alle loro teste pelate che uscivano all’improvviso dal nulla, alle urla dei bambini (un neonato con il pannolino e un berrettino in testa, che la madre voleva a tutti i costi far innamorare del mare intingendolo a viva forza nell’acqua gelida, piangeva come quei maiali che vengono trascinati verso il macello, disperatamente consapevoli della fine che li attende), alle onde cosi solide e limpide da sembrare di tormalina che alcuni motoscafi sollevavano sfrecciando da un lato all’altro del minuscolo golfo. Io leggevo, ancora quel libro, mentre la mia dannata voce interiore non smetteva di tentare di carpirne la combinazione segreta; Dunja, accanto a me, un po’ leggeva il suo (un corposo romanzo storico sulla Cina del diciannovesimo secolo) e un po’ si buttava in acqua a prendere il fresco, e a nuotare: la vedevo passare da lontano, veloce ed elegante, con il suo piccolo chignon sulla testa e le braccia lunghe che mulinavano tra il mare e il cielo azzurri. Davanti a me, c’era una coppia sulla sessantina (anche se mi rendo conto che mano a mano che passano gli anni la mia capacità di determinare l’età delle persone sopra i cinquanta risente del mio tentativo di allontanare da me i segni della vecchiaia) che cercava di prenotare una cena al ristorante da Rui – così mi è sembrato di capire. Uno dei due telefoni della signora non aveva più credito, e la cosa le è sembrata così disdicevole, e imbarazzante, che si è sentita in dovere di spiegarmi, seppur non direttamente – parlava al marito a una voce così alta, e con un tono così poco famigliare, da non lasciare dubbi su chi fosse il destinatario di quella tiritera –, il motivo per il quale era rimasta senza soldi (un motivo così stupido per giustificare una cosa così banale, che non mi va nemmeno di riportarlo). Nondimeno, mi è sembrata una donna la cui intelligenza era andata in qualche modo sprecata: parlava con proprietà di linguaggio, e un certo acume, ma di cose sciocche. Sotto il lettino, che si era trascinata dalla macchina parcheggiata un chilometro più su, ho sbirciato il titolo del suo romanzo per l’estate, e mi dispiace non essermelo segnato, però mi pareva molto significativo: era qualcosa tipo “Non piangere più signora” e in copertina c’era una donna con uno sguardo folle e spiritato, e un ampio cappello rosa in testa. Chi potrebbe pronunciare la frase del titolo del libro, se non una cameriera nera rivolta alla sua padrona? Pochi minuti dopo, come in una commedia francese, sono entrati in scena due pescatori, di quelli con la muta, il boccaglio e il fucile; ci sono passati proprio davanti, e uno dei due teneva sulle spalle un pesce lungo più o meno un metro e venti (ho preso le misure confrontandole con quelle del suo corpo: la testa della bestia era più in alto di quella del suo assassino, e la coda, quella pinna biforcuta che non l’avrebbe più spinto tra i flutti del mare, arrivava quasi alle ginocchia). La signora ha detto la marito, un uomo pelato e dall’aspetto pragmatico: “oh, è ancora vivo”. Il pescatore, infatti, camminando, urtava con le gambe il corpo morto del pesce, dandogli una qualche parvenza di vitalità. Il marito, paziente, ha provato a spiegarle che era solo un’impressione e lei è rimasta a lungo indecisa se credere alla verità evidente di quello che stava succedendo, o continuare a dare credito alla propria fantasia, che aveva donato a quella ridicola passeggiata un pathos narrativamente interessante.

Poco più in là, seduta con il culo in acqua e tutto il resto fuori, una signora con i capelli grigi e la faccia di una fumatrice accanita, si stava grattando un piede con la sabbia nera che si trova lungo il bagnasciuga, tra i sassi; passava quei granelli duri e appuntiti tra le dita, sfregando quasi con violenza, come se fosse impegnata in un rituale di una qualche religione. E mentre la guardavo (io nel frattempo ero sceso in acqua e le onde, che avevano già coperto le mie ginocchia, ora si preparavano all’assalto di quelle zone del corpo molto più sensibili al freddo), mi è tornato in mente un ricordo ben preciso della mia infanzia, qualcosa che, pur non cambiando radicalmente la storia della mia vita, aggiungeva un dettaglio significativo, quasi rilevante, che mi emozionava, perché quell’atto involontario assomigliava davvero a una piccola resurrezione. Era stata la signora che si grattava i piedi a richiamare in vita quella minuscola scheggia della mia vita? E mentre la guardavo, baloccandomi con quel passato improvvisamente ritrovato, pensavo anche che, vista l’età avanzata, e il colore grigiastro così poco promettente del suo viso, quello dei piedi poteva essere considerato un problema secondario, di scarsa importanza: nei prossimi dieci anni, ne ero sicuro, si sarebbe trovata a dover affrontare il problema per eccellenza, lasciare il mondo in modo non troppo drammatico e capire se era possibile trovarsi qualcos’altro da fare, in uno dei tanti paradisi promessi dalle diverse religioni. Ma subito dopo la donna si è messa in piedi – e anche così non faceva una bella impressione – e si è tuffata in due secondi nel mare, proprio davanti a me che tentennavo da un quarto d’ora sul sottile confine che separa le parti basse da quelle alte del mio corpo umano, e si è messa a fare una serie di bracciate a stile libero così velocemente, con una tale eleganza, e respirando così di rado (anche otto bracciate consecutive prima di tirare fuori il viso, spalancare la bocca, aspirare l’aria, e ributtarsi sotto), e arrivando così lontano in così poco tempo, che mi sono dovuto ricredere. Quella donna stava bene, eccome; ma quell’improvviso mutamento del destino che avevo immaginato per lei mi ha fatto perdere di colpo il ricordo che per decine di anni se n’era rimasto nascosto in chissà quale anfratto della testa e che sotto il sole splendido di quella mattina era tornato a brillare: aveva fatto, quel brandello del mio passato, come uno di quei pesciolini che ogni tanto vedevo guizzare davanti a me, per un attimo fuori dall’acqua, e poi di nuovo nel profondo del mare. Me ne sono tornato sconsolato verso la riva, che nel frattempo si era riempita di altre famiglie, e mi sono rimesso a leggere, sotto un sole sempre più alto; uno dei due miei occhi, però, con un movimento al di fuori del mio controllo, forse residuo di istinti primordiali, o comunque più giovanili, scandagliava i corpi distesi accanto a me nel raggio di una cinquantina di metri, mandando un segnale di natura elettrica ogni volta che intercettava il rilievo di un capezzolo o l’ombra del solco che separava due natiche abbronzate. Non saprei dire se questo radar è in dotazione ai solo maschi – se solo loro convivono con questo armamentario rettiliano; di certo, so che agisce dentro di me con imbarazzante intraprendenza. La perdita, suppongo irreversibile, del ricordo che la donna che si grattava il piede, la falsa moribonda, aveva fatto scaturire è stata poco dopo compensata da un altro ritrovamento, meno eclatante ma comunque significativo: nel libro, infatti, ho trovato un dettaglio al quale non ho fatto più caso, e cioè che i cinema di una volta (dove di una volta arriva fino a una ventina di anni fa) esibivano un sipario di velluto, tipicamente di un rosso cupo o di un verde palude, ai bordi dello schermo, retaggio di quando quelle sale erano dei teatri.

È passato del tempo. Ho visto il cormorano volare, sul pelo dell’acqua, le ali larghe e scure, il collo lungo. A mezzogiorno siamo risaliti lungo la stradina che dalla spiaggia portava alla macchina, cinquecento metri con una pendenza assurda, pieni dell’odore caldo e nauseante delle frizioni bruciate delle macchine che, come in un balletto o in un duello, si fronteggiavano nei tre metri di carreggiata. A casa, pranzo in giardino, con il cane di mia suocera impegnato nella sua questua pelosa, abbiamo mangiato cevapcici con l’ajvar e cipolle crude. Abbiamo riposato nella perfezione soporifera delle ore post-prandiali, e poi siamo scesi di nuovo verso il mare, un’altra spiaggia, questa volta, più attrezzata, piena di gente. Matija si è tuffato più volte. Di nuovo, abbiamo fatto capriole. Si è preso un Magnum double non so cosa, lui che può mangiare qualsiasi cosa senza mettere su un grammo. Siamo tornati verso la mamma – mia moglie, della quale la presenza di bambini fa prevalere l’aspetto materno – e siamo stati un po’ là a oziare. Sentivo i ricordi che tornavano, e con loro qualcosa di intimo e privato, pezzi di me che il frastuono delle giornate perse davanti a un computer aveva sopraffatto. Ho guardato verso il mare: in quello specchio dorato (il sole era ormai prossimo al tramonto) galleggiavano decine di teste di esseri umani, e sembravano boe fissate al fondo attraverso corpi invisibili. Da lontano arrivavano le urla dei bambini che non si volevano fare la doccia. È stato allora che ho sentito che è arrivato il momento di scrivere un nuovo romanzo. Provo un imbarazzato fastidio quando qualcuno racconta il dietro le quinte di un lavoro non ancora finito – sono a pagina 100, e il mio personaggio principale ha preso il sopravvento, cose così – o, peggio, di un libro non ancora iniziato, come se con quella esternazione volesse costruire una sorta di biografia ad anteriori, se così si può dire. Ma non è di questo che sto parlando: quello che sto cercando di mettere a fuoco è il misterioso processo che porta da un’idea vaga, dai contorni indefiniti, un nocciolo di ciliegia che sta in una mano, fino a quell’urgenza improcrastinabile di “buttare fuori qualcosa”. Le metafore, con la loro aspirazione di trasformare, in meglio, il mondo, ingannano; inganna quindi anche questo mio dire che progettare una storia è come una gravidanza che si sviluppa secondo un percorso preciso: il piccolo embrione, le prime nausee, il cuore che inizia a battere al trentesimo giorno, gli occhi che si schiudono, le mani che piano piano si staccano dal tronco grezzo e si protendono verso il mondo; e poi quel peso e quella speranza così indissolubilmente intrecciati, il desiderio fremente di scrivere la prima parola e allo stesso tempo una voce che continua a ripetere “ancora un po’, solo ancora un po’”, sapendo che ogni cosa matura secondo regole naturali che non governiamo… Inganna, certo. Ma qualcosa di vero lo dice. Questi due giorni passati a Trieste, tra le persone che amo, immerso in una natura violenta e abbacinante, con la mente impegnata nel suo lavoro di ricostruzione delle lingue altrui (il libro poi l’ho finito, meraviglioso; e la mia voce interiore si è messa serena quando ha sentito di aver trovato la frequenza giusta), tutte queste ore di ozio hanno fatto cadere finalmente il frutto. Inizia una nuova avventura.

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