Il testimone

Non ho mai visto onde così alte, nemmeno a Tarifa, centro europeo dell’Europa, capitale dei suicidi – c’entra il vento? – dove ero capitato per caso nel 2003, dopo un lungo e caldo giro nel cuore della Spagna, in una giornata con il cielo color seppia, il mare fermo e livido, esausto. Qui invece c’é il sole e l’acqua azzurra come uno se l’aspetta il giorno di ferragosto. E ci sono le onde, alte, imponenti, spumeggianti. Quando arrivano, sollevano esseri umani galleggianti, che per un attimo vedo sospesi dentro a un’onda, come certi mammut trovati nei ghiacciai, fotografati nella loro impassibile immobilità.

Quando l’onda si abbatte sulla riva sassosa è come un gigante che si schianta: poi, subito dopo, ancora più spaventoso, il rumore dei ciottoli risucchiati indietro. È come un rasoio che fa pelo e contropelo, questo mare arrabbiato per chissà cosa. E noi ci tuffiamo nella sua potenza minacciosa, per il piacere della sfida, per la primitiva goduria di non avere peso, un ricordo antico di quando eravamo pesci, o uccelli – così diversi dai bipedi goffi che ogni giorno combattono contro la forza di gravità.

Prima sono entrati i miei figli, e hanno passato un pomeriggio a sfidare quei giganti in movimento, a prenderli a testate, a frangerne i flutti, a esserne travolti rovinosamente – un combattimento impari nel quale lo scopo non era stare in piedi ma cadere e ogni volta rialzarsi. Sono stato a guardarli per un po’, facendo qualche foto mentre finivo un libro che, per una bella coincidenza, si intitola proprio “Il mare”: l’avete letto?

Il secondo giorno sono sceso anche io in acqua. Volevo nuotare con loro, essere con loro – mi rimproverano, con una certa frequenza, e a ragione, la mia distanza dai loro momenti di gioco. A fatica ho superato i primi metri, quelli più difficili, quando il mare ti arriva alle ginocchia e ogni cinque o dieci secondi cerca di toglierti il terreno sotto i piedi. Poi ho nuotato sotto un sole bellissimo. Le onde, che distanti dalla riva non avevano spuma e risucchi, mi sollevavano di uno o due metri, dolcemente, nascondendomi per qualche secondo la vista delle teste dei miei figli. L’acqua era bella e fresca e io stavo bene.

Poi ho deciso di tornare a riva. Dopo qualche bracciata mi sono reso conto che il movimento delle onde era duplice; alla fragorosa spinta verso terra ne corrispondeva una silenziosa e più profonda che mi spingeva fuori. Mi sono dovuto sforzare più del previsto per avvicinarmi alla riva, e quando ci sono finalmente riuscito, con una fatica direttamente proporzionale agli anni di inattività sportiva, ero senza fiato, e avevo male dappertutto, e il grosso doveva ancora arrivare. Le onde erano aumentate in ampiezza e frequenza, o così almeno mi è sembrato; e a una quindicina di metri dalla salvezza, ho iniziato ad andare sotto: l’onda mi schiacciava, come se mi avesse voluto tirare uno scappellotto neanche tanto affettuoso (a un tizio, a un francese che assomigliava al tenente Smith di Matrix, un’onda ha tolto gli occhialetti che indossava), io uscivo e subito ne arrivava un’altra, e così per un lungo interminabile minuto. Non riuscivo a mettermi in piedi. Poi è arrivato Jurij, il mio figlio maggiore, 14 anni, un metro e ottanta, e mi ha teso una mano e siccome non bastava si è messo dietro di me, tra il mio corpo e il mare, per frangere le onde, per proteggermi. Un po’ alla volta sono tornato a riva, ripetendo tra me e me che non sarei mai più tornato in quell’ acqua.

È normale che prima o poi succeda. Che un figlio superi suo padre in qualcosa. Non è forse questo l’obiettivo di tutti questi sforzi paterni, la nostra speranza? La sua crescita inarrestabile, l’esuberanza adolescenziale, il coraggio talvolta incauto, quella voglia di sfidare il mondo per mangiarselo… e dall’altra parte, di qua, un corpo che ha passato da un pezzo il periodo del suo massimo fulgore (che io ricordo comunque come breve e tutto sommato modesto), e anni di lavoro d’ufficio accompagnati da quella promessa mai mantenuta che presto avrei ripreso a fare sport… E’ qualcosa di orribile quello che il tempo fa agli esseri viventi, da un certo punto in poi: li cinge d’assedio, li colpisce, li lavora come una pialla silenziosa e paziente, un’ora alla volta, togliendo tutto, lentamente, senza fretta. Jurij ogni mattina si sveglia scoprendo un nuovo muscolo, con la sensazione di stare sempre meglio; io inizio a rotolarmi nel letto che non è ancora arrivata l’alba, e mi domando: cosa non funzionerà a dovere, oggi? Anche nella spiaggia sassosa, in questa piccola ansa che si apre nella lunga costa ligure, il mondo umano che se ne sta disteso tra i sassi, o salta e grida e nuota nel mare, parla attraverso frequenze che non mi riguardano più: turgori, pelli luminose, qualcosa di simile alla perfezione, e futuri dai quali sono escluso. Non è vero che il cuore si adegua agli anni che si accumulano: si rassegna come può, soffocando la tentazione di lasciarsi andare alla disperazione, talvolta ingannandosi da solo, talvolta sognando chissà che cosa.

Schiacciato sotto l’impeto delle onde, non ho rischiato la vita nemmeno per un secondo, anche se ci sono stati attimi di incontrollato sgomento. Ma oggi mi è stato chiaro che Jurij avrebbe potuto salvarmi da quel disastro, e che io non sarei mai riuscito a salvare lui. Quindici agosto del duemiladiciotto: passaggio del testimone.

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10 risposte a "Il testimone"

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  1. A parte i complimenti doverosi…non c’entrerà niente ma l’ho letto ascoltando Sentimento nuevo di Battiato e mi è quasi mi è scesa una lacrima…bohhhh, Buon ferragosto!!!

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  2. Più che coinvolgente. Stamani leggevo su FB la definizione di figlio di Saramago …e mi sembrava bella, bellissima, condivisibile…. troppo. Io ho una figlia di nemmeno undici anni, sicché il testimone, a rigor di termini, non l’ho passato; eppure quella muta consapevolezza, quello sgomento momentaneo tra le onde, quell’autentica ambivalenza di sentimenti (il figlio non ti appartiene ma avverti con ineffabile tristezza il suo esser altro da te) ha smosso le mie corde meno visibili, come quelle onde descritte.

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      1. Caro Paolo, eccola: Un figlio è un essere che Dio ci ha prestato per fare un corso intensivo di come amare qualcuno più che noi stessi, di come cambiare i nostri peggiori difetti per dargli migliore esempio, per apprendere ad avere coraggio. Sì. È questo! Essere madre o padre è il più grande atto di coraggio che si possa fare, perché significa esporsi ad un altro tipo di dolore, il dolore dell’incertezza di stare agendo correttamente e della paura di perdere qualcuno tanto amato. Perdere? Come? Non è nostro. È stato solo un prestito. Il più grande e meraviglioso prestito, siccome i figli sono nostri solamente quando non possono prendersi cura di sé stessi. Dopo appartengono alla vita, al destino e alle loro proprie famiglie. Dio benedica sempre i nostri figli, perché a noi ci ha benedetto già con loro.

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