Riverbero

Ogni tanto, si gira per lavoro e poiché è passato ormai da un anno il tempo in cui ero fuori quasi tutte le settimane, posso consentirmi il lusso di accogliere questi sporadici cambiamenti con una certa dose di serenità. Ora, ad esempio, mi trovo in un residence nel cuore della Brianza, ai confini estremi di una piccola e operosa città, e mi sono rintanato in una specie di appartamento dotato di cucina, bagno con doccia e idromassaggio, un grande lettone matrimoniale del quale userò solo la parte che sceglierò nel momento in cui mi deciderò di andare a dormire. Non mi serve a nulla, tutto questo spazio; non mi serve neppure il suo arredamento moderno, o i colori caldi dei suoi freddi mobili, e neppure gli accorgimenti domotici sparsi in giro per le pareti – tasti da sfiorare per ottenere luci soffuse, cambiamenti climatici, aria fresca per sopportare la notte.
Dopo una giornata di lavoro, passata al piano meno uno della sede dell’azienda per la quale lavoro, tra persone che potrei definire, in taluni casi, degli “amici”, se non altro per tutto quello che abbiamo affrontato insieme – per esserci visti nei momenti più complicati delle nostre vite – mi sono messo nel terrazino della mia finta casetta a pian terreno, a guardare fuori. Razionale e ben curato, questa propaggine esterna si affaccia sul parcheggio del residence; un po’ più in là, c’è un bosco di alberi mossi dal vento, che le piogge dei giorni scorsi e il sole di oggi mi fanno vedere in alta risoluzione. Aguzzando un po’ la vista, usando tutta la potenza dei miei occhiali con le lenti progressive (che mi consentono, in base all’angolazione, di vedere attraverso i muri o di cantare come Ray Charles), riesco a vedere il tremolio delle foglie; se ci fosse qui Dunja, con me, mi direbbe il nome di ciascuna di quelle piante, riconoscendole da dettagli che per me sono del tutto irrilevanti: quelle creature verdi e silenziose sono, per me, come i camerieri cinesi di un ristorante Sushi, uguali tra loro e sempre gentili. Da sinistra, arrivano tonfi secchi di legno, e un brusio sordo di ruote: se mi sporgo un po’ (e non corro alcun rischio, nel farlo) vedo le teste di alcuni ragazzi che volano con i loro skateboard in una pista che, evidentemente, è stata costruita qui vicino; a destra, invece, c’è un motel che, immagino, inizierà ad animarsi verso sera. Questo luogo, innestato senza troppa arroganza in un pezzo di Lombardia ancora verde, ha l’irrealtà degli alberghi sul mare, di un convento votato a una religione inesistente, di una prigione americana ben organizzata. Ma affacciato al pian terreno, vedo soprattutto cielo azzurro, nessuna nuvola, un areo bianchissimo, lontano e banale che va da una parte all’altra dell’orizzonte, una farfallina marroncina che batte le ali davanti a me, ridicolmente felice, come se il mondo non se la volesse mangiare, e vibrazioni misteriose, e su ogni cosa la luce calda di un sole che si sta preparando per andare a nanna, per poi risvegliarsi più a ovest, dall’altra parte del mondo. Passano anche due bambini scuretti, forse indiani, che camminano con molta circospezione sulle grate che danno sul parcheggio sotterraneo; la piccola tiene in braccio una specie di serpente giallo e peloso, e il piccolo è tutto spettinato. Vanno avanti per qualche metro, e poi tornano indietro: da qualche parte li aspetta la mamma.
E mentre me ne sto qui, a guardare questa fettina di Terra nel quale mi trovo per un caso assoluto, infliato in uno spicchio minuscolo senza nome, sento un riverbero, una corrispondenza misteriosa tra quanto mi circonda e il mondo che ho dentro. Da qualche parte avevo letto che la nostra mente si forma attraverso la relazione con la realtà nella quale siamo immersi e con la quale interagiamo: non è un processo astratto, la mente, o il cuore che la sostiene; nè un insieme, per quanto complicato, di algoritmi, simili a quelli che governano, che so, Facebook o un motore di ricerca; ma piuttosto una parte del tutto. Quegli alberi là in fondo che ondeggiano lentamente, e il mio cuore, non appartengono a universi distinti. La materia è la stessa.
Lo ammetto. Non ho mai capito in cosa consista, praticamente, l’anima. Credo che se ne sia parlato troppo, e per troppo tempo, cercando risposte che forse non è possibile formulare – o almeno non nello stesso linguaggio che usiamo per gestire le transazioni finanziarie, per definire un triangolo, per creare la politica di un paese. Tuttavia, senza avere capito in cosa consista questa dannata anima, sento in qualche modo di possederne una; sento, con gioioso sgomento, di custodire un mondo, dentro di me, tanto grande e vasto quanto il mondo che sta là fuori, e del quale, forse, questa lucetta non è che un luminoso riflesso. Io esisto. Non è una scoperta meravigliosa, quando ci accorgiamo di questo miracolo? Non è splendido dire questa semplice formula? Io esisto, sono qui, in questo residence che sembra un’ordinata prigione; sono un minuscolo punto che non significa nulla e nondimeno sono molto più di questo – più della pista di skateboard, della processione di auto che presto vedrò passare qui davanti, più del preciso momento, e dello spazio esatto, in cui vivo.

Più tardi, io e i miei colleghi, anche loro infilati in appartamenti simili al mio –  mega trasferta – siamo andati a mangiare. Per pigrizia, e forse un po’ di gola, abbiamo scelto una steak house che fa anche panini, sotto un palazzo alto venticinque piani, ai margini di un centro commerciale con multisala, in una piazzetta che di giorno viene invasa da impiegati, quadri e dirigenti e che di sera se ne sta mezza vuota, taciturna, ancora calda. Ci hanno messi dentro a un teepee. La cameriera era simpatica, piccolina, con gli occhi azzurri, ricciola e schietta, mossa da un’inclinazione verso gli altri che faceva intuire una certa fiducia nel prossimo. Accanto a noi c’era una famiglia – i genitori sulla quarantina, due figlie con meno di dieci anni che hanno preso un panino a testa, con molte patatine. Su un televisore in alto c’era la partita della Roma con l’Atalanta; la bambina un po’ più grande domandava a suo padre informazioni su Ronaldo: è davvero il giocatore più forte del mondo?? E gioca alla Juve?? Era incredula che fosse toccato un simile onore a una squadra italiana. Allora suo padre gli ha spiegato che è costato un sacco di soldi: cento milioni, ha detto, ma non sono convinto che la bambina abbia realizzato quanto fossero, in concreto, tutti quegli euro. Solo un numero grande. Ma se ne stava comunque assorta di fronte alle conoscenze che il suo papà possedeva: si affidava in tutto e per tutto a quell’uomo che l’aveva messa al mondo.
E’ arrivata la carne – Cherokee, media. Io, però, non smettevo di girare lo sguardo verso quella famiglia, ed è tornato il riverbero, complice, forse, la birra che stavo bevendo: mi è sembrato di poter sentire – non vedere, perchè i sentimenti non hanno forma: di sentire con un organo che sta sotto le spalle, lungo la spina dorsale – i sentimenti che circolavano tra quelle quattro persone di età così diverse. La madre pareva molto buona – ogni tanto allungava una mano per accarezzare le sue figlie; il padre versava l’acqua alle bambine (lui, una bottiglietta di birra); tutti avevano l’aria di essere tornati da poco dalle vacanze; e ridevano tutti e quattro, per quella felicità semplice che hanno le famiglie normali come la mia. Un giorno Nietzche aveva abbracciato piangendo un cavallo frustato da un tizio che guidava una carrozza, a Torino, e che per questo lo avevano rinchiuso in un manicomio da cui non era più uscito; io, nel mio piccolo, mi sarei alzato e li avrei abbracciati uno a uno.
Mentre finivo la birra, la cameriera ha portato loro un dolcetto piccolissimo, rotondo, al cioccolato, con una candelina sopra: ecco spiegato il motivo di quella cena, la figlia più grande, che poteva avere nove o dieci anni, compiva gli anni! La mamma ha preso un telefono con una custioda glitterata, che immagino non fosse il suo, si è alzata in piedi e prima di scattare una foto alla piccola che soffiava per spegnere la candela le ha detto: “esprimi un desiderio!”. Cosa può desiderare una bambina di quella età? Le scarpe delle Winx? Un nuovo zaino? Il bacino del compagno di classe del quale è sempre stata innamorata?
Finito il dolcetto, la bambina ha chiamato qualcuno, che credo fosse la nonna. E’ stata due o tre minuti con lei; poi ha passato il telefono alla mamma, che ha parlato per un quarto d’ora. Li ho guardati mentre se ne andavano. La grande aveva una felpa con Minnie, la piccola qualcosa di simile. Oh, Nietzche, Nietzche e il tuo cavallo! E la mia famiglia. I loro cuoricini. Lo sforzo di due adulti di fare felici quelle piccole creature, ogni giorno della loro vita.

E adesso sono di nuovo nel residence, che ora è immerso nel buio e nel silenzio. Tornando ho notato dei palazzi che stanno costruendo qua davanti. Sopra di loro c’è un enorme gru, immobile, muta, stolida. Sembrano piante che crescono da sole. Dentro la camera c’è un freddo cane, e nonostante tutta questa tecnologia, o forse proprio per questo, non sono riuscito a capire come diavolo si regola la temperatura dell’aria condizionata. Mi sono messo sul tavolino della piccola cucina, una cosa in stile americano, con un trespolo per sedersi. Apro Facebook, e trovo i soliti terribili discorsi di questi giorni. Una valanga di idiozia che finirà per travolgerci. C’è stato un tempo in cui ero divorato da passioni isteriche. Era come avere due o tre criceti che correvano senza sosta dentro una ruota: il lavoro, lo studio, il desiderio, forse la politica a sprazzi. Mi toglievano il fiato. Sviavano i pensieri. Monopolizzavano ogni cosa. Con gli anni qualcosa è cambiato. Due o tre anni fa, quando ancora avevo un ricordo preciso di quelle voglie, pensavo che si fosse affievolito uno spirito vitale, che io avessi perso qualcosa. Può essere che sia così. Oppure qualcosa è davvero cambiato. Le cose del mondo sembrano diventate meno importanti. Non so quale fosse il filosofo stoico che diceva che vivere assomiglia al lento avanzare di un cane legato a un carro: puoi scegliere di tirare a ogni passo la corda, di opporti con le tue misere forze a quel viaggio, oppure puoi decidere di assecondare il tuo destino, rilassarti e guardarti attorno. Se mi guardo dentro, se dimentico per un attimo le preoccupazioni contingenti, quelle passate, le presenti e le future, vedo un cuore insolitamente stupido, per certi versi ingenuo ma irrimediabilmente felice per il semplice fatto di essere al mondo. E quando c’è il sole come oggi, e tutto entra in risonanza, mi pare che quella felicità pervada ogni cosa: si infiltra negli interstizi degli oggetti, tra le foglie, in mezzo ai tavoli di un orribile steak house, nel parcheggio di questo ospizio. Non so se esiste l’anima – se esiste qualcosa di simile in me o negli altri – ma oggi ho provato come una fortissima impressione di eternità.

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6 risposte a "Riverbero"

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  1. Mi aveva già colpita la sintonia che avevo sentito leggendo il post in cui parlavi dei fratelli (e del piacere di ricordare, e della musica, e dell’istante o in cui certe cose iniziano, tracciando una separazione tra il tempo infinito in cui non c’erano e quello, altrettanto infinito, in cui ci saranno per sempre). L’avevo trovato bellissimo, e forse perché mi aveva emozionata tanto, non ero riuscita commentarlo subito. Adesso mi rispecchio allo stesso modo in tanto di quello che leggo qui: la casualità di trovarsi in un certo posto e il miracolo di “esserci” in tutti i sensi, i criceti nella ruota, quell’idea di anima, il senso della felicità che anch’io vedo in modo molto simile, la difficoltà di venire a patti con quello che sembra un “affievolimento dello spirito vitale” e si rivela poi una capacità di sentirsi “parte’ di qualcosa in modo profondamente diverso. Quello che abbiamo intorno continua a colpirci, ma non gli diamo più il potere di sottrarci il nucleo essenziale di noi stessi. Penso si tratti di questo. Il riverbero, una cosa bellissima.
    Un saluto
    Alexandra

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  2. Come nel caso della memoria (“Mi ricordo”), anche qui trovo tratteggiato sismicamente il diagramma di una scoperta, la linea della percezione del mondo. Al mio ritorno dalle vacanze, dunque, ho trovato due bellissimi doni, due peripli dell’anima (l’anima, dunque, la protagonista ineffabile del tuo “Riverbero”) che meriterebbero collocazione più ampia ma, per carità, in un sottile libretto che non aspiri ad affrancarsi stolidamente dalla sua felice frammentarietà. L’anima, dunque. Anni fa lessi qualcosa d’interessante sulla “coscienza”, di un certo Hans Blau; modalità narrative diverse ma – chissà perché- mi producono un riverbero, appunto, con te.Sono brevi, te le riporto qui di seguito

    Chi dice che la coscienza non esiste? Esiste, ma è diversa da quel che sentiamo dire. Alcuni la considerano un’entità vaga, dai risvolti moralistici; altri ostentano conoscenze da sapienti, riducendola ad apparato di cellule, come se parlassimo dei calli o delle rotule; altri ancora, scettici sulle origini religiose ma insoddisfatti dal materialismo più bruto, ne fanno un simulacro divino, condito di saggezza e tolleranza laiche.
    Che più? In realtà ignoriamo tutto. Come per la memoria e i sogni, fingiamo di sapere per rubricare entro etichette triviali quanto altrimenti sfugge a qualsiasi definizione.
    Già, la coscienza. Siamo a sproloquiare con questo termine paternalistico, dal sapore antico in mancanza di terminologie più soddisfacenti. In fondo tutto il discorso regge su questa facoltà, o viltà, o capacità, o propensione, o debolezza, o somma dignità e sulle sue materializzazioni.
    Come di consueto, a seconda di chi la usi (o, soprattutto, la rappresenti) la coscienza può condurre alla vittoria o alla sconfitta e sembra quasi perdere valore in sé, assoluto, deviando verso quel fatale relativismo cui dobbiamo, ci piaccia o meno, rassegnarci.
    Altre declinazioni della coscienza sono la bontà, lo zelo, la falsa coscienza (ma qui c’è l’aggettivo a qualificarla), il caso di coscienza (ma qui c’è il sostantivo a reggerla, questa coscienza), senza contare le derivazioni dal termine (coscienziosità) e le speculazioni del pensiero, che immancabilmente – e filosoficamente- pongono la coscienza con o contro qualcuno o qualcosa. Un mondo, insomma. Anzi, un inferno
    Cosa resta da dire. Tutto e niente, troppo vasto è il pelago che la coscienza incarna, increspato da lievi e piacevoli brezze o sconvolto da onde enormi ed appuntite di spuma o, piuttosto, teso in grandi rulli salmastri che lo agitano nella sua larghezza infinita.
    La coscienza, dunque. Appare davvero ostico darle un volto unico, un sembiante, sia pure parzialmente comune alle sue molteplici
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    manifestazioni, mentre gli infiniti richiami ad essa si rivelano vani, se non fuorvianti.
    Molti e tanti sono i pensieri che ne derivano ma, per lo più, conducono al nulla.
    Forse è proprio questa la sua caratteristica; il nulla o, adoperando un lessico tecnico e meno corrivo, nulla, semplicemente nulla.
    Infine: la coscienza finisce per mescolarsi anche alla notte, alla nostra insignificante avventura e – perché no?- a quella di una figura che s’aggira nel castello: inerme o, per contro, incapace di sentimenti umani e, per ciò stesso, crudele e determinata?

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