Cenere, di Annarosa Tonin

Nell’ambito della Fiera delle Parole, la più importante manifestazione letteraria a Padova, era previsto che io presentassi “Le visitatrici” di Annarosa Tonin ma, per cause di forza maggiore, la presentazione è saltata; per consolarci, esce qui su Grafemi un racconto dell’autrice, che rappresenta bene la sua cifra stilistica e tematica. La Tonin è una scrittrice che affronta, con coraggio e decisione, l’intricato dedalo delle relazioni famigliari o di amicizia, svelandone la trama, talvolta corrotta, che le sottende; e lo fa con una voce raffinata e attenta. Buona lettura!

 

CENERE
di Annarosa Tonin

PARTE PRIMA

Un campanello da reception d’albergo a ore e il suo trillo, deciso o appena sussurrato da tutte le mani adulte di un pranzo di compleanno. Le mani della festeggiata, tonanti quanto la sua voce sguaiata, imbevuta di vino rosso; le mani dei suoi amici, in attesa di altri regali, allusivi di altri giochi; le mani dei bambini e ragazzini, ignare di tutto ciò che non si vede, ma esiste, e figlie, nipoti, conoscenti di quelle mani adulte.
L’osteria come casa d’appuntamenti e il pranzo di compleanno come orgia d’istinti, dove il gustare del buon cibo e il bere del buon vino lasciavano l’ignoranza bambina al margine estremo della tavola, da anni erano un atto sacrilego e, per questo, invitante.
Misurare la distanza tra la sua cura nella preparazione e nell’offerta delle pietanze e il viaggio che quella stessa cura compiva dentro corpi già marciti nella loro misera consistenza era l’occupazione principale di Angelina.
Da trent’anni osservava i suoi amici ormai datati, padrona di un’osteria tipica, latrina buona per svuotare cantine e istinti, o istinti e cantine, sotto e sopra le tavole di legno, lucidate e preparate come per un matrimonio di cui era già stata decretata la consumazione violenta.
Amici e conoscenti si recavano a turno da lei, ogniqualvolta si rendevano necessari i rituali del ritrovarsi, carichi di meno cose da dirsi e molto da rinfacciarsi, senza dirselo apertamente, ma alludendo, seduti e accorti, vicino a chi poteva e sapeva raccogliere da sempre il ciarpame, senza andarlo a distribuire nuovamente in giro.
Angelina aveva compreso che quella domenica erano andati da lei per parlare di lei, sapeva che i complimenti per la sua osteria, la cucina, l’arte di accogliere sarebbero stati veleno.
Angelina avrebbe finto di accettare le parole più sguaiate e quelle più eleganti, perché sapeva che, se avesse detto la verità, l’osteria avrebbe completato la metamorfosi: sarebbe diventata latrina per sempre. Tutto il marcio prima o poi sarebbe uscito all’aria aperta, ma  non spettava a lei portare a termine la missione. Qualcun altro ci avrebbe pensato al momento giusto.
Fino al momento giusto, vale a dire quel pranzo domenicale, Angelina aveva accettato per denaro che la sua osteria fosse latrina in un tempo limitato: la cena del sabato o il pranzo della domenica. Il tempo sufficiente per attestare comunque il lento e inesorabile cammino dell’età che avanza, della putrescenza fisica e morale di un buon numero di persone.

Oggi questo strazio finirà.

Angelina sapeva che in quel pranzo domenicale i commensali adulti sarebbero diventati cenere; solo i bambini e i ragazzini si sarebbero salvati. La padrona dell’osteria sapeva che sarebbe accaduto, ma non come. Ne aveva soltanto una vaga idea.
Giunto al pranzo della domenica, alle idi di marzo, il convoglio degli amici datati, con tutte le mercanzie di dubbio gusto e fattura, si era ritrovato all’osteria “Ai tre venti”, ben distinta dal ristorante che portava lo stesso nome. Ed ecco, dunque, oltre il tempo, anche lo spazio limitato della latrina.
Certo, non si poteva fare a meno di festeggiare una cinquantenne. Dai suoi vent’anni il rito si perpetuava; dunque, perché cambiare, anche se si era cambiati?

Erano state compagne di scuola: Angelina, la padrona dell’osteria e del ristorante, Emma, la festeggiata, a cui avevano regalato il campanello da maîtresse, l’unico dei regali ad essere scartato prima che il convoglio entrasse e iniziasse a mangiare, e poi Piera, l’amica indissolubile della festeggiata, i cui occhi schizzavano inquietudine e insonnia a qualunque ora del giorno.
Angelina era alta, di una magrezza simile alle donne di Egon Schiele, i capelli lunghi e in buona parte bianchi, un aspetto da signorina Rottermeier che a lei, tutto sommato, non dispiaceva. Aveva l’ossessione per il controllo e di questo ringraziava ogni giorno la sua etica profondamente calvinista. Gli abiti da governante, però, non li aveva mai considerati. Angelina amava le belle cose fatte bene.
Hanno più anima di me. Riconoscerlo non le era stato difficile. In fin dei conti, essere esigenti con se stessi evita lafflizione di dover venire a patti con la propria coscienza.
La festeggiata, piccola e di corporatura tarchiata, la carne diafana e la voce roca, si riteneva ancorata all’immagine riveduta e corretta di Dona Flor; non accettava i consigli del convoglio a rifarsi una vita, a lasciare l’uomo con cui aveva in comune una figlia e accompagnarsi a uno che le riaccendesse l’esistenza. Il punto era che la festeggiata non disdegnava l’idea della propria vita riaccesa, ma l’avrebbe voluta illuminare come se la figlia, relegata a un lembo della tavola, non fosse mai nata.
Il convoglio conteneva l’aspirante sostituto accompagnatore, che si era presentato carico del dono trillante, avendo colto da tempo il desiderio di Emma, la cui figlia dalla spiccata curiosità e i capelli rossi, raccolti in trecce come Pippi Calzelunghe, era nata da nove anni e stava lì a guardarli per poi abbassare la testa e cercare l’abbraccio di Angelina.
Al convoglio, quella domenica, mancava il padre della bambina, l’unico che Angelina Rottermeier ritenesse idoneo a una conduzione seria e costruttiva di quell’esistenza infantile.
La padrona dell’osteria abitava il cuore di Pippi Calzelunghe e per questo il convoglio gliela stava tenendo lontana. Sì, perché alla tavola era stata invitata anche lei e lei aveva accettato, per poi pentirsene. Le avevano riservato un posto centrale per tenerla d’occhio senza parlarle. Angelina avrebbe sostato lì per un tempo limitato, quanto bastava perché qualcun altro, a un certo punto della messa in scena, prendesse il suo posto.
Il convoglio avrebbe reclamato l’affezione esclusiva di tutti i bambini e ragazzini presenti, ma Angelina, presagendo la cenere imminente, li voleva salvare. Qualcuno avrebbe fatto la sua comparsa e tutti gli oggetti da casa d’appuntamenti, regali allusivi per resuscitare la finta Dona Flor sul viale del tramonto, e di riflesso tutta la compagnia, le parole in libertà e le risa sguaiate, la brama di addentare con violenza la carne, servita cruda e cotta, avrebbero cambiato la prospettiva delle cose, tracciando un bilancio disastroso. Erano le 14.30. Due ore ancora e la danza si sarebbe interrotta, come Piera e i suoi movimenti a scatti.
Lei era diventata un fascio di nervi. Dimagrita di colpo, tagliati di netto i capelli, agghindata come la Madonna di Pompei, si aggrappava alle sigarette, bisbigliando osservazioni senza possibilità di replica, inondando il figlio dodicenne di baci malati di inadeguatezza.
«Posso cambiare ordinazione?» aveva chiesto il ragazzino ad Angelina.
«Cosa ti faccio portare?»
«Il riso non lo voglio, voglio l’hamburger col panino e tanta salsa rosa».
«Ma cosa dici? A quest’ora no, che poi stai male» aveva ribattuto Piera.
«Voglio l’hamburger, la salsa rosa e anche le patatine!»
«No, è meglio solo la carne» aveva insistito la donna-bisbiglio.
Giacomo addenterà la carne di manzo come se fosse quella di Piera. I mostri li creiamo noi, mettendoli al mondo, come se volessimo crescere di nuovo in un mondo diverso da quello che abbiamo vissuto.
Da anni Angelina cucinava quintali di carne, soprattutto il fine settimana. Arrivato in ritardo di un’ora, depositario di diritti senza doveri, il convoglio l’aveva chiesta, cotta e cruda, per addentarla senza riconoscerne il sapore e la consistenza, all’ora in cui tutti gli altri tavoli dell’osteria si erano spopolati e il personale di servizio avrebbe voluto dedicarsi alle sale del ristorante, ancora vive degli invitati ad altri rituali di festeggiamento.
Angelina lo avrebbe premiato quel personale tutto femminile, perché aveva resistito, aveva vinto la battaglia affinché l’osteria non espandesse il proprio limitato spazio vitale. Oltre gli scalini, infatti, dove si era insediato con più decoro il ristorante con giardino, il convoglio col suo ciarpame non avrebbe potuto esercitare alcun diritto.

Ricapitolando, avevano fatto il loro ingresso “Ai tre venti” Emma e la figlia, chiamata anche la figlia dei fiordi, Piera, il compagno e il figlio, questi ultimi fotocopia l’uno dell’altro: profondi occhi scuri, sguardo introverso, ma all’occorrenza pronto allo scatto d’ira. A Luca, il compagno di Piera, tremavano sempre le mani, se costretto a stare con chi non lo voleva. Il resto del convoglio, infatti, da quindici anni non lo tollerava e la cosa, tutto sommato, era reciproca. Luca avrebbe consumato in fretta il tempo di addentare il tagliere di affettati misti, la carne non l’aveva chiesta, per poi tornare dalla madre, che almeno non lo pregava di essere iscritta alle marce non competitive di primavera, per l’assenza alle quali il figlio di Piera si lamentava.
«I miei compagni ci vanno e io no» e giù a battere i piedi…
Avevano varcato la soglia dell’osteria anche Giovanna, sorella di Emma, il marito Dario e la figlia, tre esseri pelle e ossa.
Dov’è il cane, il secondo figlio?
Questa la domanda che Angelina, al vederli, si era posta. Non lo aveva chiesto, si era accontentata di confermare l’impressione di sempre: Giovanna non riusciva ad accettare la mancata nascita del secondo figlio. Si accompagnava alle sigarette, a poche parole di circostanza – come va?, bene, sì, anche noi bene -, ad ammonimenti alla figlia – sei lenta in tutte le cose! –
Il marito avrebbe desiderato maggiore freschezza e vivacità e si accontentava delle alternative che il suo lavoro gli offriva. Programmare computer gli serviva a scoprire nuovi mondi, quel dark web che tanto divertiva anche Carlo, il fratello di Piera. Al pranzo di festeggiamento aveva recato con sé una nuova compagna (dal tempo sicuramente limitato e l’evidente somiglianza con l’ex moglie), conosciuta nel corso dell’attività sportiva, con cui si era convinto di annullare gli effetti delle numerose bevute. Il suo volto perennemente rubizzo ne faceva un esemplare marchiato da mezza città.
Non raffredderebbe i suoi modi grezzi e scurrili nemmeno se gli facessero smaltire le sbronze chiuso dentro uno dei frigoriferi che vende.
La compagna, una tale Barbara, era l’unica del convoglio a non tenere i gomiti appoggiati alla tavola. Capitata lì da un altro mondo, per caso, forse, o solo per fare l’esperienza di qualche ora in mezzo a grevi risate di circostanza.
Insieme alla nuova coppia erano entrati Giuliano, l’aspirante sostituto accompagnatore di Emma, e Patrizio, ex fidanzato di Emma, con la compagna e i due figli.
Patrizio faceva l’agente immobiliare e lo chiamavano così perché frequentava il pub sotto casa sua, tutto verde Irlanda. In realtà, il suo nome era Giacomo, ma a nessuno diceva granché, primo fra tutti a lui. Patrizio era solito celebrare la festa del santo omonimo ogni fine settimana. Era solito anche essere accompagnato dal suo cane, Oscar, fedele custode dell’agenzia immobiliare, che presidiava meglio di un corazziere il Quirinale.
Alice, la compagna dell’irlandese, aveva i capelli rossi come Pippi Calzelunghe, seduta vicino a lei. Facevano un effetto etereo, preraffaellita, del tutto fuori luogo, una nuvola mal direzionata. Alice aveva i capelli arruffati, stanchi di due figli sempre attaccati a lei, due figli chiamati con la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto: Alvina e Zeno.
La storiella sui nomi dei suoi figli Patrizio la raccontava a ogni uscita pubblica e non aveva mai subito variazioni sul tema. Sorprendente, se si pensava ai fiumi di alcol ingurgitati nel corso di sei anni; situazione degna di rispetto, se si considerava che il racconto recava con sé il germe meritorio della verità, che Angelina Rottermeier apprezzava sopra ogni cosa.
Alvina era stata chiamata così perché Alvin si chiamava un amico di Patrizio, di cui l’agente immobiliare aveva sempre invidiato i vigneti e la moglie; Alvin aveva piantato tutto per andarsene a Varna a inseguire quella che lui chiamava ‘la flotta del Mar Nero’.
Se a Patrizio fosse nata un’altra femmina, l’avrebbe chiamata Varna.
Non era andata così e il nome Zeno era venuto da Zeno Colò e non da La coscienza di Zeno, come la festeggiata aveva tentato di fargli ammettere, invano.
Per conquistare Alice, con la passione per le opere di Cesare Pavese, Patrizio-Giacomo aveva tentato di leggere La luna e i falò, non prendendo in considerazione altri testi consigliati da Emma.
L’irlandese non era riuscito a superare la ventesima pagina e la sera in cui aveva deciso di dichiararsi ad Alice si era piazzato a casa di Emma per farsi riassumere il libro e leggere alcune citazioni, mirate a fare sfoggio di acume critico.
Quando Alice partecipava a pranzi o cene con amici di Patrizio-Giacomo, assumeva l’aria del cane bastonato e Angelina si era convinta che in quei momenti preferisse pensare ai clienti dell’hotel di lusso in cui lavorava come cameriera ai piani.

L’estremo lembo della tavola era occupato da loro, i cinque bambini e ragazzini che si conoscevano dalla nascita e trovavano naturale ingozzarsi di patatine fritte, spiluccare gli gnocchi o il riso, preferire la carne al pesce, chiedersi come era possibile mangiare una fetta di prosciutto crudo senza strozzarsi, sfidare la sorte con la spianata calabra e uscirne devastati dalla troppa acqua bevuta.
Prima di sedersi tra gli invitati, Angelina li aveva osservati, mentre serviva ai tavoli i taglieri di affettati misti, le ciotole con le verdure cotte e attendeva che le costolette di agnello fossero cotte, ma non troppo.
Aveva voluto sperimentare con l’estremo lembo della tavola gli sparesi salvadeghi da rust, gli asparagi selvatici sott’olio. Un successo grandioso, che aveva contribuito a isolare e accomunare la purezza d’intenti di Angelina e la curiosa meraviglia di bambini e ragazzini, lontane dall’ambigua attesa adulta di nuovi festeggiamenti, che Angelina sapeva non sarebbero mai nati.
La padrona dell’osteria aveva già destinato la torta di compleanno alle sole bocche dell’estremo lembo della tavola. Sarebbe stata consumata altrove, ma solo i bambini e ragazzini l’avrebbero voluta e avuta, ignari dello sfacelo che si sarebbe compiuto nel frattempo, tra le pareti con la pietra a vista e le travi in legno, le tovaglie di Fiandra e le imprecazioni di chi inveisce sempre contro gli altri e mai contro se stesso.
Angelina sentiva il cuore pulsare forte, anche perché la variabile impazzita che bisogna sempre prevedere, aveva scompaginato all’ultimo il pensiero di salvare cinque, e non sette, piccoli ospiti dell’osteria. Si erano presentati, infatti, in ritardo e con tutto il loro carico sovversivo, Francesco e Annachiara, due bambini vicini di casa di Emma. I genitori li avevano lasciati al convoglio, su insistenza di Annachiara, compagna di classe di Pippi Calzelunghe. Angelina Rottermeier, dunque, si era ritrovata con due anime in più da salvare.
Linnocenza spesso soccombe, ma oggi non accadrà.
Tale principio supremo, oltre ad aumentarle il battito cardiaco, continuava a impedirle di capire se la carne, finalmente posata davanti a lei, era stata cucinata a dovere. Come in un’altalena, addentava le costolette di agnello prima osservando l’intero convoglio come in una partita di tennis, e poi pensando a ciò che sarebbe accaduto di lì a…

PARTE SECONDA

«Il Nonno!» e tre colpi di nocche sulla finestra semiaperta alle spalle di Angelina.
Il figlio di Piera aveva dimenticato sul piatto mezzo hamburgher e quasi tutta la salsa rosa (le patatine le aveva mangiate Pippi), e percorso la scorciatoia per arrivare il prima possibile all’ingresso dell’osteria.
Di sicuro lha calcolata subito, la scorciatoia, appena entrato; ha imparato a riconoscere le situazioni in cui servirsi di unancora di salvezza. Con una simile compagnia fin dalla nascita, una lezione imparata in fretta…
I tre colpi di nocche erano il segnale convenuto, epifania in anticipo, dato che gli accordi erano diversi.
Si sapeva che nonno Luigi, il padre di Piera e Carlo, con la testa non ci stava più tanto ed era evidente che nemmeno Lidia, la moglie, era riuscita a fermarlo. Troppo forte la voglia di rivedere il nipote? No, la questione era un’altra e portava il nome di Carlo.

Due settimane prima, in un caldo mattino di sabato, Angelina aveva chiuso “Ai tre venti” per piccoli lavori di manutenzione. Lidia era uscita dal suo ruolo di moglie-infermiera ed era tornata la più bella signora della città. Si era preparata a dovere per quello che avrebbe dovuto essere il primo sabato di dispensa dalla sua triste condizione di reclusa. Angelina e Lidia si erano incontrate lungo i viali del centro.
Piera ne aveva parlato ad Angelina: Luigi tutti i fine settimana sarebbe stato lasciato alle cure di altre.
Lidia, con la spilla della madre, profuga istriana stabilitasi sull’altopiano di Asiago, si era ben guardata dall’andare in visita ai figli; aveva preferito una lunga passeggiata solitaria. In fin dei conti, però, dei due figli aveva iniziato a parlare ad Angelina, soprattutto di Carlo e del fatto che “da due anni” non si presentava a casa e neanche telefonava per chiedere “come sta suo padre”.
Della separazione e del divorzio del figlio lei e Luigi avevano vissuto le fasi soltanto dai discorsi spezzati di Piera, che avrebbe voluto seguire la stessa strada, ma non poteva. “Carlo è stato fortunato a non avere figli” era la sua chiosa di sempre, la conclusione di qualunque conversazione.
Era andata a finire che Angelina aveva ceduto, informando Lidia della prenotazione dell’osteria per il pranzo domenicale di compleanno, occasione ideale per incontrarsi tutti alla stessa tavola. Luigi e Lidia sarebbero arrivati per l’ora della torta.
Il convoglio era all’oscuro di tutto e in situazioni simili la verità di ciò che si prova, prima ancora di ciò che si pensa, viene sempre fuori.
La padrona dell’osteria aveva agito nell’ombra, suggerendo una soluzione all’angoscia dei due anziani signori.
Per un bene superiore spesso si devono percorrere strade drastiche.
Lidia e Angelina sapevano che il rischio di una deflagrazione sarebbe stato alto e i bambini avrebbero dovuto starne lontani.
Quel sabato Lidia si era fermata a pranzo “Ai tre venti”, in mezzo all’odore di vernice fresca, e aveva concluso che sì, il piccolo giardino lungo il fiume andava bene. Giardino Libero, così lo aveva chiamato, come fosse suo figlio, avrebbe ospitato la sorte dei bambini e ragazzini, dopo che avevano imboccato la scorciatoia: alzarsi dalle sedie, superare i due gradini fino all’ingresso, uscire, svoltare a sinistra, accostando le cucine e lì fermarsi, dove il ghiaino termina, per lasciare spazio ai ciuffi d’erba e ai ciottoli. Le anatre selvatiche lungo il fiume avrebbero condotto tutti in un’altra dimensione, dove il fuoco e la cenere della festa di compleanno non avrebbero lasciato nemmeno l’odore.

Angelina, come stabilito, ai tre colpi di nocche si era alzata per lasciare libera la visuale e far sì che tutti riconoscessero chi c’era oltre la finestra.
L’esclamazione del figlio di Piera, infatti, non aveva condotto a Luigi; tutti avevano pensato al signor A., noto girovago della zona, che i bambini chiamavano il Nonno, perché camminava ricurvo e con il girello.
Angelina, con apparente noncuranza, si era defilata e aveva raggiunto l’ingresso, per accogliere Luigi e Lidia, non prima di aver invitato bambini e ragazzini ad andare a giocare con le anatre, in attesa della torta di compleanno.
Non era una novità che Luigi e Lidia fossero bellissimi. Nonostante gli ottant’anni, erano ancora la coppia più bella in circolazione.
Luigi: alto, occhio vivace e voce squillante, conosciuto da tutti in città, come il suo cappotto color cammello e le cravatte, che indossava anche se doveva uscire a prendere il giornale. Dopo la caduta dalle scale, le cravatte le metteva anche per andare a dormire.
E Lidia: la pelle candida come quella di un neonato, aveva scelto di vestirsi di bianco, come se la torta che il convoglio stava aspettando, fosse stata quella di un matrimonio. Aveva indossato di nuovo la spilla istriana e come due settimane prima, mentre pranzava con Angelina, circondata dall’odore di vernice fresca, aveva l’aria sognante di chi ricorda una bella festa di famiglia, con i figli e i loro amici.

Un’ora in anticipo rispetto agli accordi, dando il braccio al marito, aveva sceso i due gradini che dall’ingresso conducevano all’osteria.
La fine stava celebrando il suo inizio.


foto 1Annarosa Maria Tonin è nata a Vittorio Veneto nel 1969. Vive fra Vittorio Veneto e Venezia. Laureata in Lettere Moderne all’Università Cà Foscari di Venezia, ha svolto attività giornalistica e di ricerca nell’ambito storiografico e storico-artistico ed è stata docente di Materie Letterarie e Storia dell’Arte nelle scuole medie e superiori.
Attualmente si dedica alla scrittura narrativa breve e all’organizzazione di eventi culturali legati alla promozione della lettura. Collabora con “Digressioni”, rivista culturale cartacea trimestrale, per la quale cura la rubrica di Storia dell’Arte “Ritratti del potere”; è stata ideatrice e curatrice della rassegna di eventi e incontri con l’Autore “Incontrarsi in via Manin”, tenutasi nell’ex Ghetto Ebraico di Vittorio Veneto.
Autrice delle raccolte di racconti “Vento d’autunno” (2011) e “Tele di ragno” (2016) e dei romanzi “Rivelazione” (2014), “La scala a chiocciola”  (2015) e “Il segreto di Alvise” (2017), ha pubblicato di recente la raccolta di racconti “Le visitatrici” (Edizioni La Gru).

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