La letteratura ovunque

Passo la maggior parte del mio tempo libero pensando alla letteratura – leggendo, scrivendo, parlando con altre persone di libri e scrittori e case editrici -, ponendomi innumerevoli domande, cercando qualche risposta e alla fine mi pare di non aver trovato o capito nulla – comunque nulla di definitivo: non una teoria che tenga insieme il tutto, non una formulazione chiara, o perlomeno comunicabile, di cosa dovrebbe essere un romanzo, a cosa serva, a chi, per quali motivi ci sono cose che funzionano e altre che non funzionano, che cosa renda grande un libro o cosa gli manchi per esserlo; nemmeno un metodo per affrontare con una qualche cognizione di causa questi oggetti pieni di parole; eppure, nonostante questa mia consapevolezza, questo mio socratico sapere di non sapere, continuo a interrogarmi su cosa sia, in concreto, la letteratura, su cosa dovrebbe fare, sul mistero irrisolvibile dei romanzi.

C’è un bell’aforisma, del quale non conosco l’autore, che dice una cosa verissima: ci sono tre regole per scrivere un ottimo romanzo, peccato che nessuno le conosca. In realtà, sospetto che nel corso degli ultimi trenta o quarant’anni si siano fatti alcuni passi avanti, in questo senso; ora si possono trovare romanzi davvero notevoli, dal punto di vista strutturale e formale, ben strutturati, privi di qualsiasi errore formale, che però sembrano nascere da esigenze, spinte, forze completamente diverse da quella che a mio parere dovrebbero esserci dietro alla scrittura di un libro. Probabilmente siamo nella fase discendente della vita del romanzo, che assomiglia a tutte le fasi discendenti delle vite di altre forme espressive: una certa bulimia produttiva, un’aderenza spesso pedissequa a modelli consolidati e notoriamente funzionanti, l’imitazione senza reinterpretazione, un po’ come era successo alla sinfonia nella seconda metà dell’ottocento, alle poesie e alle tragedie durante il periodo alessandrino, al teatro inglese nella seconda metà del seicento, all’epica nel terzo secolo a. C. nelle città greche, al’opera lirica in Italia dopo gli anni venti del ventesimo secolo. Se dovessi indicare il periodo di massimo splendere del romanzo, direi i cento anni che vanno da “Madame Bovary” a “Lolita”, con importanti eccezioni. Ora, tardo impero.

bambina ovunqueSorprende, quindi, trovare un romanzo (pubblicato tra l’altro da Mondadori) ancora capace, nel 2018, di sollevare interrogativi, e dubbi anche profondi, sulla letteratura in sé, al di là della stretta contingenza del libro. E’ “La bambina ovunque” di Stefano Sgambati, autore che conosco da tempo e con il quale è nato un rapporto di amicizia – un’amicizia che si basa esclusivamente sui libri: non ci siamo mai visti né sentiti se non per parlare di questo. L’amicizia, in altre parole, discende dal fatto che abbiamo interessi, e molte volte punti di vista, simili; e non viceversa.
Di cosa parla, il romanzo? E’ la storia di un padre che attraversa la gravidanza della moglie con la sensazione di essere invisibile, di essere coinvolto in qualcosa che non lo riguarda direttamente, o personalmente; è anche la storia di una coppia che non riesce ad avere figli e che quindi deve scegliere una strada diversa; ed è infine una specie di sogno di un uomo che immagina di poter vedere sua figlia già grande, come da dietro un vetro – quello infrangigile del tempo, io credo – e di rivolgersi a lei. E’ quindi  libro che parla di genitorialità (una parola che credo di aver sentito per la prima volta tipo tre anni fa: quando ero piccolo sono sicuro che non esistesse), di paternità e di maternità; un romanzo sul miracolo del concepimento e quello della nascita, su una nuova vita che si forma e che cresce nel ventre materno, su mani che toccano pance tese, su orecchie che auscultano gli impercettibili sussulti di una creatura che è impossibile vedere ma che esiste, ed è pronta per venire al mondo. Questo, dunque, è a grandi linee il contenuto, che sta (o dovrebbe stare) dentro a quella specie di imballaggio fatto di struttura e lingua – la forma.

In questi ultimi giorni, però, ho assistito con grande interesse a due presentazioni di questo libro, in situazioni profondamente, e casualmente, diverse; ho avuto modo di ascoltare il punto di vista dell’autore e di confrontarlo con il mio, e di intercettare commenti e domande, e perfino certi borbottii appena intelleggibili, ma non per questo meno significativi.
la-autopsia-y-tenia-corazonL’aspetto principale è che questo libro non è ciò che sembra, e non lo è in due modi curiosamente opposti. Prima di tutto, “La bambina ovunque” è un libro sulla genitorialità, ma è scritto con lucidità, irriverenza, e un’ironia a tratti dissacrante; il padre, la madre e la figlia in arrivo non sono posizionati su un piedistallo, o nella rassicurante cornice di un quadretto famigliare, ma vengono adagiati, con meticolosa cura, sul tavolo per le autopsie, e sezionati dalla mano di un medico legale. Non solo: il medico legale è marito, è padre ed è pure uno dei tre cadaveri. C’è la precisione del bisturi, certo, e ci sono anche le lacrime per l’amore verso quei corpi; c’è l’implacabilità dello scrittore che decide di andare a fondo, e c’è l’essere umano che vive quella vita, che la vive con quelle persone, immerso in una tenerezza e in una dolcezza che non avrebbero nessun motivo di essere messe in dubbio. C’è una bella pagina di Carrére, in “Vite che non sono la mia”: lui, che ha già scritto cose terribili come “L’avversario”, è in cucina con la madre della sua nuova fidanzata, e questa specie di suocera gli domanda se è proprio necessario scrivere cose così dure, e lui risponde che è proprio di questo che si occupa la letteratura, che non avrebbe senso parlare d’altro. E credo che Sgambati la pensi più o meno così: lui vive una vita come tutte le altre, ma come scrittore ha il dovere di infilare le mani nelle viscere dell’unico personaggio della storia al quale ha pieno accesso – se stesso. Serve coraggio, per farlo: non solo per abbandonare il naturale pudore che impedirebbe di raccontare i fatti propri, ma soprattutto per non accontentarsi della versione semplificata della propria vita. Tornando alla metafora un po’ cruenta dell’autopsia, il medico può descrivere il corpo per come appare, individuando segni sulla pelle, cicatrici, tracce di ferite, oppure può decidere di aprirlo e infliarci la testa dentro, ed esplorarne il contenuto con un misto di irrefrenabile curiosità e trattenuto orrore.
Questo libro, dunque, assomiglia a un cioccolatino, già a partire dalla copertina, ma non è quello che sembra: dentro, sotto il sottile strato croccante, c’è un chilo di bario radioattivo. Se qualcuno crede di trovare la forza dolce e rassicuratrice di un Matteo Bussola, o la storia di una famiglia che, pur tra qualche difficoltà, vive in uno stato di profonda, immobile armonia, si trova a dover affrontare un viaggio completamente diverso – più profondo, e quindi più difficile. (A una delle due presentazioni la signora accanto a me commentava tra sé e sé le cose che raccontava Sgambati con un incredulità e un briciolo di disgusto, come se quell’uomo che parlava di tutto il disagio che accompagna la “gravidanza di un padre” fosse un piccolo, folle, incomprensibile provocatore).

40674430_10213042346629711_8026306196954677248_oMa come dicevo sopra, questo libro è l’opposto di quello che sembrea per due motivi. Il secondo è che Sgambati è un autore “serio”, che si relaziona con altri scrittori “impegnati”, che legge libri “durissimi” – tutte cose che vanno per forza messe tra virgolette. Ebbene, la sorpresa dei mangiatori di cioccolatini che si trovano ad addentare il ripieno dolceamaro della prosa di Sgambati ha una versione simmetrica, e speculare, in quella del lettore disincantato, per certi versi cinico, che scopre che la lingua elettrica, ipermoderna, tagliente, luccicante, spesso vicina alla perfezione, è stata messa al servizio di una storia di pance, proposte di matrimonio, sguardi languidi tra coniugi, baci tra corpi nudi nell’Oceano Indiano, mani che si intrecciano. Qualcuno riesce a immaginare un Giuseppe Genna che dice in giro di aver letto questo libro? Ne “La bambina ovunque” non c’è alcuna ambientazione distopica, non c’è il dramma dell’Occidente in nessuna delle sue forme – non ci sono lavoratori precari ma borghesi benestanti, non ci sono emigranti ma lavoratori in carriera che scelgono dove vivere – e non ci sono né tradimenti, né femminicidi, né problemi di sessismo, né psicopatie, né crudeltà, non ci sono amori omosessuali, non ci sono scrittori in crisi, non ci sono lotte tra famiglie, non si sono ebrei in fuga o ebrei che muoiono, e non ci sono mostri più o meno figurati: non c’è nulla che assomigli vagamente a ciò che si può trovare in un libro pubblicato da una piccola casa editrice cazzuta dei nostri tempi. Se non rassicura il lettore che usa il Bussola per orientarsi tra i libri, quindi, ancora meno dà sicurezze a chi valuta un libro sulla base del numero di grandi idee che contiene. E’ anticonformista su entrambi i fronti: se ne frega del conformismo, prendendo a legnate tutte le idee consumate su padri e gravidanze, e se ne frega, allo stesso modo, dell’anticonformismo, parlando proprio di padri e gravidanze.

Non c’è modo di raccontare questo libro con una buona quarta di copertina: il suo contenuto non è nella trama, semplice e lineare, e nemmeno negli eventi, così naturali e quotidiani da essere trascurabili, ma nel modo con il quale Sgambati procede nella sua esplorazione interiore, in un viaggio che non ha nulla di solipsistico, che non è compiaciuto e che non è nemmeno compiaciuto di non esserlo. Viene messo in scena un dramma sottile, intimo, nuovo. Per capire meglio cosa intendo, serve un confronto. Il libro che ha vinto meritatamente il Campiello quest’anno è “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino: è la storia, ispirata alla realtà, di una donna che, nell’ultima parte della seconda guerra mondiale (1) si trova a diventare una delle assaggiatrici di Hitler (2), cavia umana (3) per testare la non velenosità del cibo; in questo mondo terrificante, lei si innamora di un colonnello (4)…. e mi fermo qui. Che cos’ha questo libro che manca a “La bambina ovunque”? Un dramma facilmente identificabile, quasi scomponibile nelle sue parti. Anche l’ambiguità del personaggio, ben costruita e delineata, appartiene a un genere di ambiguità che sappiamo “raccontare” – quella di una persona che, messa di fronte a una delle più grandi tragedie della Storia, si trova a compiere azioni riprovevoli in senso assoluto, ma forse comprensibili se ricondotte al contesto in cui sono state intraprese. Sgambati, invece, rinuncia a tutto questo. Fa un po’ come faceva Jane Austen, che era convinta che la scrittura dovesse assomigliare a quella particolare arte praticata da chi dipinge paesaggi su chicchi di riso. E se mi metto dal punto di vista di chi deve parlare di questo libro, magari con una recensione, mi rendo conto di quanto difficile debba essere.

E in effetti, neppure io sarei in grado di scrivere una recensione di questo romanzo ibrido, inconsapevolmente incauto, due volte provocatorio; però è comunque possibile tirare una sorta di conclusione: questo libro è “letteratura”, non “intrattenimento”. Senza voler esprimere giudizi in merito a queste due categorie, direi che l’intrattenimento conferma ciò che il lettore sa già – il bene è bene, il male è male, fare figli è complicato ma bello – mentre la letteratura spariglia le carte e inevitabilmente (e per fortuna!) mette in difficoltà chi legge. L’intrattenimento è la risposta a una domanda già nota; la letteratura è una nuova domanda. L’intrattenimento è un’autostrada con un autogrill ogni trenta chilometri; la letteratura è una linea tortuosa che un esploratore disegna con il dito su una mappa, dicendo: “io passerò di qui”.
La cosa divertente di questo libro è che mette in difficoltà sia chi cerca intrattenimento, perché il tema della paternità viene stravolto dallo stile spietato, ambiguo e irriverente, come giustamente viene sottolineato in un commento qui sotto, sia chi è convinto che la letteratura, per essere tale, debba necessariamente occuparsi delle “grande idee”, mentre dovrebbe essere evidente che ciò che conta davvero è sempre (e direi soltanto) ciò che si muove dentro a un essere umano (succede così anche ne “Le assaggiatrici”: il fragoroso crollo del regime nazista è il pretesto per parlare di una singola donna).
E credo che questa caratteristica, questa distanza da due categorie consolidate, sia la forza del libro – una forza che non è semplice raccontare.

Ma il fatto che non si riesca a scrivere una recensione “canonica” di questo libro (“L’autore, nel suo ultimo romanzo, affronta con stile asciutto il dramma di una generazione ecc ecc”),  in fondo non è un gran problema: la letteratura, in Sgambati, è ovunque, e forse era proprio di questo che volevo parlare.

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4 risposte a "La letteratura ovunque"

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  1. Non so se ho compreso bene: il libro è e resta valido non per la storia in sé, ma per come lo scrittore la racconta, per lo stile letterario scelto, cioè introspettivo, spietato, ironico, ambiguo, irriverente.E’ il nuovo linguaggio letterario che piace ai lettori e quindi alle grandi case editrici. Resta però il grande rischio sul plot: la genitorialità di solito è intoccabile. Da qui la forza dello scrittore.

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    1. Hai compreso bene, sebbene io mi sia spiegato male – o meglio: sebbene io non abbia tratto la conclusione che forse andava tratta. E cioè: questo libro è “letteratura”, non “intrattenimento”. Senza voler esprimere giudizi in merito a queste due categorie, direi che l’intrattenimento conferma ciò che il lettore sa già – il bene è bene, il male è male, fare figli è complicato ma bello – mentre la letteratura spariglia le carte e inevitabilmente (e per fortuna!) mette in difficoltà chi legge.
      Nel caso specifico, questo libro mette in difficoltà sia chi cerca intrattenimento, perché il tema della paternità viene stravolto dallo stile spietato, ambiguo e irriverente, come giustamente dici tu, sia chi è convinto che la letteratura debba occuparsi delle grande idee, dei grandi problemi, dell’attualità.
      E credo che questa caratteristica, questa distanza da due categorie consolidate, sia la forza del libro. (Ora mi sa che aggiungo queste due righe in fondo al post, mi rendo conto di non averlo detto).

      Piace a 1 persona

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