København, 1983

Sono nato nella torrida estate del 1970, poco dopo la fine dei mondiali del Messico; mia madre, incinta di me, ricorda le urla notturne dei tifosi-pazienti dell’Ospedale Militare che si estendeva di fronte a casa nostra – a casa sua, a dire il vero: allora non era ancora mia, perchè in quella relazione di possesso tra me e la casa io non c’ero. Saul Bellow, nel suo stupefacente ultimo romanzo, Ravelstein, uscito quando lui aveva 85 anni, scrive una cosa bellissima: Svelare questo mistero, il mondo, era la sfida segreta. Dal nulla, dal non essere o dall’oblio primigenio entravi in una realtà pienamente sviluppata e articolata. Non avevi mai visto la vita, prima. Nell’intervallo di luce tra il buio in cui aspettavi di nascere e il buio della morte che ti avrebbe accolto, dovevi fare il possibile per impadronirti della realtà, che era in uno stato di sviluppo avanzatissimo. Millenni avevo atteso, per vederla.
Anche per me le cose stavano più o meno in quel modo. Non avevo mai vissuto, prima di allora, prima del luglio 1970; e anche volendo retrocedere l’inizio della mia esistenza al momento del concepimento, a quella miracolosa scintilla che unisce i semi di due esseri umani per dare vita a una nuova creatura, mi devo fermare, facendo due conti, al settembre del 1969 (i Beatles, dunque, si sciolsero mentre io prendevo forma dentro al grembo di mia madre: non ci avevo mai pensato). Prima di quel giorno, o di quella notte (curioso come nessuno sappia con precisione quando fu, e dove avvenne, l’inizio di tutto), c’era stata un’eternità della quale non avevo fatto parte, una sequenza di fatti piuttosto articolata che, a ritroso, passava dalla macchina a vapore a due buoi che tirano un aratro, dal crollo dell’Impero Romano a uno sparuto gruppetto di uomini che parlano sotto un albero ad Atene, dall’ultima scimmia al primo mammifero, da un gigantesco pterodattilo alla prima minuscola forma di vita, da un pianeta in fiamme al big bang (e prima? cosa c’era prima? un tempo in cui non c’era il tempo? un universo vuoto e immobile? il nulla?). Detta in altro modo, ero stato morto per almeno quindici miliardi di anni; e ne erano serviti così tanti per arrivare a me – non solo alla particolare sequenza di cromosomi che mi definisce, non solo al contesto nel quale mi sono sviluppato, ma soprattutto per ottenere quel particolare effetto che consiste nel sentire di essere me, e solo me, per tutto il tempo me e nient’altro che me. (Questa sensazione, che ci appare del tutto naturale, è frutto, invece, di una continua elaborazione dell’emisfero sinistro. In rete, c’è uno splendido video di una dottoressa che illustra come si era sentita una mattina in cui si era svegliata con un ictus della parte sinistra del cervello: al di là della parola che era venuta meno, non riusciva a distinguere il proprio corpo dalla cornetta del telefono che teneva in mano, a riconoscere il confine che il separava).

Tutto questo pippone, comunque, a base di cromosomi e Saul Bellow, era solo un’introduzione a quello che volevo dire, e cioè che dalla torrida estate della mia nascita fino a quella del 1980, tutte le mie vacanze avevano seguito lo stesso identico schema: un mese a Norcen (montagna) e uno a Grado (mare). E come un abitante del Deserto Gurbantünggüt, o, Гурбантүңгүт Қумлуқи per gli uiguri (una popolazione di origine turca che abita quella zona remota della Cina) potrebbe arrivare alla fine della propria vita con la convinzione che il mare non esista, allo stesso modo, per quella che era la mia esperienza, quelle vacanze erano le vacanze tout court – non una casuale combinazione di eventi (la famiglia di mia madre andava a Norcen dalla fine dell’ottocento, mio padre era di Grado e avevamo una fetta di casa in via Fiume 32), ma una configurazione immutabile, definitiva, necessaria. Un po’ come le costellazioni in cielo (che però si spostano pure loro: si veda, in proposito, lo splendido Il mulino di Amleto di Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend).
Con il senno di poi, l’estate del 1980 fu qualcosa di simile all’autunno del 1788 in Francia, dove i nobili, i contadini e il terzo stato continuavano a portare avanti le loro vite secondo i ritmi consueti – un ballo a corte, le fatiche del raccolto, un atto notarile – senza immaginare, o presagire, che quella sarebbe stata l’ultima volta (se si esclude il pasto servito a un condannato a morte la sera dell’esecuzione, le ultime volte sono sempre definite a posteriori).
tiziano2Cosa accadde, di speciale, in quei due mesi? Ordinaria amministrazione. Strinsi una bella amicizia con un certo Tiziano, un ragazzino nato un anno prima di me che viveva a Novara e che, come me, veniva a Norcen a passare l’estate; feci il bagno tutti i giorni e mangiai un gelato tutte le sere, lungo il viale principale di Grado. Ero come un triceratopo che brucava l’erba (immagine inventata: l’erba è comparsa sulla terra una trentina di milioni di anni fa) mentre un meteorite (IL meteorite!) si avvicinava rapidamente verso che quello sarebbe diventato il Golfo del Messico. Gli ultimi attimi fatali. Pochi mesi dopo, infatti, una signora di origine tedesca, tale Lillo, moglie di Mario, comprò la casetta in cui passavamo l’estate a Norcen e ci andò ad abitare. I miei, allora, cercarono un appartamento in affitto a Lorenzago, dove avevamo già passato qualche inverno; ne trovarono uno al terzo piano di una casa di proprietà di una famiglia che, a distanza di anni, con la maturità che il tempo mi ha regalato, sarei tentato di definire come “particolare”, sebbene mi renda conto che pure “stravagante”, “assurda”, “aberrante”, “primitiva”, “troglodita” sarebbero comunque tutti degli eufemismi.
grado divanoL’estate del 1981 fu quindi diversa da tutte le precedenti: Norcen, infatti, fu sostituita da Lorenzago, dove non avevamo alcun riferimento, alcun contatto, alcuna amicizia, mentre Grado fu confermata – Grado, con la sua casa che cadeva a pezzi, il televisore con due canali che guardavamo seduti sul letto dove dormiva la zia di mio padre (ma non la guardavamo quasi mai: solo Giochi senza frontiere e qualche telegiornale), la sala giochi sotto lo Zipser (dove c’era ancora quel coso con un orso di cartone che andava avanti e indietro tre metri più in là, lungo una corsia con sfondo di alberi disegnati, e tu gli dovevi sparare, e se le colpivi quello si alzava in piedi lanciando un grido che non copriva il rumore meccanico di pulegge e carrucole che consentivano quel movimento: mia madre era bravissima, in questo gioco, e la sua abilità evidenziava un fatto che io spesso tendevo a dimenticare, e cioè che mia madre era una donna estremamente giovane, e con qualità non sempre emerse), le edicole, i pranzi in giardino, accanto al lavatoio dove mia nonna, per anni, aveva lavato lenzuola a mani nude…

Ma anche la combinazione Lorenzago + Grado era destinata a finire. Alla fine del 1981 la casa al mare, la cui proprietà era suddivisa tra almeno quindici cugini, e la cui spartizione si ritrova, pari pari, in Casa desolata di Dickens, fu venduta a un impresario, che la rase al suolo e ci costruì sopra un orribile condominio. Mio padre, che allora aveva 44 anni, era nato là dentro; là dentro, da bambino, aveva visto il corpo di suo padre morto da poche ore disteso sopra il tavolo della cucina, e da là se ne era andato dopo la terza media, per andare a studiare altrove; ma non fu un duro colpo, per lui, la perdita di quella casa: mi sembrò, piuttosto, che per lui fosse qualcosa di simile a una liberazione. Quindi niente più Grado, niente più mare. Ci fu allora un cambio improvviso, e questa volta più profondo: i miei comprarono una casa a Lorenzago (un’altra era, quando due dipendenti statali potevano comprare una casa per vacanze che duravano due mesi). Ci passammo il luglio e l’agosto del 1982, due lunghissimi mesi di montagna; passeggiammo molto, e giocammo molto a calcio (l’Italia aveva appena vinto i mondiali), ma eravamo, io e i miei fratelli, in un’età in cui si era già spenta la capacità di provare sorpresa. E poi pioveva spesso, e la sera c’era freddo.

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Norcen, 1980

L’incanto di Norcen, un paese che Bruguel il vecchio avrebbe potuto prendere come soggetto per uno dei suoi quadri, era stato sostituito da una noia glaciale, da pensionati. La mattina io e i miei fratelli accompagnavamo mia mamma a fare la spesa in un minuscolo supermercato davanti al municipio, gestito da dei tizi che sembravano dei becchini; poi ci fermavamo dal macellaio, un omone rubizzo e giocondo che anni dopo sarebbe diventato il cugino del ministro Tremonti, a comprare hamburger e salsicce; e così finiva la mattina. Poi, in cucina, si preparava il pranzo; la radio della Philips di mio papà piazzata sopra una vetrinetta per garantire una migliore ricezione (e dietro ai vetri color miele, una bottiglia di Kapriol), trasmetteva Arbore e Boncompagni, e i radiogiornali, con le sue crisi di governo, i Pertini, gli Andreotti. Cos’altro? Il divano che avevamo portato da Padova (non saprei dire come, in effetti), con i cuscini squadrati e i poggiamano consumati (si intravedeva perfino del fil di ferro ricoperto da una gomma verde), ricoperto da una stoffa che pizzicava le gambe nude in un modo quasi insopportabile; il panorama, innegabilmente bello, quasi maestoso, che si vedeva dalle finestre – il Cridola rosa e arancione al tramonto, che si intravedeva oltre montagne più basse ricoperte di pini, è tra gli spettacoli più belli che io ricordi; il cesso esterno, al quale si accedeva scendendo le scale comuni, uno dei fattori che aveva permesso ai miei genitori di spuntare un prezzo migliore al momento dell’acquisto; la piccola officina a pian terreno dove uno dei figli della proprietaria, tale Teresina, torniva o fresava o tagliava sempre qualcosa; e il rumore distante di una segheria sotto la chiesetta, e le campane che, inesorabili, di giorno e di notte, ricordavano con il loro lugubre rintocco il passare di un tempo che non passava mai. Non furono estati felici, quelle a Lorenzago.

 

Ma la perdita di Norcen e Grado, del nostro passato e dei luoghi che a quello ci ancoravano, aveva sortito l’effetto che si era manifestato in mio padre quando la casa in cui era nato era stata venduta: eravamo finalmente liberi. Fu forse per questo che l’anno dopo, nel 1983, mio papà accettò un incarico per il mese di luglio presso l’Istituto di Fisica Nucleare Niels Bohr di Copenaghen. Nonostante io allora avessi tredici anni, non ero mai stato all’estero; e quando varcammo la frontiera con l’Austria, provai un’emozione inaspettata. Eravamo in macchina, una bagnarola che già allora mi sembrava abbastanza un catorcio, un Audi 80 arancione di dieci anni prima, e guidava solo mio papà, che odiava farlo, sotto l’instancabile controllo di mia mamma, che ogni volta che superavamo in 100 km/h, appoggiava una mano sulla gamba di mio papà e diceva: “Franco, va pian”. A quei tempi, quando pensavo a mio papà, ritenevo che la sua caratteristica principale fosse quella di essere nervoso. Scattava per un nonnulla. Era severo con noi e severo con gli altri automobilisti: quando qualcuno gli faceva un torto, tirava giù il finestrino a tutta velocità, facendo mulinare la manovella – niente elettronica negli anni settanta, dentro all’abitacolo: solo meccanica e un po’ di elettrotecnica qua e là – e poi mostrava una mano che faceva le corna, e intanto gridava “monaaaa” o “cornutoooo“. mentre mia mamma lo pregava di smetterla (il che, vista la natura nervosa di Franco, sortiva l’effetto contrario) e io e miei fratelli, nel sedile posteriore, avevamo il terrore che prima o poi qualcuno si sarebbe fermato, sarebbe sceso con un cric in mano e con quello avrebbe sfondato la faccia barbuta del nostro papà (nervoso). Ma percorrendo i 1600 km che separavano Padova da Copenaghen, in quel viaggio di due giorni con una sola sosta notturna, nelle autostrade a tre corsie della Baviera, e senza alcun limite di velocità, arrivammo a toccare i 130 km/h per lunghi tratti, tra l’euforia generale per quell’impresa – perfino mia mamma si era resa conto che là, in Germania, si poteva osare un po’ di più.
E di tutti quei chilometri, ho ricordi precisi, sfavillanti, vividi. Il tempo cambiava ogni mezz’ora – rovesci, soleggiate, cieli azzurri pieni di nuvole bianche e poi cieli neri, plumbei, come quelli che, immaginavo, avevano accompagnato certe imprese militari dei tedeschi nel corso degli ultimi millenni; e poi campi di grano su colline ondulate, l’autostrada che assecondava quei dislivelli come un nastro srotolato su una carta geografica in 3D, i continui lavori autostradali, crateri enormi e neri che io credevo fossero miniere di carbone (ora non saprei dire cosa fossero), i marchi con cui pagavamo la benzina in stazioni di servizio in cui tutti, proprio tutti, parlavano in tedesco e tutte le scritte erano incomprensibili, e poi la notte piovosa che ci aveva sorpreso dalle parti di Gottinga, prima tappa scelta da mio papà, forse per quello che gli evocava la sua università che per un sacco di tempo fu celebre in Europra; là ci fermammo a dormire in un garnì gestito da una signora tedesca, bionda, austera, bella, per quello che ne potevo capire allora di bellezza femminile, in una zona sobria ed elegante – ricordo la strada luccicante di pioggia che si vedeva attraverso le tendine bianche della finestra della camera dove dormimmo io e i miei fratelli, una stanzetta che dopo dodici o tredici ore di viaggio su una macchina degli anni settanta ci sembrava silenziona come una di quelle capsule di decompressione tra la navicella spaziale e l’universo infinito. “Siamo in Germania”, ci ripetavamo io e mio fratello più grande, Alberto, “qui ogni cosa è tedesca”.

hellerupIl giorno dopo passammo attraverso certe zone minerarie del nord della Germania, pianure nere e sventrate. Ora tutto era piatto. Nel primo pomeriggio raggiungemmo il mare; salimmo su un traghetto (ancora una nuova esperienza); ancora chilometri, ancora pianure dall’aria olandese (dall’aria che uno che come me non aveva mai viaggiato associava all’Olanda, al suo piattume), canneti ai margini della strada, stoppie: era la Danimarca. Alle sei entrammo a Copenaghen, esausti. C’era il sole. Ricordo ogni cosa: la macchina parcheggiata in Ahlmanns Alle, in prossimità del numero 15 – una casa in stile famiglia Addams -, il campanello dei Gottlieb, il cartello “Wellcome Zardi” sulla porta, il signore, un certo Bøje, con la barba rossa che ci accoglie e ci fa entrare, i suoi figli incuriositi che ci girano intorno, la moglie del signore con la barba, le istruzioni per il grande acquario nel salotto enorme e pieno di libri, le cinque camere da letto (!), la cucina luminosa, il piccolo giardino davanti a casa, la lavatrice in cantina, condivisa con gli altri abitanti del palazzo, e poi i saluti, il passaggio delle chiavi, la famiglia che esce salutandoci, e noi a casa, da soli, immersi in un silenzio che pareva vibrare, terrorizzati dall’aria spettrale che aleggiava su ogni cosa – la stessa emozione che provavo solo pochi anni prima quando la sera mi infilavo sotto le coperte, e sentivo che sotto il letto, in quel buio, c’era qualcosa di vivo e inconoscibile, una creatura che qualche mio antenato doveva per forza aver visto milioni di anni prima e la cui immagine, e il pericolo ad essa associata, erano stati tramandati di specie in specie, di generazione in generazione, fino ad arrivare in camera mia, a Padova, negli anni settanta: una paura eccitata, e una straordinaria voglia di ridere. Ma quella volta, nella casa della famiglia Gottlieb, c’erano davvero cose spaventose, per bambini ingenui come noi: una lampada costruita con la pelle di un pesce palla, una mandibola umana nascosta dentro a un cassetto, animali mostruosi nell’acquario, certe maschere africane appese alle pareti, un letto con il baldacchino, di quelli che si vedevano nelle illustrazioni delle favole in cui bambine innocenti venivano mangiate da lupi cattivi…. Così, quando mia mamma uscì a comprare qualcosa da mangiare – erano le sette di sera – andammo tutti con lei.

hellerup2Riassumendo, in quei due giorni di inizio luglio del 1983, ci furono molte prime volte: la prima volta all’estero, la prima volta in Austria, Germania e Danimarca, la prima volta (io credo) in cui ho dormito in un albergo, a Gottinga; il primo traghetto con la macchina, la prima volta in cui ho sentito parlare danese… e poi ci fu la prima volta in cui entrai in una rosticceria cinese. Un buco pieno di fumo di oli fritti e combusti che si affacciava sulla strada principale del quartiere residenziale dove c’era la nostra nuova casa, a Hellerup, a nord di Copenaghen; dentro, c’era un cuoco che assomigliava al maestro di Karate Kid e che maneggiava dei coltellacci come un guerrerio ninja (metafora, questa, decisamente posteriore: quando ero bambino io, i guerrieri ninja non esistevano);  mentre ordinavamo in chissà quale lingua, un bambino si affacciò per un attimo da quella che probabilmente era la cucina, o la casa in cui vivevano, o il magazzino dove tenevano cibi misteriosi, e subito sparì. Dopo cena, uscimmo di nuovo – erano le dieci, credo, e ancora c’era il sole. A piedi, superammo la strada principale, e dopo pochi minuti arrivammo al mare. Be’, quel momento è tra i primi dieci ricordi di tutta la mia vita.

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La spiaggia dove passammo l’estate del 1983

Fu un luglio clamorosamente caldo e soleggiato, quello del 1983. I danesi dicevano di non aver mai visto un’estate così bella. Il cielo era sempre terso e luminoso. Facevamo il bagno tutti i giorni, in una spiaggia poco più a nord, che raggiungevamo prendendo un autobus, una o due fermate. Non c’era sabbia ma erba. E le donne potevano stare nude (anche gli uomini, credo, ma al riguardo non ho grandi ricordi). L’acqua era livida – in fondo, quello era pur sempre il mar Baltico. Ci andavamo soprattutto il pomeriggio, mentre mio papà lavorava nell’Istituto Niels Bohr, che era più o meno in centro, e spesso ci raggiungevano altri italiani, mamme con bambini, e c’era un po’ un’aria da progetto Manhattan – le famiglie degli scienziati che si organizzavano per passare il tempo mentre i padri, i mariti, lavoravano a chissà quali formule. A distanza di 35 anni (tanti ne sono passati… una vita intera!), mi accorgo di come quell’ambiente fosse fatto tutto di uomini; e di come le mogli, compresa mia mamma, fossero comprese, nel loro ruolo.

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L’intruso ora è un medico chirurgo

Un giorno andammo in un museo delle vecchie case danesi, ricostruite fedelmente in un’area disabitata, all’aperto. Erano bassi, i danesi di una volta, e dormivano praticamente seduti, in nicchie ricavate da armadi che separavano le stanze, ben distanti dai muri perimetrali, esposti ai venti polari: quando andavano a dormire, aprivano le ante, facevano due gradini, entravano dentro in uno spazio non più lungo di un metro, e si chiudevano dentro. Poi, con il passare dei secoli, si impose un gusto molto europeo, in stile “film-tratti-da-romanzi-della-Jane-Austen”, con crinoline, centrini, bicchierini, vetrinette; solo le finestre erano rimaste piccole, sempre per via di quel problema del polo Nord, che da lì non era poi così lontano.

Un’altra volta, o forse era lo stesso giorno, vedemmo una barca dei vichinghi ben conservata, una canoa lunga venti metri, messa dentro a una palazzina bassa tutta circondata da vetri, con il mare proprio là davanti – c’è una scena di un film con Meg Ryan, credo “Harry, ti presento Sally”, che si svolge in un ambiente simile. E poi, questa volta con mio papà, perché serviva la macchina, siamo andati a vedere il castello di Amleto, che non è un rudere e che non assomiglia a un castello della Loira – due delusioni in un colpo solo – e poi la chiesa di Roskilde, che allora mi fece davvero una grande impressione, per dimensioni e bellezza, e che immagino fosse, in realtà, una tarda imitazione di cose più belle… Ma a ben pensarci, il problema della Danimarca è che non offre poi molto, in termini di bellezze architettonici; il fatto che ci sia la coda per vedere la statua della sirenetta di Andersen appoggiata a un sasso in riva al mare spiega bene quale sia il livello medio delle attrazioni turistiche. Andammo, sempre con mia mamma, alla fabbrica della Tuborg. C’erano dei canali pittoreschi, verso il porto, che ricordavano alla lontana Venezia. Un pomeriggio visitammo il quartiere autogestito di Christianshavn, pieno di cani, punk decrepiti (ed era solo 6 anni che era iniziata la ribellione), sessantottini vestiti da sessantottini, fango e miseria ovunque – uno spettacolo tristissimo, una riserva di indiani alcolizzati, un sogno trasformato in un incubo. Ma a parte questo, lì a Copenaghen era tutto bello e tutto buono. Anche il cibo ci piaceva. La mattina, riprendendo le dinamiche che si erano consolidate durane le vacanze a Norcen e Lorenzago, accompagnavamo mia mamma a fare la spesa, in un supermercato vicino a casa che si chiamava “Irma” – ho provato a cercarlo, con Street View, ma non ne trovo tracce; avevano il pane pieno di cereali e semi, le gallette integrali che la mattina mangiavamo con la marmellata, lo yogurt venduto al litro, e delle vaschette di insalate molto condite, tutte legate tra di loro da uno stretto rapporto di parentela, in quanto figlie o nipoti dell’insalata russa, madre di tutti gli intrugli sfiziosi (da loro, però, si chiamava “Italiensk salat”: pare che nessuno se ne voglia assumere la responsabilità). La casa in cui vivevamo, poi, ci sembrava ogni giorno più bella: passata, dopo poche ore, la paura iniziale, ci innamorammo di ogni suo dettaglio – i tramonti che infuocavano la casa ogni sera, la diversità degli stili di ogni camera, le mille curiosità sparse ovunque. In un giardino che probabilmente era il palazzo del re, o lo era stato, non distante dalla sirenetta che guardammo poco dopo o che avevamo appena visto, nell’unico giorno di pioggia di quel lunghissimo mese di luglio, ci mangiammo degli hotdog con la senape e, novità assoluta per noi italiani, con le cipolline fritte, quelle in stile Ikea. Ai passerotti danesi, che come tutti gli scandinavi nutrono una grande fiducia nel prossimo, offrimmo un po’ del nostro pane; e mentre assaporavamo quei wurstel dolci, io e Fausto, che allora stava per compiere 12 anni, cercavamo di capire cosa diavolo dicesse la canzone “Jeopardy” della Greg Kihn Band.

Spesso capitava che io e i miei fratelli ce ne andassimo in giro da soli. Di giorno, c’era un servizio efficientissimo di autobus; la sera, quando si fermavano, prendavamo la metropolitana (che, con nostra delusione, era quasi tutta all’aperto, come se fosse un treno),  salendo alla Hellerup Station (Google mi dice che a piedi servono 12 minuti per arrivarci dalla nostra casa di Ahlemann Alle) e scendendo in centro. Là compravamo il gelato, che veniva servito su enormi coni preparati al volo da un tizio con una piastra (prima di essere serviti, venivano appesi con una molletta a un filo, in modo che si raffreddassero), con un tapping di amarena, oppure…. oppure che facevamo? Non esistevano i telefoni, non andavamo per locali, non c’erano librerie… Ecco, qualche volta andavamo in un grande magazzino, simile a quelli La Fayette a Parigi, o alla Rinascente di Milano, e giravamo di reparto in reparto – Alberto cercava soprattutto dischi, mentre io e Fausto passammo davvero tantissimo tempo in un reparto di elettronica (che allora era una più che altro una curiosità) cercando di capire come funzionasse lo ZX Spectrum, il minicomputer che mio papà ci avrebbe comprato di là a qualche mese. Fu il mio primo contatto con l’informatica, se si esclude una partita a scacchi a cui avevo assisstito tra un collega di mio papà e l’elaboratore di Bologna, un’entità astratta che per me era tanto reale quanto la stele nera di Space Oddity; e fu decisivo, per certi versi, se adesso è di informatica che vivo. Era amore, di questo ne sono certo. Stava tra il calcio, la lettura e la musica. Allora non mi era chiaro fino in fondo che cosa fosse; però sentivo l’attrazione che esercitava, la risonanza. Chi non ha mai avuto a che fare con l’informatica, difficilmente può capire. Assomiglia alla scrittura, ma con l’obbligo della chiarezza. Ha qualcosa dell’architettura, della progettazione di un palazzo – le fondamenta, la modularità, la solidità, la resistenza al tempo. E’ una scienza, a modo suo, ma che si occupa di linguaggio, di grammatica, di relazioni tra parole. E sempre nel grande magazzino, del quale non ricordo assolutamente il nome (mi viene da dire Harrod’s, ma non so perché), andava, a ciclo continuo, su un televisore vicino agli Spectrum, una sequenza di tre o quattro video tratti da “Flashdance”, che in Italia non era ancora uscito. Per me, era un esperimento di ipnosi. Trascorsi due ore, là davanti.

poggioloCos’altro? Non è necessario ricordare proprio tutto… Ma c’era la bella storia della barca Azzurra di Cino Ricci (si chiamava così?) che sfidava per la prima volta i grandi equipaggi americani – ricevavamo notizie in AM, la sera, oppure leggendo qualche giornale italiano che mio papà comprava in centro; c’erano anche gli europei di atletica, che noi guardammo in corridoio (il televisore della famiglia era posizionato in un luogo che faceva capire chiaramente lo spazio ininfluente che occupava nelle loro vite), seduti, io e Fausto, uno dietro l’altro, con la mitica staffetta 4×100 con Mennea, Pavoni, Tilli e Simionato, secondi dietro agli USA di Carl Lewis, che allora fecero il record del mondo; un giro in ospedale di mio papà per un ascesso, e lui che comunica con il dottore in latino, unica lingua condivisa; il poggiolo della camera di mia mamma, circondato di rose, che si affacciava sul prato d’erba della casa, che io e i miei fratelli falciavamo ogni due giorni; i dischi di metal svedese di Martin, il più grande dei ragazzi della famiglia Gottlieb che viveva là, e i libri in finlandese del piccolo, Magnus, un biondino di sei anni la cui cameretta era toccata a Fausto; l’odore di ogni cosa, che ancora mi pare di sentire, di trovare, tra i tanti ricordi di quei giorni…

Cos’altro, allora? Una cosa, una cosa sola ancora. Quell’estate lessi tantissimo, e per la prima volta lo feci come un adulto. Tutto Kafka – tutti i romanzi, tutti i racconti. Delitto e Castigo di Dostojevskij. Lo straniero di Camus. La vita che salvi potrebbe essere la tua di Flannery O’Connor. Salinger. Primo Levi. Leggevo sempre, anche negli autobus che ci portavano in centro. Per la prima volta nella mia vita, avevo una camera tutta per me (era quella del capo famiglia, di Bøje, che faceva il dentista: ecco spiegato il mistero della mandibola umana) e potevo leggere fino a tardi. Capivo tutto? Non credo. Ma sono convinto che non fosse poi così importante, capire tutto. Con i libri, con quelli buoni, può succedere di capire poco, e di non perdere nulla. Quando si pensa a un romanzo di formazione, ci si immaginano spesso grandi avventure, e prove da superare; talvolta, però, può accadere che quel passaggio dalla fanciullezza all’età adulta avvenga attraverso una trasformazione interiore, l’acquisizione di nuovi strumenti, di un linguaggio o di nuovi punti di vista. Nella vita di un tredicenne, la lettura de “Il processo” di Kafka è l’equivalente di un rito di iniziazione; è un salto evolutivo, uno strappo, una lacerazione, per quanto benigna; è Adamo che esce dal Paradiso Terrestre con gli occhi finalmente liberi di guardare. Se quell’estate fu così felice, e così importante nella mia vita, lo devo, di sicuro, alle tante “prime volte” che accompagnarono quel mese a Copenaghen; ma lo devo, ancora di più, ai libri che avevo con me. Avevo il cervello che luccicava, una specie di centrale elettrica tirata a palla, un motorino che non smetteva di girare. Cosa immaginavo della mia vita futura, allora? Nulla. Però avevo iniziato a progettare la scrittura di un romanzo, che si fermò, ovviamente, alla prima pagina (ricordo ancora il soggetto non del tutto strampalato); avevo pigiato, per la prima volta, i tasti di un computer; ero uscito dal tunnel dorato della mia infanzia, racchiuso nel triangolo equilatero con Padova, Norcen e Grado ai vertici; i miei genitori, per la prima volta, mi erano sembrate non solo quelle persone buone (e un po’ nervose, nel caso del papà) che si prendevano cura di me, ma anche delle persone interessanti, che mi incuriosivano, dalle quali volevo imparare qualcosa. Avevo conosciuto una felicità diversa, più compiuta, più consapevole. Poi il giorno del mio compleanno, il 12 luglio del 1983, ho rischiato di morire soffocato con un bicchiere di birra durante il brindisi che accompagnava la torta – ho una foto scattata un minuto prima, che potrebbe essere “ecco l’ultima foto di Paolo Zardi” – e se fossi morto lì nella cucina della casa di Copenaghen, la mia vita avrebbe preso una piega decisamente diversa…. Ma sopravvissi, ci ridemmo sopra, e ora sono qui a ricordare quei giorni.

ultima cena
In un altro universo parallelo, questa è la mia ultima cena
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Una risposta a "København, 1983"

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  1. Che strana sensazione a leggere questo rito di iniziazione alla (vera?) vita. Quel tono inconfondibile nelle tue tranche de vie, tra lo struggente, il commosso, l’assorto, il tutto cosparso di numerose goccioline di spirito live e faceto, qui brilla anche meglio che in altre occasioni. E poi la Danimarca, la cui singolare luce radente, un po’ nordica ma anche bizzarramente mediterranea, ho scoperto anch’io, sconfinando dalla Germania settentrionale, cercando un Nord più a Nord… e, infine, quelle scintille segrete ed imprevedibili che scoccano la la scrittura di chi scrive la scrittura di chi legge, fatte di analogie dell’esistenza, vere o presunte non importa, l’odore di certi mattini danesi, l’umorismo, ripeto, che dà un tono di allegra malinconia.
    Bello, bello, bello

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