I miei buoni propositi per il 2019

Dicembre, andiamo, è tempo di bilanci. Ogni tanto vanno fatti, per quanto possa essere complicato essere oggettivi verso se stessi. Rivedere quello che si è fatto, capire cosa andava bene e cosa non ha funzionato; capire se il mondo è migliore o peggiore; e confrontare le speranze di un anno fa, gli obiettivi che ci si era posti, con ciò che poi è successo – valutare cioè la corrispondenza tra sogni e realtà…

Il 2018 è stato l’anno di “Tutto male finchè dura“, uscito per Feltrinelli. Obiettivamente, è andata meno bene di quanto speravo. Certo, è stato bello vedere il libro ovunque – la distribuzione delle grandi case editrici! Ma di fatto, per quanto io cerchi di considerare solo la metà piena del bicchiere, questo romanzo è passato quasi inosservato. Non ci piagnucolo sopra, ci mancherebbe. Mi chiedo cosa non abbia funzionato. Di sicuro, non so promuovermi, ed è un difetto sul quale non credo di voler lavorare, se questo mi obbligasse a snaturarmi. Ho visto autori che stimo accettare qualsiasi cosa pur di parlare del proprio libro: è un atteggiamento encomiabile, e che probabilmente paga, ma io sento sempre, dentro di me, quel verso di Battisti (di Mogol, a dire il vero) che diceva “l’applauso per sentirsi importante senza domandarsi per quale gente”… E’ una forma di elitarismo? Può essere. Sopporterò il dubbio. Più o meno per lo stesso motivo, so che non terrò conto di questo risultato quando mi metterò a scrivere ancora. Non vivo di scrittura, e la cosa mi dispiace; ma almeno posso permettermi il lusso di essere libero. Andrò avanti, facendo quello che fanno quasi tutti gli scrittori: penserò che questo libro non è stato capito. 🙂

A dicembre, poi, è uscito il mio primo fumetto. Si tratta di un progetto per Miraggi, casa editrice torinese. E’ il primo numero di una serie che vedrà diversi autori alternarsi alla scrittura del soggetto; mano a mano che si andrà avanti, aumenteranno i vincoli imposti dalle storie precedenti. Io, però, ho avuto un bel po’ di libertà, anche se l’idea di base, quella sotto tutta la serie, era stata già impostata. Nei prossimi giorni ne parlerò qui su Grafemi, per condividere i dettagli di questa avventura.

Sul fronte “vita”, sono invecchiato, non c’è dubbio. Qualche nuova magagna, ma si tiene botta. I ragazzi stanno crescendo, ponendo problemi di natura completamente diversa. L’adattamento a questa evoluzione richiede grandi sforzi – si tende a pensare ai propri figli come se fossero bambini per sempre, ma, fortunatamente, non è così. Ora, si discute sull’ora entro la quale bisogna essere a casa, sulla corrispondenza tra diritti e doveri, qualche volta di politica, anche se mi pare che i ragazzi di oggi vivano in un mondo piuttosto diverso dal nostro. Anche loro ascoltano Sfera Ebbasta (non solo lui, ovviamente); su questo rapper è stato montato un caso semplicemente ridicolo, che avrebbe meritato approfondimenti. Credo però che il tema sia sempre lo stesso: il ritorno della passione per la gogna.
Al riguardo, ho passato una buona parte del 24 dicembre leggendo “I giustizieri della rete” di Jon Ronson, della sempre ottima Codice Edizioni (credo che un terzo dei libri sul mio eReader li abbia comprati da loro). Interessante, anche se non ho trovato nulla che più o meno non avessi già letto da qualche altra parte: la cosa bella è che mette tutto insieme e prova a formulare un’ipotesi. Io inizio a pensare che Twitter stia diventando una piazza per le esecuzioni pubbliche. Alla gente, al popolo, tutto questo piace. A me no: mi fa orrore.

E tornando ai libri, ho letto delle cose molto buone, in questi dodici mesi. Il più bel libro? “La vita lontana” di Paolo Pecere, per Liberaria. Continuo a ripeterlo da tempo, ormai. E’ un esordio straordinario, che consiglio in ogni occasione. E’ scritto divinamente. Ma non è stato l’unico libro “importante” che ho letto nel 2019. Non voglio essere esaustivo, non serve. Ma non posso non citare “La vita riflessa” di Ernesto Aloia (Rizzoli): lui è di gran lunga uno dei migliori scrittori italiani (meravigliosi anche i suoi “I compagni del fuoco” e “Paesaggio con incendio”) ed è senza ombra di dubbio un autore sottovalutato, ma in modo (tristemente) prevededibile – i suoi libri sofisticati, ironici, talvolta grotteschi, intelligentissimi, dipingono un mondo senza speranza, e questa caratteristica, da quello che si può dedurre leggendo i titoli della classifica domenicale de “La lettura”, non ne favorisce un’ampia diffusione, o almeno non in Italia. Lascia perplessi, e per certi versi prostrati, il silenzio di chi dovrebbe cercare di promuovere la cultura – i giornali, ad esempio, ma anche i blog letterari. A me è sembrato che non si siano nemmeno accorti di questo libro, anche se non è del tutto vero. In Inghilterra forse sarebbe arrivato tra i dieci libri più venduti e in America ne avrebbero fatto un film: qui nemmeno la Rizzoli ci ha creduto veramente; o almeno questa è stata la mia desolata impressione.
Mi è piaciuto molto anche “Notturno salentino” dell’amica Federica De Paolis, per Mondadori – un libro che è riuscito a mettere insieme qualità e intrattenimento. Un successo senza dubbio meritato per una scrittrice che esplora sempre strade diverse.
Poi “Roma” di Nicola Manuppelli (Miraggi): un romanzo splendido, e anomalo nel panorama italiano. E’ una ricostruzione della Roma del cinema tra gli anni sessanta e settanta; i personaggi sono Fellini, Gassman, Walter Chiari, Burt Lancaster, Truman Capote. Per quello che ne capisco di queste cose (poco, temo), sarebbe giusto che arrivasse almeno nella dozzina dello Strega. Se succederà, sarò contento di essere stato il primo a dirlo.
La bambina ovunque” di Stefano Sgambati (Mondadori) è un curioso cross-over di cui ho già parlato qui su Grafemi. A me è piaciuto molto e, per quello che posso vedere, ha avuto la giusta considerazione anche se il suo autore, mi pare di capire, non la pensa così. E’ un libro che mescola generi diversi, intelligente come tutte le cose scritte da Sgambati, moderno (ancora: come tutte le cose scritte da Sgambati), con una lingua bellissima – finalmente un autore che non ha paura dell’ipotassi!

Ma ora, i miei buoni propositi per il 2019.
Il primo è politico: non voterò mai per un politico che ha un profilo Twitter. Uno degli argomenti principali di questi giorni è la foto di un uomo politico, che credo abbia qualche ruolo di rilievo nell’attuale Governo, mentre fa colazione con pane e Nutella. Non mi interessa. Nel profilo del portavoce di questo tizio, di quello che gli “cura la comunicazione” (quindi, visti i tempi, il suo ideologo), uno che sembra il sosia di Rovazzi (e forse è davvero lui) c’è scritto: “Digital philosopher. Social-megafono, mi occupo quasi 24×7 della comunicazione per il Capitano. #goSalvinigo“. E’ un mondo che non mi interessa. Non è con queste cose che voglio riempire le mie giornate. Per fare un altro esempio: l’altro giorno una deputata del PD ha postato una foto in cui il Presidente del Consiglio Conte suona la chitarra ai poveri bambini pazienti di un ospedale, ma con il barré più a destra delle dita impegnate fare un accordo (il La, per inciso), quindi per finta: questa immagine era la metafora di qualcosa? Secondo la deputata sì, e quindi ci scrive sopra un tweet. Ma si tratta di un fotomontaggio: Conte stava suonando veramente ai poveri bambini pazienti dell’Ospedale! Allora il Movimento Cinque Stelle, attraverso il suo profilo ufficiale, ha lanciato un hashtag con il quale si chiedeva alla deputata di scusarsi per quel tweet; hashtag che va in tendenza in pochissimo tempo, rilanciato da migliaia di follower (cioè: seguaci). La deputata rimuove il tweet, scusandosi. Ecco, mezza Italia ferma un giorno a parlare di questo; l’altra metà, della Nutella del personaggio politico che occupa un ruolo di rilievo nel Governo Italiano. Non serve a niente. Tiriamo fuori la politica da Twitter. Io per primo. Mi sono esposto, politicamente, quest’anno. Forse lo si può ancora fare su Facebook, con le dovute precauzioni, o su un blog. Ma su Twitter, no: è il posto sbagliato. Dà soddisfazioni piccole e immediate, come le sigarette o quella cosa di schiacciare i fogli di nylon con le palline; ma alla lunga fa male.

Il secondo proposito è convincere quante più persone possiblile a non chiamare più i personaggi dei racconti ‘Uccio, ‘Eppe, ‘Etta; a non farli girare scalzi per l’Italia degli anni cinquanta; a non credere che l’inserimento di dialoghi in dialetto sia “realistico”; a considerare seriamente la possibilità che non abbiamo bisogno di un’altra Elena Ferrante, ammesso che sia necessaria quella vera; che la letteratura sta percorrendo altre strade, tracciando nuove possibilità. Perché non provarci? Perché non provare a cercare, ad esempio, metafore che facciano riferimento al mondo nel quale viviamo, fatto di computer, aziende, automobili, forni a micro-onde, telefoni, reti? Perché non immaginare il 2019 invece che continuare a ricostruire l’Italia del dopo guerra, e quella della Morante, e quella dei film in bianco e nero degli anni sessanta, e quella dei libri contemporanei che continuano a vivere in un mondo parallelo? A tutti consiglierei di leggere Michele Vaccari, Fabio Viola, Ernesto Aloia, Stefano Sgambati, Violetta Bellocchio, Cristò, Antonio Bortoluzzi, Gregorio Magini, Sara Gambolati, Vanni Santoni, Paolo Pecere, Nadia Terranova… L’Italia è cambiata. E ci sono scrittori italiani che parlano di questo mondo.

Il terzo proposito, molto più pratico, è fatto di tre parole: dimagrire, dimagrire, dimagrire.

Il quarto ha a che fare con i libri, ed è quindi il più importante: leggere solo roba buona. Mi sto confrontando con amici e persone che stimo, alla ricerca di un libro capace di aprirmi nuovi mondi. E poi studiare, studiare seriamente, che è il quinto e ultimo. Trovare nuovi modi di raccontare una storia; estendere enormemente la tavolozza degli aggettivi che ho a disposizione; riflettere sulla costruzione delle singole frasi, sulla punteggiatura, sui passaggi da un paragrafo all’altro e da un capitolo a quello successivo. Imparare, e scardinare le mie certezze. Ho voglia di ricostruirmi, di farmi diventare uno scrittore più capace, più forte, più sicuro. I prossimi tre mesi saranno dedicati a un progetto in corsa, dal quale non posso e non voglio scendere; poi, inizierà il cambiamento. Essere uno scrittore (una cosa che non riesco ancora a dire senza sentire una vocina che mi accusa di presunzione) ha senso solo se c’è crescita; se la prossima sfida che ci si pone è molto più difficile dalla precedente; se la consapevolezza e la sicurezza crescono con la stessa velocità con la quale crescono l’insicurezza e il dubbio di aver perso la strada giusta.

Buon 2019!

6 risposte a "I miei buoni propositi per il 2019"

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  1. Molte considerazioni interessanti e stimolanti ma ce n’è una, ti confesso, che mi ha stupito: quella contenuta nel TERZO PROPOSITO: dalle foto si direbbe che quest’intento sia – come dire- “fuori asse”£ rispetto alla realtà effettuale. O no?t

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  2. Paolo condivido ogni tua parola.
    Mi dispiace solo, in questo 2018 di non essere ancora riuscita a stringerti la mano (magari al Tobagi).
    Per quanto riguarda il tuo romanzo, appoggio la tua decisione. Penso che la velocità di consumo, non da tempo alle cose belle di manifestarsi. Poi un giorno qualcuno dirà: però che bel libro… com’è che non me ne sono accorto?
    🙂 Intanto auguri di buona fine…
    Diana

    Piace a 1 persona

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