Corpi – Stefano Sgambati

Mi chiedevo quale potesse essere un buon modo per finire il 2018. All’inizio avevo pensato di regalare cento euro a tutti quelli che visitano questo blog, ma poi ho pensato che non si sa mai, magari proprio oggi qualche nuovo algoritmo di Google fa puntare il mondo a Grafemi, e io sono rovinato.
Ho pensato anche che avrei potuto rivelare il segreto della felicità, che consiste, più o meno, nel vivere la vita con leggerezza, ma poi ho pensato che con me ha funzionato piuttosto raramente – che i momenti più belli sono stati quelli in cui ho avuto la fugace impressione che esistesse qualcosa di più grande di me – non Dio, certo, ma comunque “qualcosa” – e che un mio piccolo gesto, come far nascere i miei figli, nascondesse un significato che andava ben oltre la più stretta contingenza.
Così alla fine ho optato per un racconto di Stefano Sgambati, che è comparso più volte, in questo blog – ho recensito quasi tutto quello che ha scritto (non molto, a dire il vero: bisogna convincerlo a scrivere di più) e l’ho consigliato i in diversi post. Chi mi conosce di persona, o conosce Stefano, sa anche di quest’amicizia che dura da diversi anni, un legame tra due persone diverse tra loro, eppure, per certi versi, insospettabilmente “assonanti”. Questa storia, “Corpi”, che con generosità mi ha inviato un po’ di tempo fa, potrebbe essere l’inizio di un progetto più articolato per il 2019, una cosa da fare spalla a spalla: è l’augurio che mi faccio per l’anno prossimo.

Buon 2019!

Corpi, di Stefano Sgambati

Aveva dodici anni, quel corpo ero io.
In vacanza, Ortisei, montagne, genitori. Un supermercato. La madre sceglieva le arance, il corpo aspettava in un piccolo reparto strano di cose preziose: quotidiani, riviste, quaderni, guide, info turistiche, libri, poi improvvisamente apribottiglie, vasellame, pentole. Anche lui era una cosa preziosa. Ogni tanto due occhi di madre sbucavano da un angolo per controllarlo. Espositore girevole: potevano essere occhiali da sole di plastica, o fochine di peluche, invece era “Christine – la macchina infernale”. Copertina nera, caratteri cubitali cangianti, tutto maiuscoletto: sembrava merda commerciale, lo aggiunsi al carrello con le arance, le patate. I miei genitori non fecero una piega.

*

Dodici anni e una settimana.
La comprensione che nessun corpo è libero. Doveri e pochi diritti, attività famigliari. Il padre studiava il percorso tratteggiato di rosso su una cartina. Il rito degli zaini. Avevo rinunciato a tutto per sottrarre peso: solo borraccia, k-way e Stephen King. Dai prati dove ci prendevamo una pausa il mio corpo era l’ultimo a rimettersi in piedi. Il padre tagliava i panini in due con un serramanico. Era l’azione più da adulto che avessi mai visto succedere. Una Plymouth Fury del 1958 mi inseguiva famelica. Le briciole se le mangiavano le formiche, gli uccelli. Accanto a noi sorelle di ragazzini che conoscevo di sfuggita correvano con una consapevolezza indicibile: posavano per le fotografie. Si muovevano davanti ai padri e alle madri come fossero amici. Gambe scoperte. Ogni tanto mi parevano angeli. Ogni tanto vermi in decomposizione.
Era quello l’orrore.
Avere paura dei propri desideri.

*

Il corpo accumulò ventitré anni.
Un piccolo vezzo: i libri sugli scaffali ordinati cromaticamente. Solo quelli di King erano raggruppati insieme. Li misuravo col metro. Possedevo un metro e ventisei di Stephen King. Possedevo un metro e trentuno. “Christine – la macchina infernale” era il primo della fila. Il corpo aveva compiuto ventitré anni quel giorno. In tv immagini strane: una statua di Saddam Hussein veniva abbattuta. Cadeva giù di testa, si spezzava. “Baghdad è caduta”, dicevano. Soldati americani esultavano. Corpi di ragazzi. La statua decapitata aveva ancora il braccio teso in segno di vittoria. Tra le pagine di “Christine” c’era una stella alpina. Secca, appiattita, ma una stella alpina. Stava lì da più di dieci anni a segnare una frase: «Ti dirò qualcosa sull’amore, Dennis». In tv c’era la faccia di un corrispondente famoso il cui nome avevo sulla punta della lingua.
Continuai la lettura e il corpo tornò indietro.

*

Dodici anni, una settimana, più un’ape.
Arrivò quest’ape.
Cercavo di mandarla via, di non farmi pungere.
Ma quella restava.
Le api portano il miele, quell’ape portava un trentasei di scarpe e tantissimi bracciali al polso. Faceva rumore da lontano, era quello il suo ronzio.
Anche lei doveva avere dodici anni più una settimana. Non aveva mai letto un libro in vita sua. Perciò da quel momento neanch’io. Per cinque giorni la stella alpina rimase dimenticata tra le stesse due pagine. La Plymouth Fury del 1958 immobile in qualche garage del mio cervello. Quando tornai a “Christine”, la vacanza era finita, il molosso dolomitico si rarefaceva nel lunotto posteriore dell’auto come uno sciame di moscerini. Pensavo e non pensavo. Indugiavo sempre sulle stesse righe. Qualcosa di enorme era cambiato da qualche parte. Aveva cominciato a divorarmi dall’interno, poi si era fermato. Non per pietà, ma per sadismo.
«Ti dirò qualcosa sull’amore, Dennis».
Il corpo adesso poteva capire.
La puntura di pungiglione prudeva.

*

Il corpo duole.
Dieci, dodici scatoloni di libri in una cantina. La casa nuova non è ancora arredata.
Tutti gli scatoloni sono numerati, tranne uno. Su uno c’è scritto “S. King”. È più grande degli altri. Ho la sensazione che contenga un cucciolo di scimmia. Che si muova. Lo apro. “Christine” è sul fondo. Lo prendo. Lo apro. Fa un rumore strano. La stella alpina è ancora lì.
«Ti dirò qualcosa sull’amore, Dennis».
Sorrido. Penso che una volta che hai una casa tua non vai più in giro a spaccare finestre.
Prendo l’ascensore, guardo il corpo  nello specchio. È cresciuto. È cambiato.
In casa cerco mia moglie. È strano non vedersi subito, dopo un lungo periodo in un monolocale.
«Senti qua», le dico.
Lei si ferma, con le forbici in mano.
Poi leggo: «Ti dirò qualcosa sull’amore, Dennis. Ha un appetito insaziabile, si divora tutto, famiglia, amicizia. Non hai idea di quanto sia vorace. Ma ti dirò un’altra cosa: basta nutrirlo, e può essere stupendo».

Mia moglie sorride, si tocca il pancione come se non avesse altra scelta.

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Stefano Sgambati è nato a Napoli nel 1980, ma ha sempre vissuto a Roma. Si è poi trasferito a Milano, dove si occupa di giornalismo, letteratura e tv. Ha esordito nel 2011 con un libro di racconti, Il Paese bello (Intermezzi Editore). Gli eroi imperfetti (minimum fax) è stato il suo primo romanzo, pubblicato nel 2014, mentre il suo secondo, La bambina ovunque, è stato edito da Mondadori nel 2018. Ha gli occhi azzurri, calza il 42 ed è stato capo degli ultras del Frosinone, prima di essere allontanato per comportamenti antisportivi.


2 risposte a "Corpi – Stefano Sgambati"

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