Sezione aurea

Si erano dati appuntamento in un orribile bar vegano che aveva da poco aperto proprio sotto il suo ufficio, in uno di quei palazzi tutti uguali che si affollavano, spintonandosi a vicenda, ad Assago, nel quartiere di Milanofiori; si sarebbero visti alle cinque di pomeriggio di un giovedì di settembre; lei aveva proposto le quattro, lui aveva una riunione fino alle sei, a fatica avevano trovato un compromesso – l’ultimo. Lei, che lo aveva aspettato dentro, nel tavolo più lontano dall’entrata, non si era truccata; e lui, d’altra parte, aveva già allentato la cravatta. L’informalità degli addii amorosi. Si sedette accanto a lei.
Quindi? le aveva chiesto giocherellando con alcuni granelli di zucchero sparsi sul tavolo. Che le cose non stessero andando bene, tra loro due, lo si era capito da un pezzo (a marzo c’era stata la prima crisi, ad aprile la riconciliazione; una ricaduta dei primi di giugno – silenzio totale fino al solstizio – aveva preceduto un luglio caldo e burrascoso, e un lunghissimo agosto interlocutorio, con timide aperture, chiusure improvvise, piovaschi, qualche schiarita); quella chiacchierata, però, era comunque una piccola, odiosa sorpresa, un anticipo dell’autunno che premeva alle porte.
Ho un altro gli aveva detto, tenendo basso lo sguardo. Un altro lui, da qualche parte, dunque. Un meteorite caduto nel centro della loro camera da letto. Cosa aveva promesso, a quello? Che entro il pomeriggio avrebbe finalmente lasciato il suo compagno? Lui continuava a spostare i microscopici cristalli di zucchero da una parte all’altra del tavolo e non sapeva cosa dire. Ricordava bene, per esserci passato più di qualche volta in passato, cosa significava essere dall’altra parte di quella partita a scacchi, di quell’incontro di boxe – dietro alle lacrime che uscivano da quegli occhi chiari che non lo guardavano più c’era un solo pensiero: ancora mezz’ora di ‘sto supplizio, e poi inizia una nuova vita.
Si salutarono sulla porta del bar. Lui provò a darle un ultimo bacio ma lei scostò il viso – non posso, scusami, aveva detto. La sua fedeltà, che per qualche anno lo aveva protetto, ora gli si rivoltava contro. La guardò mentre si allontanava del misterioso dedalo dei palazzi, fino a quando non la vide più; fu allora che ci fu il crollo, lo schianto delle cose che aveva dentro. Per anni, la struttura del loro rapporto aveva tenuto duro, ostentando un’apparente solidità; ma evidentemente gli era sfuggito qualcosa: un tirante aggredito dalla salsedine, il cemento armato che perde la sua resistenza alla torsione, l’usura sottostimata, un qualche dettaglio fondamentale trascurato in fase di progettazione. Il mondo pareva sempre impegnato a sottoporre le sue creature a prove immani: spostava interi continenti, sollevava mari, stappava vulcani, faceva finire le storie d’amore senza un motivo.
Prese la macchina. Il navigatore indicava meno di due ore. Superò gli Appennini mentre il sole si stava pigramente preparando per la notte; superò anche Genova ferita, affacciata su un mare che sembrava piombo; e infine arrivò nella casa che, ai tempi della loro vita felice insieme – l’anno prima – avevano comprato e restaurato: per quando saremo vecchi, gli aveva detto un giorno di luglio, mentre si arrampicavano per un sentiero di montagna, sotto un sole elettrizzante che faceva vibrare ogni cosa. E in effetti, lui non si era mai sentito così vecchio come quel giorno. 
Girò per le stanze vuote. Si distese su un divano e fissò il soffitto lucido. Dalle finestre arrivava la luce rossastra e pastosa del tramonto. Il dolore non passava, ma c’era qualcosa, nella bellezza di quella casa, che pareva suggerire una speranza di salvezza. Esistevano gli architetti dell’anima? Qualcuno ci aveva mai pensato? La meccanica razionale, la scienza delle costruzioni, la morfologia delle strutture avrebbero dovuto trovare un loro corrispondente sentimentale in qualche corso di studi, nuove discipline capaci di dare ordine al tumulto del cuore, di organizzare le forze che spingevano, incontrollate, da ogni parte: il desidero oscuro, l’ardore, la paura, la voglia, la tenerezza… Se si fosse trovata la sezione aurea dell’amore, la costante di Fidia da applicare a alla lotta selvatica che gli esseri umani combattevano tra loro per la felicità, non ci sarebbero più state quelle montagne di macerie a ingombrare le vite delle persone.
Trovò una bottiglia di vino in cucina. Prese due bicchieri e si spostò in terrazza. Sotto, il mare ormai scuro si frangeva sugli scogli e poi si ritirava, ondeggiando stancamente, cullandosi nella notte. Si ricordava com’era quella casa, quando l’avevano comprata: poco più di un rudere. Ma alla fine erano riusciti a ridarle splendore. Ricordava anche il profumo che a giugno riempiva l’aria – il timo fragrante, il rosmarino pungente, il mirto soave. Chiuse gli occhi. In lontananza si sentivano voci straniere, e il rumore basso del motore di una barca che lentamente entrava in porto, i suoni di qualche festa, la risata di una donna corteggiata e ragazzi che scherzavano tra loro. Prima o poi li avrebbe sentiti tornare a casa – qualcuno cantando sguaiatamente, e altri ridendo; alla fine sarebbe rimasto solo il sussurro delle promesse che una coppia appena nata avrebbe ripetuto per ore e ore, come un giuramento, una preghiera, una formula magica. Faceva male, faceva male tutto, perfino il cielo stellato che si era aperto là in alto, perfino la luna immobile – gli sarebbero serviti mesi e mesi per accettare il fatto che, là sotto, a guardarla, era rimasto solo lui. Buttò già un altro bicchiere di vino. Si sentiva straziato, ma non l’avrebbe venduta, quella casa; con il tempo, si disse, forse ci sarebbero stati altri sogni, altre risate, altre promesse da sussurrare in notti come quelle.

6 risposte a "Sezione aurea"

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  1. Davvero molto bello.

    (Non ci conosciamo, ma ti ho pensato pochi giorni fa: Delka non c’è più. La prima volta che ho letto un post sul tuo blog parlavi di lei, è così che ti ho “conosciuto”.)

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  2. Perché non bandisci una sorta di piccolo “concorso” letterario? Invitandoci ad aggiungere una conclusione alla vicenda narrativa?

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  3. Un bel racconto che rende bene il dolore per la fine di una storia ma ha in nuce la convinzione che, quando avrà attraversato la lunga notte che lo attende, il protagonista potrà riassaporare le gioie della vita.

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