Fluorescenze

Aveva capito di essere morto quando, in un pomeriggio di aprile, le luci automatiche del corridoio che portava al bagno non si erano accese al suo passaggio. Da principio aveva pensato che si trattasse di un guasto delle cellule fotoelettriche – gli oggetti avevano la tendenza a smettere di funzionare all’improvviso e senza una ragione apparente. Tastando le pareti con le mani, era comunque riuscito a localizzare il gabinetto ma una volta dentro (neanche là le luci si erano accese) aveva avuto l’impressione che lo stimolo a urinare fosse finito, o non fosse mai esistito: faticava perfino a ricordare come ci si sentisse in quei casi, e cosa si dovesse fare. A fatica, era tornato in ufficio e si era seduto davanti alla sua postazione. I colleghi non dicevano nulla, e non riusciva a capire se non si erano accorti di quanto era successo, se erano imbarazzati, o se, tutto sommato, quell’evento che lo riguardava così da vicino era un evento di secondario interesse. Sullo schermo del computer comparvero alcune notifiche. Sul tavolo, un telefono che aveva tutta l’aria di essere suo, vibrò tre volte: avrebbe voluto prenderlo per guardare chi gli aveva scritto, e poi rispondere, ma lo distrasse un colombo che, appoggiato sul piccolo davanzale davanti a una delle finestre, si guardava intorno, muovendo la testa avanti e indietro. Qualche giorno prima, mentre recuperava la macchina parcheggiata a un chilometro dal cliente che era andato a trovare – un’azienda che lavorava il legno su scala industriale: capannoni smisurati, ciminiere sempre attive, la palazzina degli uffici dirigenziali che sembrava uno chalet –, aveva osservato una cornacchia appollaiata sopra un lampione, e si era chiesto se era la stessa che aveva sorpreso a ora di pranzo, intenta a mangiare i resti di un animale ormai irriconoscibile spalmato sulla strada. L’aveva guardata per qualche secondo, illuminata dalla luce bassa del sole che stava tramontando; poi, di colpo, come se avesse ricevuto un segnale segreto, si era levata in volo, sbattendo le grandi ali scure nell’aria azzurrina; e due anatre che volavano nel senso inverso, tendendo in avanti il collo lungo ed elegante, avevano lanciato il loro verso come un colpo clacson, per evitare uno scontro o per salutare quell’uccello. Una cinquantina di metri dopo, avevano virato a sinistra e, superato un boschetto di pioppi, erano sparite nel nulla. Era così che la morte annunciava la sua imminente venuta? Con quel genere di superficiale simbolismo?

Aveva immaginato diverse volte, la propria fine, come un esorcismo o un guanto di sfida lanciato verso il nulla: un incidente in macchina lungo un’autostrada (il camion davanti che frena all’improvviso, lui che, distratto dal cellulare, inchioda troppo tardi, e poi lo schianto, il groviglio di lamiere, il fumo, il suono delle sirene); un lungo, malinconico, inestinguibile cancro; un attacco di cuore a due o trecento chilometri da casa sua. Un giorno Montaigne era caduto da cavallo, aveva battuto la testa ed era morto; quando si era svegliato nel suo letto, dopo qualche giorno di coma, aveva realizzato che morire non era poi tutta questa gran cosa: durava un secondo, ed era finita. E da allora – lo aveva scritto nei suoi saggi – aveva smesso di avere paura di quell’attimo, passato il quale nulla lo avrebbe più riguardato (chissà se si era ricreduto quando morì davvero, dopo settimane di tremendi tormenti). Ma ora sapeva che la fine non era la lama di una ghigliottina che si abbatte sul collo, o un colpo di pistola al cuore: assomigliava, piuttosto, al lento scivolare nel sonno, quando i contorni delle cose, i visi delle persone, i loro nomi, e i fatti dei giorni precedenti si facevano più vaghi, più confusi. Si guardò intorno: i volti dei colleghi, con i quali aveva trascorso quegli ultimi anni, iniziavano a essergli meno famigliari. I francesi, che come i tedeschi avevano un nome per ogni cosa, avrebbero detto che si trattava di un fenomeno di jamais vu – la sensazione di non aver mai visto qualcosa che si era sempre avuta vicina. Anche le parole stavano perdendo qualcosa: non la relazione con le cose che rappresentavano, ma la necessità di essere dette. Per quanto quelle conversazioni fossero leggere, serviva un inesauribile desiderio di raccontare qualcosa e un desiderio simile di voler ascoltare, e poi rispondere – un interesse bruciante verso la trasmissione del proprio pensiero che pareva essere intimamente legato alla vita stessa; ora che era morto, infatti, gli pareva che tutto quel parlare non fosse altro che il gorgogliare involontario di uno spirito vitale che si agitava dentro ogni corpo – bolle che esplodevano sulla superficie di un lago che ricopre un vulcano, fusa di un gattino che rammentava a sua madre di essere ancora vivo. Era un impegno irrinunciabile, perché ora, nonostante fosse trascorso pochissimo tempo da quando lui aveva smesso di parlare, avevano già iniziato a dimenticarsi di lui: uno preparava i caffè, un altro rispondeva al telefono, un altro ancora fissava una call, e rispetto a prima non era cambiato praticamente nulla. L’ufficio si era assestato e aveva subito trovato un nuovo equilibrio. In tutti quegli anni, con i messaggi, le mail e le telefonate, gli abbracci, le storie, i racconti, i tweet e gli status, non aveva fatto altro che ricordare al mondo che lui esisteva, uno sforzo disperato in cui anche gli altri si prodigavano instancabilmente; e ora che era diventato silenzioso, ora che, senza alcuno strumento per entrare nelle vite degli altri, avrebbe perso la presa, sarebbe sparito, come quegli amici dell’Università che avevano commesso l’errore di non iscriversi a Facebook ed erano stati inghiottiti dal silenzio.

Poi il sole iniziò a tramontare, facendosi largo tra le nuvole oltre la tangenziale. Il flusso di camion e macchine aveva raggiunto il picco serale; il rombo di quei motori gli pareva lontano, come se provenisse dall’aldilà. I colleghi non c’erano più, e non ricordava quando se ne erano andati, e cosa avevano detto mentre si chiudevano dietro la porta. Avrebbe voluto chiamare a casa per salutare, dire ancora qualcosa ma non riusciva a ricordare chi lo stava aspettando, tra le donne che aveva amato nella vita, e quanti anni avessero i suoi figli, e se ne aveva davvero avuto qualcuno. Da piccolo, sul comodino accanto al letto aveva un rosario fluorescente che, dopo essere stato illuminato per tutto il giorno, si spegneva lentamente, come un brusio che si allontana. Anni prima, una luce aveva creato una piccola increspatura sulla superficie della terra, e quella era stata la sua vita. Guardò fuori dalla finestra. Era buio, e non ebbe più paura.

3 risposte a "Fluorescenze"

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