Il linguaggio che non c’è

memeNe “La guerra dei meme”, l’ottimo saggio filosofico di Alessandro Lolli uscito da poco per effequ che affronta uno dei fenomeni tipici di questo decennio, il meme, a un certo punto l’autore riporta un’affermazione che mi pare centrale per capire quali sono le difficoltà intrinseche, e probabilmente insuperabili, che la sinistra deve affrontare in questo particolare periodo storico. Parlando della vittoria di Trump del 2016, Lolli racconta il forte supporto che la sua candidatura ha ottenuto sotto forma di meme prodotti da siti come 4chan.org, espressione di una nuova destra sotterranea e sottilmente pervasiva. La domanda è: esistono meme di sinistra? O meglio: possono esistere? La risposta la danno gli utenti di quel sito, con una sorta di sberleffo: Left can’t meme  (anche se Obama avrebbe potuto rispondere con un bel Yes, we can).

La sinistra non è in grado di produrre slogan, simboli, narrazioni virali. Non lo può fare perché è contrario alla sua natura, all’idea che vuole mantenere di sé. In Italia ci ha provato Renzi, e dopo due o tre anni di hastag su Twitter, i primi a scaricarlo sono stati proprio i suoi elettori. La narrazione complessa, politicamente corretta, moralmente orientata, vagamente idealistica, apparentemente dialettica – tutti tratti distintivi della sinistra di oggi – è incompatibile con qualsiasi tentativo di semplificazione del messaggio. La sinistra può prendere in giro solo i fascisti, ma anche questo umorismo va a vuoto, perché quella del fascista è una categoria nella quale nessuno si riconosce; e anzi, proprio questa particolare “ossessione” diventa argomento di nuovi meme di destra.

Sul profilo twitter ufficiale della Lega, qualche giorno fa è comparsa questa immagine:
mona

 

Perché non riusciamo a immaginare Zingaretti (o Bersani, o Fassino, o Veltroni, o D’Alema) vestito da Capitan America? Il motivo è sottile: quando si dice che Salvini è un ottimo comunicatore, si sta trascurando metà della questione, e cioè che la sua comunicazione così efficace (34% alle Europee) può funzionare solo all’interno della destra, che non deve dimostrare continuamente la propria superiorità intellettuale, e che è libera di giocare anche con il politicamente scorretto, base di qualsiasi narrazione ironica, che a sua volta è la base, direi obbligatoria, di qualsiasi narrazione contemporanea (come giustamente notava già David Foster Wallace quasi trent’anni fa).
Anche il ritratto di Salvini come Capitan Italia va letto almeno su due livelli: nel primo, rivolto agli elettori di destra, viene passata l’immagine del guerriero indomito che lotta per il bene dell’Italia; nel secondo, più nascosto, c’è la risposta già pronta alle critiche della sinistra: “è uno scherzo ma voi sinistri siete troppo seri per poter ridere di queste cose. Left can’t meme, ma noi sì. Il nostro schema di valori è più semplice: famiglia, patria, un po’ di Dio. Fuori da questo triangolo, possiamo ridere di qualsiasi cosa – anche di voi che non sapete ridere. Bacioni, rosiconi”.
Se Zingaretti o Gentiloni decidessero di iniziare a scattarsi dei selfie mentre mangiano arancini, o se scegliessero di adottare uno slogan paragonabile a #primagliitaliani da rilanciare in ogni occasione – da scandire i piazza con il “popolo” – otterrebbero un solo risultato: allontanare tutti gli elettori di sinistra, senza raggiungere neppure un elettore di destra. Sarebbe come cercare di far entrare un quadrato dentro a un cerchio, in uno di quei giochi che si danno ai bambini per imparare la geometria dei solidi. Per quanto possa fare male ammetterlo, nel 2019, la sinistra non può (più) accedere al linguaggio con i quale ora si crea il consenso.

3 risposte a "Il linguaggio che non c’è"

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  1. Sono completamente d’accordo a metà col Mister (cit.).
    Infatti, posto che pare ragionevole che il linguaggio dei meme si adatti bene alla narrativa della destra, mi pare invece irragionevole pretendere che quel linguaggio sia l’unico in grado di generare consenso oggi, con buona pace di DFW. Mi pare invece che, come sempre, il mezzo sia il messaggio e a messaggio diverso – quello della sinistra – debba accompagnarsi una narrativa diversa. Di segno opposto.
    E dunque?, mi dirai. A me sembra che una sinistra moderna, di stampo liberale, debba prendere la corsia opposta: non puntare al proprio ombelico, ma alle stelle. Un nuovo moonshot, come fece Obama che con il suo “yes, we can” (solo scimmiottato qui a livello di slogan, ma la cui narrazione è sfuggita del tutto) ha raggiunto il notevole risultato di portare il primo uomo di colore alla Casa Bianca (pun intended).

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  2. Onestamente non sono d’accordo. Cosa sono stati i girotondi anni fa, i lenzuoli dai balconi, Zorro?
    Sono meme. Di sinistra. Ne potrei citare altri centinaia.

    Il problema è (purtroppo) ancora più profondo: non è che la sinistra non possa semplificare, è che per semplificare devi avere una coerente visione del mondo. Questo manca.
    Quale è il capitalismo che la sinistra promuove?
    Come immagina l’Italia tra 10, 50, 100, 200, 300 anni?
    Chi è un “italiano”? Uno che vive qui? Uno che è nato qui? Uno che cresce qui? Uno che condivide certi valori?

    “La narrazione complessa, politicamente corretta, moralmente orientata, vagamente idealistica, apparentemente dialettica” come caratteristica fondante in sé della sinistra è una stronzata colossale. Non confondiamo la situazione corrente con una qualcosa di fondante e imprescindibile.
    Questa narrazione molle e neutra serve, solo e soltanto, a coprire coi MODI il vuoto dei TEMI.

    Guardate gli USA: Elizabeth Warren sta lanciando una campagna per la tassazione dei più ricchi: “2 centesimi ogni dollaro”. Semplice, accattivante. Sanders dice “socialista”, che negli USA è l’equivalente italiano di un politico che si dica satanista.

    La sinistra è in questa situazione da quando Berlusconi la ha (male) abituata a reagire agli altri, invece che ad agire di propria iniziativa. Se continui a vivere di consenso riflesso, quando manca chi ti illumina, non puoi brillare di luce propria.

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