Io, Calenda e Twitter

socialNel libro che sto leggendo in questi giorni, “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier (tradotto da Francesca Mastruzzo e pubblicato da Il Saggiatore), si dice, tra le altre cose, che i social tirano fuori il peggio di ciascuno – non solo dagli altri, ma anche da te, e quindi da me, che pensiamo di essere immuni da ogni tendenza al degrado. E parto proprio con questa premessa perché sono convinto che in quello che mi è successo sabato scorso, in un tranquillo weekend di agosto, io abbia delle responsabilità non lievi: non sto quindi puntando il dito sugli “altri”, ma provo, piuttosto, a capire cosa sta succedendo a tutti noi che ci muoviamo sul web.

zingarettiI fatti. Venerdì sera, da mia suocera, accendo Rai News sul 48 e assisto a un discorso di Nicola Zingaretti in una sperduta festa dell’Unità dalle parti di Livorno. Non si può dire che sia un grande oratore, in senso tecnico. Le metafore che usa sono poco suggestive e il tono non riesce mai ad avvincere: meglio di Bersani, ma distante dallo stile suadente di Veltroni, dall’astuzia e dalla faccia tosta di Renzi, dall’irruenza brutale e, ahimè, efficace di Salvini. Mentre parla, Zingaretti continua a muovere una mano davanti a sé, e non è chiaro a cosa serva quel gesto, cosa dovrebbe accentuare o sottolineare. Ma venerdì, per la prima volta in tanti anni, non mi sono vergognato di sostenere il PD, di credere, nonostante tutto, che qualsiasi progetto di governo di centro sinistra non possa prescindere dalla sua centralità. Ha una storia lunga, alle spalle, e una classe dirigente sparsa per il territorio, e una base intelligente, autocritica, capace di elaborare i propri errori e trovare strade diverse. Zingaretti non affascina con lo stile, ma con la sostanza. È come quei biscotti che si trovano in giro, i “brutti ma buoni”. Così, superata la prima diffidenza, mi sono lasciato trascinare da quello che diceva, e mi è piaciuto. C’erano la consapevolezza degli sbagli fatti e delle difficoltà di questi ultimi due o tre anni, e la convinzione di essere comunque diametralmente opposti alla destra di Salvini, su tanti, tantissimi temi. Per alcuni anni ci siamo lasciati ubriacare (non tutti, ma io sì) dalla forza di Renzi, dal suo decisionismo, dal suo essere, almeno in apparenza, un vincente di sinistra, qualcosa che suona ancora come un ossimoro (e infatti, con il senno di poi, non era né vincente né di sinistra).

Ho quindi accolto con gioia l’invito sincero e appassionato di Zingaretti a superare le divisioni di questi anni, i personalismi, la ricerca a tutti i costi di un leader da opporre ad altri leader, e rimettere al centro il partito, la sua forza, il suo popolo. Di notte ho perfino sognato un’assemblea del PD a Padova, dove ci si divideva in tanti gruppetti per elaborare proposte per il futuro dell’Italia (a un certo punto esco dalla saletta in cui sono con altre persone per andare a fare la pipì, e quando torno non trovo più la stanza: cosa direbbe Freud, al riguardo?).

Il giorno dopo, mi sveglio e vedo che Carlo Calenda ha rilasciato un’intervista al Messaggero in cui dice che sta pensando di fondare un altro partito, perché non può tollerare che il PD stia pensando di allearsi al M5S – cosa, peraltro, vera. 

calendaCalenda. Ho seguito con molto interesse la sua evoluzione. Sono stato felice quando a marzo del 2018, dopo il tracollo delle elezioni, ha preso la tessera del PD. Ho goduto guardando i suoi video in cui smontava le chiacchiere di Luigi Di Maio su Ilva e Alitalia, con pacatezza, serenità e tantissima competenza. Ho anche apprezzato la sua capacità di “stare su Twitter”, il suo mood. L’ho votato alle Europee, ho proprio scritto il suo nome. Mi piaceva il suo sforzo di cercare un punto in comune tra le diverse anime del partito; di riconoscere che anche per un moderato come lui, convinto sostenitore del libero mercato, il PD è comunque l’unico spazio in cui è possibile fare politica in modo serio. E poi sostiene l’Europa con forza; anche se è convinto che Minniti avesse risolto nel modo giusto il problema della migrazione, lo perdono perché per un po’ l’ho pensato anch’io – sbagliare è lecito. Un giorno, tornando da Milano in macchina, ho acceso la radio e ho sentito uno che parlava di politica, e pensavo: ecco il modo giusto. Poi hanno detto che era lui e la cosa mi ha fatto piacere.

Negli ultimi tempi, però, è cambiato qualcosa, o almeno questa è stata la mia impressione. Un maggiore protagonismo, una presenza più aggressiva sui social – la sensazione che stia inseguendo la comunicazione della Bestia.

scalfarottoIl campanello di allarme è stato sul caso Scalfarotto: un parlamentare PD decide di andare a trovare uno dei due indagati per l’omicidio del carabiniere a Roma. Da un punto di vista social, è come tirarsi una martellata sui maroni; da un punto di vista politico, etico, civile, però, è una testimonianza incredibilmente forte, specie in tempi come questi, dove ogni mossa politica cerca l’indignazione dei propri sostenitori contro gli avversari (sempre nel libro “Dieci ragioni…” è spiegato chiaramente perché l’indignazione sia una leva potentissima per ottenere l’attenzione in un oceano di informazioni in continua espansione). Ora, un politico di sinistra cosa dovrebbe fare? Adeguarsi alla tendenza di questi anni, che spinge verso la negazione sempre più esplicita dei diritti degli indagati, o ricordare, anche a costo di scatenare hashtag contrari, quali sono le basi di uno stato di diritto? Scalfarotto, che per mia ignoranza non avevo mai sentito nominare prima di allora, va in carcere a sorpresa e chiede di visitare uno dei due americani, quello che era stato fotografato bendato mentre veniva interrogato: è uno dei diritti (e quindi eticamente uno dei doveri) dei parlamentari. Non gli porta cioccolatini o arance, non gli offre la solidarietà o il conforto di un partito, non lo consola e non gli dice che ha fatto bene a fare quello che ha fatto: Scalfarotto si limita a verificare che, nonostante l’efferatezza, e la delicatezza, di quel delitto, i diritti fondamentali di quella persona non siano stati violati.

Ovviamente, questo atto trasforma il PD in carne da macello, in quella fogna che spesso diventano i social. È trippa per gatti. Lega e M5S ci vanno a nozze, con queste notizie; e infatti scatenano il solito assalto mediatico, quei fuochi di paglia che durano qualche giorno, giusto il tempo di trovare un nuovo motivo per indignarsi tutti insieme. E Calenda, la persona che ho votato alle Europee, scrive dei tweet su questo argomento: ma invece di schierarsi dalla parte dei valori, sceglie quella del facile consenso. Cavalca l’indignazione di destra per distinguersi dal PD, per far vedere che lui è dalla parte dei carabinieri (chi non lo è, mi chiedo?) e che nessun parlamentare doveva esercitare il diritto (quindi il dovere, lo ripeto: ai parlamentari vengono concessi dei diritti affinché li esercitino non in base ai tweet o agli hashtag ma per garantire i cittadini) di andare a trovare un detenuto in carcere: non un detenuto qualsiasi, ma un indagato per l’omicidio di un carabiniere, quindi un soggetto, purtroppo, potenzialmente meno garantito in carcere.

E questo comportamento mi ha rivelato qualcosa di Calenda che non conoscevo: la disponibilità a passare sopra questioni di principio per accontentare i social; la ricerca di un consenso anche tra gli elettori più o meno giustizialisti della rete; l’adeguarsi ai “valori” della destra (dai marò in poi) per paura di prestare il fianco a critiche che, a mio parere, sarebbero semplicemente la controprova che si sta seguendo la strada giusta. Calenda, improvvisamente, mi è sembrato vittima della sindrome di Stoccolma: poiché siamo ostaggi della comunicazione delirante, e per il momento mostruosamente efficace, di Salvini, finiamo per diventare più zelanti dei nostri aguzzini sui temi a loro cari. Non è una questione secondaria, e non è neppure una questione di mera comunicazione. È il nocciolo di quello che sei.

Così, quando sabato mattina leggo dell’intenzione di Calenda di formare un nuovo partito, dividendo quel PD che Zingaretti sta provando a tenere insieme – non con facili compromessi, ma cercando una linea comune di fondo, che esiste, a sinistra, e che in questi anni abbiamo perso cercando soprattutto un leader da opporre agli altri leader del momento – ammetto di essermi fatto prendere dalla rabbia (pur essendo anch’io tra quelli che considera pericoloso e forse controproducente un’alleanza con il M5S). L’ho dichiarato all’inizio: come dice chiaramente il libro “Dieci ragioni…”, i social finiscono sempre per tirare fuori il troll che è in noi. Il motivo è semplice: poiché sui social l’unica cosa che puoi ottenere è attenzione (non esiste nient’altro che questo: l’unica rete che serve come strumento per la vita reale è Linkedin, tutte le altre sono autoreferenziali), e poiché il modo migliore per attirare l’attenzione altrui è spararla grossa, creando così indignazione da una parte o dall’altra (Salvini è spinto in alto anche dall’indignazione degli avversari per le sue provocazioni: per un giorno tutti parlano di lui, e qualsiasi altro discorso alternativo viene oscurato; e in più compatta le truppe, che vedono più chiaramente il proprio nemico), tutti finiscono per alzare il tono. E proprio per dire che Calenda si sta adeguando a questa tendenza, della quale Salvini è maestro, senza rendermene conto la sparo grossa anch’io, scrivendo questo tweet:

Ora anche la sinistra ha il suo Salvini: si chiama Carlo Calenda, versione ripulita e presentabile dello stesso modo di intendere la politica.

È una provocazione. Un’iperbole. La distanza tra i due personaggi è abissale. Calenda è scivolato qualche volta, ma non ha aspirazioni fasciste, non usa le tecniche della propaganda teorizzate da Hitler, come invece fa Salvini da almeno due anni; è democratico, colto, preparato, ha un progetto politico. Il problema è che sui social Calenda sta iniziando a seguire il modello della Bestia (e non sono il solo a dirlo); e questo particolare modello, guardando le ultime uscite, rischia di determinare il suo stesso messaggio politico, e quindi il progetto che intende portare avanti. Quando si è schierato contro Scalfarotto, è stato salviniano, che gli piaccia o no. Sembra disposto a passare sopra a questioni di principio per il consenso. Sceglie la via facile, invece di quella articolata. Avrei dovuto scrivere tutto questo: non da politico, perché non lo sono, ma da persona che cerca di prestare attenzione alle parole, al modo con il quale vengono organizzate, al contesto nel quale vengono pronunciate. Ma Twitter ha tirato fuori il troll che è in me. Volevo attirare l’attenzione su un tema reale, e per farlo ho usato un’espressione violenta, estrema, quasi un insulto.

D’altra parte, e questo è il secondo problema dopo quello dei social che tirano fuori il peggio di noi, io nella mia filter bubble, nella particolare bolla dei pochi che mi seguono e dei pochi che seguo, sono al sicuro. Ci sono persone moderate. Le ho scelte con il tempo, cercando affinità non solo e non tanto di idee, quanto di stile, disposizione, approccio alla rete. Se pensano che io abbia scritto una sciocchezza, me lo fanno notare, magari ruvidamente, se serve: ma è come essere nel bar sotto casa, tra persone che si conosce. Si parla male del Governo, si usa qualche parolone, ma sappiamo bene che si tratta di uno sfogo senza conseguenze. Il mio secondo sbaglio, dunque, è stato quello di approfittare dell’irrilevanza del mio profilo Twitter, e quindi in generale del mio punto di vista, per dire qualcosa che, forse, avrei detto in modo diverso, più responsabilmente, se avessi considerato che quel tweet avrebbe raggiunto una platea più ampia.

A questo punto, entra in gioco Carlo Calenda, proprio lui. Nonostante io non lo abbia taggato, dopo pochi minuti trova il mio tweet e interagisce con me: evidentemente, c’è qualcuno che scandaglia Twitter alla ricerca di qualsiasi tweet che parli di lui. Quali possibilità si è trovato davanti, Calenda?

  • Poteva ignorarmi, considerandomi uno dei tanti bulletti che infesta Twitter.
  • Poteva rispondermi, esprimendo il suo dispiacere o il suo disappunto per quanto avevo scritto.
  • Oppure, infine, poteva rilanciare il mio tweet sulla sua bacheca, accompagnandolo con un commento vagamente offensivo, in modo che i suoi sostenitori potessero indignarsi per l’affronto, e quindi attaccare.

Ha scelto la terza strada.

Non credo di meritarlo. Però è il modo in cui si discute su questo mezzo. Anche le persone presunte colte sbracano.

calenda2

All’improvviso tutto cambia, perché il mio tweet finisce sulla bacheca di un politico seguito da 160.000 persone. È come se qualcuno tenesse da qualche parte una muta di cani, pronta a scattare, e poi gli si liberasse davanti una lepre da inseguire. Iniziano gli insulti. Alcuni, sono suggeriti direttamente dal contenuto del tweet di Calenda, con quel “persone presunte colte”: sono uno scrittore “presuntuoso” e “poverello” in cerca di pubblicità per il mio “lavoro”. Improvvisamente mi sento una versione nana di Saviano, alla quale la destra ha sempre rimproverato di essersi arricchito scrivendo libri sulla camorra. Se uno fa il camionista, il dirigente d’azienda, l’idraulico o l’avvocato, può parlare di tutto; se invece una parte della tua vita, anche marginale, come nel mio caso, è occupata dalla scrittura, diventi un facile bersaglio, oggetto di allusioni avvilenti e mortificanti. Altri, seguono la strada indicata con il verbo “sbracano”: sono “ingeneroso”, andrei “interdetto”, dovrebbero togliermi il diritto di scrivere. Come quelle ragazze che agitano cartelli contro il Governo e che poi Salvini getta in pasto ai suoi follower, anch’io mi trovo preso di mira da quelli che il giornalista Giovanni D’Alessio chiama, con molto acume, i “cani di Pavlov”, utenti che reagiscono in modo meccanico a qualsiasi provocazione rivolta verso il leader che hanno deciso di eleggere come loro maschio alfa. Per uno ho “scritto una grande minkiata” (decine di “mi piace”, la kappa tira sempre), un altro (nome profilo: MerdAlors!) dice che l’unica cosa che vorrebbe fare è “mandarmi a cagare”, un altro mi domanda come mai nella mia biografia non ho messo che “sono uno che spara solo cazzate”, un altro ancora chiama l’ambulanza (un utente che commenta sempre allo stesso modo i tweet di chi, a suo parere, dice delle pazzie: il suo mancato arrivo (o almeno io non l’ho visto arrivare) mi fa un po’ di piacere). Pochi entrano nel merito del tweet. Io stesso cerco di spiegare a Calenda che è possibile che sia vero quello che dice, e cioè che ho sbracato seguendo il trend di Twitter, e che rifletterò su questo (è quello che sto facendo anche qui), ma che tuttavia forse sarebbe il caso di prendere in considerazione un parere come il mio, se non altro come spunto.
Calenda, tuttavia, non è interessato a proseguire nello scambio, e infatti non risponde più. Quello che doveva fare, l’ha fatto: ha dato in pasto il mio tweet alla sua bacheca, fornendo ai suoi utenti lo spunto del “presunto colto” (chi scrive è un radical-chic saccente e presuntuoso, giusto?, che cerca di farsi un po’ di pubblicità per vendere due copie in più – avrei dovuto scrivere anche che per vivere faccio l’ingegnere?), facendo così partire la gogna. In questi casi, la gogna non viene chiamata espressamente, ma solo perché non serve farlo. Avviene tutto in automatico: prendi un tweet critico e sopra le righe, rilancialo con un commento sulla tua bacheca molto seguita, e poi aspetta. Non accuso Calenda; tuttavia, non posso credere che lui non sappia come vanno queste cose. E’ vero, me la sono cercata. Ho iniziato io. Ma paradossalmente, proprio il suo tweet con il quale afferma di non meritare di essere accostato a Salvini lascia intuire che forse qualche somiglianza esiste davvero – pur con tutte le dovute differenze.

Dolorosamente, e incidentalmente, scopro una cosa tremenda: fino a sabato scorso leggevo con sgomento i tweet aggressivi e ignoranti dei leghisti e dei grillini, convinto che fosse una prerogativa di un certo mondo – la destra salvinizzata, il vuoto siderale del Movimento 5 Stelle. Non è così. Carlo Calenda può essere considerato un politico raffinato; eppure una parte dei suoi follower, dei suoi sostenitori, è del tutto indistinguibile, sul piano dell’intelligenza e dell’aggressività in stile fascista, da quella che sostiene Salvini e Di Maio. La sinistra (mi ci metto dentro anch’io) non si sottrae a questo degrado.

bloccatoE mentre cercavo, forse ingenuamente, di rispondere in modo civile a ogni insulto o commento, il mio profilo si è bloccato. Non bannato: entravo, ma non vedevo nulla e non potevo fare nulla. È durato circa un’ora, credo. Perché è successo? Non ne ho la minima idea. Quando poi sono riuscito a entrare ero già stufo di tutta questa storia: stufo di essere insultato, stufo di aver ceduto alla voglia di creare indignazione con un post eccessivo e provocatorio – di essere diventato, nel mio piccolo, un troll – stufo di aver contribuito in qualche modo a rimestare la merda di Twitter, a dare argomenti di discussione così chiaramente divisivi. Ho morso la mano di un pezzo grosso, che mi ha fatto subito capire come funzionano le cose sui social, chi ha il potere dalla parte del manico, chi può contare su una claque pronta a scattare al minimo cenno. Sono stato ingenuo e sciocco. E tutto questo non è servito a niente, perché ora di Calenda non so bene che pensare. Di sicuro non oserò più avvicinarmi alla sua bacheca. Quello che ho scritto era vero in piccola parte (anche se su L’Espresso, il giorno dopo, trovato riportato il medesimo dubbio), e non andava scritto così. Eppure, perché sento che qualcosa si è rotto in modo irreversibile?

Quelli che mi conoscono, sanno che ho sempre cercato (senza riuscirci sempre, lo so) di portare argomenti e non slogan; di cercare di comporre il disaccordo, piuttosto che crearlo o aumentarne la profondità. Ma sono stato stupido nel credere che i social possano essere luoghi di confronto; e ho agito con superficialità, adeguandomi a quel trend denigratorio che io stesso contesto. Gli insulti mi hanno ferito ma li ho già dimenticati. Rimane, però, l’esigenza di una profonda riflessione sul mio rapporto con i social. Chiudere gli account è un gesto disperato, che assomiglia a un misto tra la resa e il suicidio. Allo stesso tempo, non me l’ha prescritto il medico, di usare i social. Non sono ancora arrivato a una conclusione, anche se posso già dire che da un lato mi è chiaro di non essere una vittima del sistema, al quale contribuisco anch’io con la mia pur trattenuta voglia di avere attenzione, e dall’altro mi è altrettanto chiaro che l’assalto dei cani di Pavlov, irresponsabilmente chiamato dai profili “forti”, finisce per inibire la voglia di esporsi.

Concludo con una domanda per Calenda e una per me, entrambe tratte dal libro citato all’inizio, “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”.

A Calenda, domando: che cosa succederebbe se ascoltare una voce interiore o inseguire un ideale etico o estetico ci portasse a fare un lavoro più importante nel lungo termine ma che desse risultati meno brillanti nell’immediato?

A me domando: E se raggiungere nel profondo un piccolo numero di persone fosse più importante di raggiungere tutti con il nulla?

6 risposte a "Io, Calenda e Twitter"

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  1. Saggio (s.m.) – Prova per l’accertamento delle qualità e proprietà di un materiale; part., l’accertamento del titolo di un metallo prezioso.

    Ecco: questo è un magnifico saggio di cosa significhi il mondo dei social. Non quello che viviamo noi, poveri utonti che siamo solo (come cantava Guccini con Mingardi) “quajon: quaglie maschio di grosse dimensioni”. Ciò che hai provato tu è mettersi al livello superiore per dare uno sguardo ai meccanismi, “meta” in senso greco, per capire come ragionino e che leve abbiano in mano quelli che i social li usano per trarne cose e ottenere effetti. Mi figuro (anzi: non mi figuro affatto) la potenza di fuoco – unita alla raffinatezza di un’analisi che non so nemmeno immaginare – di cui possono essere capaci nell’Ufficio Studi di Facebook.
    In sintesi: gli ingegneri di Facebook sono etologi, Salvini e Calenda formichieri (il cui istinto li porta a conoscere bene ciò di cui si cibano) e noi siamo solo povere formiche.

    L’idea di starmene qui, in fila con tutti gli altri, a disposizione della prima suola che passa, mi mette i brividi.

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  2. Ciao Paolo, ti invito ad una riflessione: e se Calenda stesse “mangiando merda” adesso sui social, per un ideale “superiore”?

    Per poter fare qualcosa di buono bisogna guadagnare la rappresentatività, e se la maggioranza delle persone ha capacità di comprensione medio-basse, bisogna comunicare con tale linguaggio, per poterle raggiungere e farsi affidare il proprio consenso.
    Certamente potrà suonare un po’ machiavellico questo ragionamento, ma come tu stesso hai osservato gli ultras della politica sono ovunque, a destra come a sinistra. E se a destra votano Salvini o Meloni, a sinistra stanno a casa o hanno votato 5 stelle. E per poter realizzare cose buone, bisogna avere più voti degli avversari e quindi farsi affidare la rappresentatività di queste persone.

    Inoltre ti faccio notare che, a proposito di Scalfarotto, anche Zingaretti aveva affermato che era lì “non a nome del PD”, ed ha subito critiche anche da Fiano.

    A mio avviso dobbiamo valutare la differenza che c’è tra azioni concrete e comunicazione. A mio avviso Calenda non ha criticato l’azione in sé della visita, ma l’impatto mediatico/comunicativo che ha avuto l’azione, lodevole, fatta da Scalfarotto ed abilmente strumentalizzata dagli avversari. Semplicemente si trattava di un proiettile che poteva essere schivato.

    Concordo con te che ciò sia “triste”, e comprendo la delusione di essere stato “tirato in mezzo”, come è accaduto a te, da un tweet infelice di Calenda, su quella che per te era una riflessione a bassa voce. Ha sbagliato lui, hai fatto qualche errore anche tu, come hai candidamente ammesso.

    PS Se posso permettermi di darti un consiglio, prova a scrivere a Calenda una e-mail in privato (sempre che tu non l’abbia già fatto)

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  3. Ti esprimo solidarietà, io che sono di una sinistra diversa dalla tua, ma che ti seguo sempre come scrittore con grande interesse, e anche qui nel tuo blog, per le tue riflessioni pacate, che a volte mi fanno incazzare, non condivido, ma leggo con piacere perché sempre ben fatte e con argomentazioni che poi me ne creano altre nella testa (anche a distanza di mesi). Come immagini, io non ho mai votato Renzi, e manco Calenda, pensando sempre il peggio di loro. Credo proprio che una “sinistra” (tra molte virgolette) desiderosa di vincere, abbia venduto l’anima al diavolo e proprio per questo ci troviamo nell’angolo, con la destra vincente (anche quando a governare c’è stato un centro-sinistra di nome, ma poco di fatto … e mi fa piacere ci sia autocritica in te su Renzi e Calenda, e Minniti ecc.). Ma forse il tuo post parlava di altro, e mi sto allontanando dal tema. E allora rispondo alle tue due domande, con una risposta di Luciana Castellina, una gran donna di 90 anni, di recente intervistata da Robinson. Le chiedono “Come valuti il tuo bilancio politico?” e lei risponde “Non avrei potuto fare altro di importante nella vita e nel dirlo metto in conto le numerose sconfitte. Che sono in definitiva meno avvilenti perché non ho mai pensato alla politica come a un bene individuale.”

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  4. Ciao Paolo. Hai detto tutto quello che c’era da dire. Bravo e lucido (almeno qui 😅) come sempre.
    Il primo passo che potresti fare è disinstallare i social dallo smartphone. Io attendo, invano, la disinstallazione dal world wide web…

    PS: grazie per avermi aperto gli occhi su Calenda…

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  5. Mi spiace per la tua disavventura. Qualche tempo fa ho deciso di diventare un utente passivo di twitter: mi rendevo conto di agire sulla base di impulsi effimeri, quindi potenzialmente proprio in una di quelle mute di cani che dicevi. E’ il medium che lo induce. Devo anche dire che – continuando nella riflessione e nell’analisi – si arriva a capire che questo tipo di consenso non è solido. Le cose cambiano in fretta, molto in fretta. Troppo in fretta. Ad un politico cui tenessi – sapendo di restare inascoltato – consiglierei di non puntare troppo sui social. Anzi, a dire il vero, consiglierei proprio esplicita astinenza e astensione.

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  6. Guarda. Il Paese è in mano alle tifoserie, lato e stricto sensu, e i social non fanno eccezione. Calenda (che ho definito animula vagula calendula) alterna prese di posizione molto vaghe e generiche su alcuni temi cruciali a reazioni criptoleghiste come quella rivolta a te. Il suo recente sbrocco in diretta durante un talk show (che in fin dei conti è un social a circuto aperto dove interagiscono solo gli attori o forse attanti in sala) verso un giornalista che aveva eccepito alle sue parole con una conclusione simile alla tua, dimostra che ha una coda decisamente non ignifuga. Sbertucciare le persone a panzate per un tweet reo di lesa maestà dimostra che il valore umano di Calenda è appena sotto quello politico che, credimi, non è un gran che. I liberali in Italia li abbiamo già avuti, dicevano tutto sommato cose piu’ argute e in modo migliore. Scuoterei la polvere dai miei calzari e non darei peso alla cosa. Hai acquisito un lettore. / Edo

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