Estate

Ognuno ha qualche passione segreta, coltivata in silenzio e con un pizzico di vergogna – a me, ad esempio, piacciono le canzoni di Cremonini, e cerco di non farlo sapere troppo in giro: da buon conformista quale sono, tendo a valutare i pregiudizi altrui e a tenerne conto, almeno all’apparenza – in questo senso, mi sento molto veneto, e ancor più padovano, senza voler, con questo, generalizzare. Solo nei libri dico quello che penso: i libri di Murakami possono essere usati al posto dell’anestesia in sala operatoria, La fattoria degli animali di Orwell è ampiamente sopravvalutato, e se uno trova noioso L’uomo senza qualità di Musil non è più mio amico.
Tornando a Cremonini, che è bravo, che sa scrivere canzoni, che è un artista, un’estate è andato in Sardegna con un po’ di amici e amiche, e poi ci ha scritto sopra una canzone, Sardegna, appunto, che mi pare bella e sincera (sincera come può essere un prodotto artistico: quindi falsa, ma verosimile). Nel finale, dice Qua in Sardegna regna il buonumore, anche quando è il caso di nascondere il dolore e mi pare un buon modo per descrivere questi mesi di sole, durante i quali tutto – perfino il dolore – sembra un po’ meno serio. (Ai primi di luglio, e qui devo aprire una parentesi un po’ lunga, sono andato in biblioteca a finire di correggere un libro del quale scriverò qualcosa nei prossimi giorni. Ero seduto accanto al segretario del PD di Padova, il giovane Davide Tramarin, che stava preparando la sua tesi di dottorato in Architettura (presumo che il corrispondente segretario della Lega, in quelle stesse ore, fosse impegnato a organizzare qualche sagra paesana), in una sezione della biblioteca che è riservata a chi consulta libri presi in prestito. Per rimanere seduto a quel tavolo, ho dovuto barare: Dunja mi ha portato un libro di mille pagine, dicendomi che forse mi sarebbe potuto interessare. Si trattava di un volume stampato alla fine degli anni settanta, tutto incentrato sulla storia di tre o quattro microscopici, e mai sentiti, paesi del vicentino – ed è meraviglioso come ogni cosa, se guardata con attenzione, offra una montagna di informazioni interessanti. Questo tomo, in particolare, aveva una sezione sulla storia di quei paesi durante la dominazione longobarda; l’approccio era incentrato sui nomi delle località, dei fiumi, dei quartieri, e sul loro significato in longobardo (ho scoperto così, incidentalmente, che la parola Guizza (a Padova c’è un quartiere che si chiama così) indica un boschetto adatto alla caccia, poco fuori la città). In un altro capitolo del libro – si parla di blocchi di cento o duecento pagine – c’era l’andamento demografico di questi paesini, con le nascite, i matrimoni e le morti. Ebbene, in tutti i secoli in cui sono state registrate queste informazioni, succede che il picco dei morti è in novembre, mentre il mese meno drammatico, da questo punto di vista, è maggio. Questo dato oggettivo spiega, a mio parere, il legame tra il mio umore e i mesi dell’anno: inconsciamente, di novembre ho il terrore di lasciarci le penne, mentre in maggio, che adoro, sento di essere immortale, almeno per un po’. Chiusa parentesi). Fossi stato Cremonini, avrei generalizzato dicendo qua in estate regna il buonumore, anche quando è il caso di nascondere il dolore.

E quest’estate, in effetti, c’è stato del dolore. Sono stato ricoverato in ospedale, e dopo una settimana di digiuno assoluto, sono stato operato, ad esempio. Mi hanno tolto la colecisti, che al suo interno conteneva un calcolo di dimensioni ragguardevoli. Niente di drammatico: solo tanto male, soprattutto quando è iniziata la prima colica. Poi un’attesa dell’intervento, sei o sette giorni sonnecchiosi, co la sensazione di avere un mattoncino all’altezza del fegato,  durante i quali ho letto molto (tra le altre cose, Furore di Steinbeck (un capolavoro, a modo suo), due deludenti gialli di Banville (che l’anno scorso avevo amato per L’intoccabile e Il mare), il saggio anomalo 1947 di una svedese della quale non ricordo il nome (non male, ma aveva tutta l’aria di un progetto riuscito a metà)), e ho avuto modo di riflettere sulla caducità dei corpi, sulla loro fragilità, sul rapporto con il dolore (ancora lui) e la morte.
Al pronto soccorso di Trieste, dove sono andato per la prima crisi, mi avevano messo su un lettino, in una stanza piena di altre persone, anche loro distese su lettini uguali al mio – quando dovevano tirare fuori uno per portarlo in ambulatorio, sembra di essere nel gioco del 15: ne dovevano spostare almeno altri tre – e mentre cercavo di gestire il male, che quando arrivava occupava tutti i miei pensieri, avevo l’impressione di essere in un ospedale da campo in tempo di guerra: dal fronte, che io non vedevo, come nelle sit-com dove il mondo esterno può essere solo immaginato, continuavano ad arrivare nuovi pazienti; non erano soldati, ma tanti anziani le cui malattie croniche (la peggiore delle quali era senza dubbio la vecchiaia) avevano deciso, proprio quella notte, di diventare insopportabili. Abbiamo un immenso fronte aperto, in Occidente, e si chiama terza età. Ora la gente (che per inciso non esiste) per morire deve essere messa proprio male, per cui di fatto non muore più nessuno. Si prosegue a oltranza.
A Padova, invece, a Chirurgia seconda, la prima notte e il primo giorno, e a Chirurgia terza nei giorni successivi, il clima era diverso – più intimo. Mentre al pronto soccorso era possibile assistere a un fenomeno su larga scala, che poteva essere analizzato con gli strumenti della statistica e della sociologia, le camerette da quattro consentivano, o imponevano, una maggiore concentrazione sul singolo individuo: sul suo particolare dolore, sulle sue personali speranze. E io, a digiuno da giorni, in paziente attesa del mio momento, sentivo di essere più spettatore che personaggio, come se, dolore a parte, il mio “stare in ospedale” non mi riguardasse fino in fondo. Questa mia parziale distanza ha reso tutto molto meno pesante; con il tempo, sono sicuro che sarebbe scattata perfino la sindrome da Montagna Incantata, e avrei chiesto di fermarmi a vivere là, al riparo da tutto, perennemente ammalato, accudito per sempre.
Poi ho subito l’intervento. In sala operatoria era come essere sul set di E. R., ma senza tutta quella concitazione hollywodiana. A febbraio, tra l’altro, avevo assistito a un prelievo di rene eseguito dalla giovane e brillante professoressa Lucrezia Furian, proprio un piano sotto a dove ora mi stavano operando, e ci avevo scritto sopra un reportage, poi pubblicato nello splendido volume “Gli ultrauomini” (parlerò anche di questo, un giorno): allora mi avevano fatto vedere ogni cosa, e spiegato ogni dettaglio, e io avevo visto e memorizzato tutto. Ma anche se questa volta ero, per così dire, dall’altra parte, non ho avuto paura: non c’era coraggio, ma, ancora, quella curiosa distanza dal mondo – come se morire (bisogna mettere in conto anche questa evenienza, quando si va sotto i ferri) fosse una delle opzioni accettabili.
Mi incuriosivano i dettagli, la disposizione delle cose e delle persone (che avevo visto, uguali, da fuori, a febbraio); era come assistere una partita da bordo campo invece che dalle solite tribune. C’era un solo particolare che mi impressionava: ho chiesto ai dottori se mi sarei risvegliato con il tubo in gola, e loro mi hanno detto che sì, che il tubo viene tolto solo quando  il paziente riprende conoscenza, ma che non sarebbe stato un problema, perché tra i vari effetti dell’anestesia c’è anche quello della cancellazione della memoria, e quindi io non avrei mai ricordato quell’episodio. Ecco, mentre mi spogliavo e mi infilavo sotto quella specie di coperta in alluminio che si vede ogni tanto al telegiornale, pensavo a quel Paolo di cui non avrei saputo nulla e che stavo lasciando solo: si sarebbe svegliato con un tubo in gola e, conoscendolo, si sarebbe ricordato del fatto che quello che gli stava succedendo (un’esperienza terrificante, per me che da bambino vomitavo quando mi facevano il tampone in gola) non avrebbe lasciato alcuna traccia – non avrebbe riguardato il me stesso che lo aspettava, dieci minuti dopo, per riprendere il controllo della coscienza. Il fatto che  io non sarei stato in grado di ricordare il terrore del risveglio non significava che io non avrei provato il terrore del risveglio. E ora, con il senno di poi, mi chiedo: a chi è appartenuto, quel pezzettino di vita?
Comunque, se sono qui a raccontarlo, posso dire che alla fine è andato tutto bene. Ho perso anche dieci chili, il che non è male.

La convalescenza l’ho fatta al mare, a Grado, in un appartamento a pochi metri dalla spiaggia. Non potevo fare il bagno e non potevo prendere il sole, e c’era il discorso dell’INPS, che poteva venirmi a trovare in certe fasce orarie, e quindi stato un po’ come essere agli arresti domiciliari. Non ho letto molto – mi distraeva la crisi incipiente del governo, lo stato dell’Italia, Twitter. Ho fatto qualche passeggiata, la mattina presto e la sera, nell’ora che volge al desio (Manzoni?) e ammirato (e fotografato) splendidi tramonti dalle finestre del salotto: è incredibile la fantasia che ha il Creato in questo genere di cose. Come si dice in questi casi, mi sono ristabilito.

grado divanoGrado è piccola e accogliente, e non è un caso che ci vadano famiglie con bambini piccoli, coppie appena sposate e pensionati (Jurij, che ha 15 anni, ci ha già detto che questo è l’ultimo anno che viene: corsi e ricorsi). Mio padre è nato là, e quando ero bambino ci vivevano mia nonna Nella, e la zia di mio padre, Maria, che poi per qualche anno è venuta a vivere da noi. a Padova, d’inverno; ci andavamo tutte le estati per un mese intero, in una casa mezza diroccata della quale mio padre, come in un libro di Dickens, possedeva sì e no un ventesimo (la causa di spartizione dei proventi della vendita è stata una cosa degna di Casa desolata). Il clima è sempre insolitamente mite. Ci sono le zanzare, ma ci sono abituato. E poi a me non mi pungono.
C’erano anche i miei, nell’appartamento accanto. Mia madre, che di solito passa tutto il tempo in spiaggia (per chi ha letto La gente non esiste, è la donna che va a fare ginnastica con il fusto sul lungo mare), quest’anno è stata spesso a casa, in terrazza. Le fa male un ginocchio, ma sospetto che sotto ci siano un po’ di stanchezza e un po’ di preoccupazione per mio padre, che ha passato il mese ad aspettare l’esito di un esame istologico piuttosto delicato: in quei giorni nei quali io guarivo e mi rimettevo in sesto, lui pensava (piuttosto spesso, credo) a quella che ha definito, con un po’ di ironia, la sentenza.
“Sei un uomo sano, non hai problemi di cuore o di fegato, non hai il diabete o il colesterolo alto, non hai mai subito interventi, cammini due ore al giorno” gli dicevo. “Se l’esito dell’esame non sarà positivo, ti dirà semplicemente quali sono i prossimi passi da compiere: non è una condanna”. Lui sorrideva, non so se per educazione o per l’udito un po’ scarso. Non mi sembrava molto convinto.
Una sera, dopo una partita a Dixit con i miei, siamo usciti (io, Dunja e i recalcitranti ragazzi), e siamo andati a camminare lungo la “diga”, come la chiamano qui a Grado, una lunga passeggiata che costeggia il mare. Era la notte di San Lorenzo e tutti erano con il naso per aria, nella speranza di vedere cadere una stella. Siamo passati davanti al Museo archeologico del mare, che è chiuso e vuoto: l’avevano costruito quando al largo di Grado, o nella laguna, non ricordo bene, avevano trovato i resti ben conservati di una nave romana, con tanto di anfore e tutto il resto. Sono stati veloci a costruire il museo, che peraltro è piuttosto bello, ma qualcosa è andato storto nel tentativo di rimettere insieme i pezzi della barca che avevano smontato. Pare si siano dimenticati di segnare come erano disposti. Hanno fatto qualche mostra, per una o due estati, e poi il museo ha chiuso; ma quando era ancora aperto, era possibile salire su una specie di terrazza che si apriva davanti all’entrata e proprio là, un estate di una decina di anni fa, siamo saliti con i ragazzi, che allora erano bambini piccoli, e abbiamo spiegato loro la magia delle stelle cadenti, e la straordinaria possibilità di esprimere un desiderio appena se ne vedeva una, specificando che quel desiderio, per realizzarsi, non andava confidato per nessun motivo. Eravamo rimasti là cinque o dieci minuti, e i bambini avevano visto, direi in modo abbastanza prevedibile, decine di scie luminose che nessun’altro era riuscito a vedere. A un certo punto, però, ne è scesa una davvero grossa. Poco dopo Matija, che aveva tre o quattro anni, mi si è avvicinato e mi ha detto, con la sua consueta precisione: “non posso rivelarti il mio desiderio, ma posso dirti che ha a che fare con i miei muscoli”. E siccome a casa avevo raccontato più volte questo episodio, l’altra sera, mentre passeggiavamo per la diga dopo la partita di Dixit, Matija, sorridendo mi ha mostrato i muscoli del braccio e mi ha detto: “come vedi, quel desiderio si è realizzato”.
Poi, mentre tornavamo verso casa, ho incrociato mio papà tutto intento a scrutare il cielo.
“Cosa fai ancora in giro? Non eri a casa?” gli ho chiesto.
“Cerco una stella cadente” mi ha risposto indicando il cielo scuro. “Se vedo una, l’esame istologico andrà bene”. Conoscendolo, so che stava scherzando; ma in quel momento ho sentito che avrebbe dato qualsiasi cosa per credere a quella magia che gli avrebbe assicurato un po’ di salvezza. Quella sera ancora non sapeva che poi le cose sarebbero andate (abbastanza) bene, e così al centro di ogni suo pensiero c’era la sentenza, quella minaccia concreta alla vita che aveva ricevuto per puro caso nel giugno del 1937, a quel guazzabuglio terreno di passioni, studi, moglie, libri, figli, passeggiate, impegno politico e disincanto, e lutti, talvolta tremendi che l’avevano definita.
Poche settimane prima al telefono mi aveva detto che il senso della vita lo si può capire solo quanto ti rendi conto che ne hai ancora poca. Una decina di anni fa, sempre a Grado, durante una cena a casa di mio fratello, in una calda notte d’agosto, mi aveva confessato, sottovoce, che viste le convinzioni religiose dei miei due fratelli, a modo loro entrambi credenti, era a me che affidava il compito di assicurargli una fine dignitosa, quando, di tutto ciò che aveva avuto, gli sarebbe rimasto solo un dolore straziante e senza senso. E questa mattina, in macchina, mentre riportavo lui e mia madre a casa, mi ha detto che non se la sente più di dire la frase “l’anno prossimo farò…”: si procede un giorno alla volta. Mio padre ama la vita come poche persone al mondo; e, amandola, si ritrova spesso a pensare alla morte.
D’estate, però, ogni cosa brilla, illuminata dalla luce sfavillante del sole. Cadono le stelle, ma è solo per finta; e alle scie luminose che si lasciano dietro, gli esseri umani appendono i loro desideri non tanto segreti – di muscoli, o di continuare a rimanere ancora un po’ su questo mondo. Quando siamo tornati in camera e abbiamo spento la luce, si sentivano in lontananza le voci di ragazze e ragazzi che ridevano, e la musica alta e un po’ sguaiata di un locale sulla spiaggia. Con un dito ho toccato uno dei buchi che la laparoscopia ha lasciato sulla mia pancia. Dalla cameretta di là i ragazzi già russavano, e nell’appartamento accanto… chissà se mio padre era ancora sveglio, chissà a cosa stava pensando. Poi si è alzato un filo di vento, che ha scosso le cime dei pini marittimi davanti a casa. Sciabordio di onde. L’odore del mare. Mi sono girato su un fianco. D’estate regna il buonumore, anche quando è il caso di nascondere il dolore.

 


L’immagine di copertina, che rappresenta l’entrata porto di Grado, è stata recuperata da questo sito.

6 risposte a "Estate"

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  1. Sì, ma l’autunno è ancora più bello dell’estate coi suoi colori, coi profumi e i sapori, le temperature miti, i boschi, ecc… quindi che sia buonumore anche nella nuova stagione!

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  2. Gli interventi mi terrorizzano, l’idea di svegliarmi con il tubo in gola non l’avevo mai presa in considerazione e credo che farà parte dei miei incubi per la prossima settimana.

    Buona convalescenza!

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