La verità

dalzioDopo Lessico famigliare di Natalia Ginzburg lo sappiamo tutti: ogni famiglia sviluppa una propria lingua. Spesso, c’entra il dialetto, che, per motivi che abbiamo dimenticato, tendiamo sempre più a considerare una lingua minore, da non parlare in pubblico (fanno eccezione i romani, i napoletani e i veneziani). A casa mia, in quella da cui provengo, i miei parlavano, e parlano, quasi esclusivamente in dialetto veneto, pur essendo entrambi piuttosto colti; la mia prima lingua è stata la loro, fino ai tre anni quando l’esperienza dell’asilo mi ha fatto passare all’italiano in modo irreversibile: ora capisco perfettamente il veneto ma fatico a parlarlo – ci riesco, ma sembra che io stia facendo una parodia. Del periodo in cui parlavo in dialetto non ho ricordi diretti; c’è solo un episodio che rivela, come una traccia lasciata sulla scena del delitto, come stavano le cose allora: una mattina di inizio estate, quando, finito l’asilo, io e i miei fratelli andavamo in giro per Padova con mia mamma a fare la spesa (allora non esistevano i supermercati ed era obbligatorio camminare un po’ per comprare ciò che serviva), siamo capitati dentro alla più antica e storica drogheria di Padova, che ora si chiama, credo “Ex Dal Zio”, e che allora probabilmente era ancora “Dal Zio”, ed è in piazza delle Erbe, non distante dal bar degli Osei. Là dentro, nulla è cambiato, in tanti anni – una caratteristica, quella dell’immutabilità, dell’aspirazione all’eternità, che condividono molte drogherie (segnato sul diario: studiare fenomeno immortalità drogherie). oseiMentre mia mamma comprava qualcosa (sarebbe bello avere una macchina del tempo per tornare al 1973 e scoprire cosa stava ordinando in quel preciso momento: pepe? Bovis? Colla di pesce? Caramelle?), io e uno dei miei due fratelli avevamo adocchiato delle liquirizie in un vaso di vetro, o, mi pare di ricordare, in uno dei cassetti di vetro costruiti dentro il bancone, e ci meravigliavamo di come quei dolcetti avessero lo stesso nome di una città che sentivamo spesso nominare. Ora, in Italiano non esiste alcuna corrispondenza tra la parola “liquirizia” e una qualsiasi città del mondo; ma in veneto, la liquirizia e Gorizia, città dove mio padre aveva studiato per anni, sono, entrambe, “gurissia”. Io, dunque, in quei giorni parlavo ancora in dialetto.
Negli anni successivi, più volte mi sono trovato in difficoltà quando mi capitava di dover nominare cose di cui si parlava solo a casa: di fatto, non conoscevo l’equivalente italiano di parole come mussatti, nissioi, scoresa, spussa, teccia, scoasse, ciccetto, xampiron. (Mia madre, che probabilmente aveva problemi simili, mi diceva che da bambina si era convinta che i diminutivi delle parole fosse una pratica casalinga, in un tema scritto alle elementari aveva usato la parola “gabino” al posto di “gabinetto”, pensando così di fare una cosa giusta).

Nella mia nuova famiglia, quella nata nel 2001 dall’incontro con Dunja, il problema è più complicato e allo stesso tempo più semplice. Io conosco una sola lingua, che è l’italiano, e ho, mio malgrado e con dispiacere, perso qualsiasi identità veneta, se si esclude l’accento marcato con il quale mi esprimo. Dunja, però, è di madre lingua slovena; mia suocera, e mio suocero quando era tra noi, hanno sempre parlato con i loro nipoti nella loro lingua; e Jurij e Matija hanno assorbito tutto quello che c’era da assorbire. La distanza tra l’italiano e lo sloveno rende più complicata la comprensione di certe espressioni, ma allo stesso tempo garantisce una distinzione più netta dei due lessici – quello famigliare e quello pubblico. Ma nei primi anni non era così semplice distinguere le due cose. Lo sloveno famigliare è a sua volta mescolato con il dialetto triestino: ci sono parole italiane slovenizzate e viceversa. Il caso più eclatante, e più duraturo, di una parola che esiste solo nella mia famiglia è fetinza, usata per indicare una cotoletta impanata. I passaggi credo siano stati questi: partendo dall’italiana fettina, dapprima si è persa la “doppia t” (come in tutte le lingue slave, in Slovenia non esistono le doppie) e quindi si è inserito il suffisso diminutivo “za” – quella dei diminutivi è una passione tipicamente slovena. E poiché per anni i miei figli non hanno avuto modo di parlare di cotolette impanate con qualcuno che fosse esterno alla nostra famiglia, questa parola è riuscita ad affermarsi in modo così solido, nel nostro lessico, da non poter più essere sostituita. Credo che funzioni così anche con le lingue delle nazioni.
L’ambito del cibo, dunque (gorciza per la senape, vienna per i wurstel, mleko per il latte); quello medico/sanitario (per anni i ragazzi per dire che avevano male dicevano “me bolì glava” (mi fa male la testa) o “me bolì trebus-cek” (mi fa male il pancino)); quello degli eventi atmosferici (bellissimo il modo in cui si dice piove: padades, che significa letteralmente “cade giù”) e quello degli avverbi di luogo (dol, gor, nuter, ecc)… In italiano i termini che indicano i tagli di carne in ambito “macellaiesco” (non so che in altro modo dirlo: tra macellai) sono di origine longobarda, il che fornisce importanti informazioni su alimentazione e distribuzione della ricchezza nell’Italia del primo medio evo. Una cosa del genere vale in ogni famiglia.
Ma poi ci sono anche parole originali, indigene, autoctone, per così dire, che derivano da deformazioni di altre parole, o da invenzioni inspiegabili, o da cose sentite a scuola e riportate poi male a casa. Tra le tante storpiature, quella a cui ero più affezionato era papatine per patatine. La usava Jurij, e poi, meno, Matija. Non lo correggevo perché mi pareva che la sua versione fosse molto più aderente al concetto al quale la parola si riferiva – da tempo, infatti, noto come, credo non casualmente, un sacco di cibi inizino con la lettera P: pasta pane pera prosciutto porchetta pancetta pesca peperone pompelmo patate pomodoro pinoli pesto pizza piselli panna piadina prugna pepe pistacchio. E poiché la parola pappa è un tripudio di P, sospetto che inconsciamente, per noi italiani, esista una relazione stretta tra questo suono e il cibo. Papatina, dunque, contiene in sé qualcosa di più sfizioso di patatina. 

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Un giovane Francesco Coscioni assiste alla presentazione

Tutto questa lunga introduzione, però, è solo per inquadrare meglio un fatto accaduto nel giugno del 2010 quando con la mia famiglia, alla quale si erano aggiunti i miei genitori, sono sceso verso la penisola amalfitana per partecipare alla mia prima presentazione di sempre – stava uscendo Antropometria per la Neo, e Coscioni (ancora lui) era riuscito a ottenere un po’ di spazio per la mia raccolta. Poiché io conoscevo quella parte di Italia per esserci stato nel 1993, e siccome volevo che Dunja, i miei figli e i miei genitori, avessero modo di vederla, ho noleggiato un Ulisse e siamo partiti.

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Davanti alla Madonna delle Galline

La prima tappa era stata a Spello, in Umbria (la sera visitammo anche la splendida Assisi). Il secondo giorno siamo passati per Roma, dove abbiamo portato i bambini, che allora avevano 6 e 4 anni, a vedere il Colosseo. Poi, mentre Matija dormiva, io, Jurij e mio padre siamo andati a vedere la Bocca della Verità, sulla quale avevamo raccontato la terribile menzogna della mano che veniva mangiata a chi diceva una bugia. Abbiamo parcheggiato vicino al tempio di Vesta (vado a memoria). Ci siamo avvicinati. C’era una lunga coda di cinesi. Jurij, intanto, emozionatissimo, pensava tra sé e sé cosa avrebbe potuto dire. Quando finalmente è arrivato il suo turno, è partito, ha messo la mano dentro alla bocca e ha detto: “Mi piacciono le papatine“. Questo minuscolo, forse insignificante, episodio è rimasto nella storia della nostra famiglia – una di quelle cose che ogni tanto qualcuno tira fuori a tavola e tutti ridiamo annuendo compiaciuti. E’ come una tradizione che ci definisce – che definisce soprattutto lo Jurij di allora, che era goloso, coraggioso, amante della sfida, e furbetto (in qualche disco esterno abbiamo anche il video tutto storto di quel momento: lo sguardo di Jurij che ride per il modo elegante con il quale aveva superato la sfida è tra le cose belle che mi porterò dietro per sempre – anche in quell’eternità di cui tanto si parla).
La verità, dunque. Che parolona. La mente dell’uomo tende a creare questi concetti astratti, queste parole che spesso iniziano con la Lettera Maiuscola, ma a mano a mano che si acquisiscono informazioni, la verità diventa sempre sgranata, imprecisa, approssimata. Vado avanti, e studio, imparo, capisco, apprendo, medito e rifletto; eppure (o proprio per questo) mi rendo conto che sarebbe sempre più difficile, per me, infilare una mano là dentro e dire qualcosa senza rischiare di perdere qualcosa. Allora oggi a pranzo ho chiesto a Jurij cosa direbbe, se dovesse andare a Roma adesso, e lui ha detto “mi piacciono le papatine”.
Ancora?”
“Ancora”.
“Ah… beato te”, ho pensato. A me i dottori hanno detto che non posso mangiare fritto. Dovrò trovare un’altra soluzione.

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