Pochi secondi – di Andrea Guano

Ritorna, a distanza di qualche mese, la presenza, in questo blog, di un racconto ospite. Come sanno tutti quelli che leggono, non è semplice definire delle regole per valutare un racconto – forse per il semplice motivo che non ne esistono. Ci affidiamo allora a un sesto senso, o all’interpretazione di alcuni segnali inequivocabili che il nostro corpo rimanda: la pelle d’oca, la vertigine, una sensazione di famigliarità, oppure un retrogusto piacevole che rimane per qualche giorno – si ripensa a quello che si ha letto, e si prova un sottile piacere. Ed è un po’ per tutti questi motivi che sono contento di ospitare questo racconto di Andrea Guano, autore genovese, nel quale si avverte, in filigrana, anche il desiderio di rendere omaggio a un grande scrittore, il cui nome sarà evidente a chi lo conosce e che non serve rivelare per quelli che non l’hanno mai letto.
Con questo post, si inaugura anche una collaborazione con il fotografo Christian Baldin, al quale sono legato da una bella e profonda amicizia ormai decennale. Di fatto, ci vediamo una volta all’anno, al Salone del Libro di Torino, e passiamo poi gran parte del tempo insieme. Quando gli ho chiesto delle foto per accompagnare questa storia, abbiamo convenuto che non volevamo fornire una rappresentazione didascalica del suo contenuto ma offrire, piuttosto, uno sguardo alternativo, una possibile, e del tutto personale, chiave di lettura, fino al punto che ora mi sento di affermare che oggi i racconti qui presentati sono due. Come sempre, buona lettura, e, per la prima volta, anche buona visione!

 

Pochi secondi
di Andrea Guano

Era pomeriggio inoltrato quando ai bagni “Solaria” si udì distintamente il mio nome, urlato all’altoparlante. “Thomas è desiderato in direzione”. All’altoparlante dei bagni “Solaria” il mio nome non venne pronunciato con tono fermo e misurato, come succedeva con i clienti, ma urlato. E nemmeno usarono l’appellativo signor, come si usava fare con i clienti. No, dissero soltanto Thomas. Così, pronunciando il solo nome, ai bagni Solaria, si chiamava il personale. Scesi dal mio trespolo, chiedendomi cosa diavolo volesse il direttore, che era poi il proprietario. Cosa vorrà mai, mi chiesi, quel bellimbusto sui 40 anni, con occhiali scuri anche nei giorni di pioggia, il cui scopo principale durante il giorno è quello di corteggiare tutte le donne piacenti, che abbiano indifferentemente 20 o 50 anni. Ma non appena posai i piedi sulla sabbia, il mio pensiero tornò alla giovane donna, cliente abituale dei bagni Solaria, annegata il giorno prima. Si era sentita male in acqua, quella giovane donna, esattamente a 40 metri dalla riva, così almeno mi aveva detto il mio amico Giuseppe, che era di servizio il pomeriggio del giorno prima. Quando si era reso conto che quella giovane donna le braccia le agitava non per salutare qualcuno ma per chiedere aiuto, allora Giuseppe si era prontamente tuffato in acqua, così mi aveva assicurato il mio amico, ma non era riuscito a raggiungerla in tempo per salvarla. Forse erano stati fatali pochissimi secondi. Il mio amico Giuseppe è sempre stato piuttosto veloce in acqua, tant’è vero che ha sempre fatto i cento metri in vasca lunga in 1 minuto e sedici secondi, un tempo che lo metteva irrimediabilmente fuori dal mondo delle competizioni e quindi da qualsiasi podio, fosse pure quello dei diversamente abili, ma era pur sempre un tempo ottimo per un bagnino di salvataggio, che di solito, contrariamente a quanto ritiene ogni bagnante, in acqua va poco più veloce di una lumaca ed è un totale incapace. Questione di pochi secondi, mi ero detto quando, la sera, Giuseppe mi aveva informato dell’accaduto. Io gli avevo detto che non doveva farsene una colpa, che era stata una maledetta fatalità. Poteva capitare anche a me, dissi. Ma subito mi ero reso conto della mia ipocrisia. Vero era che pensavo l’esatto contrario, ossia: se in spiaggia ci fossi stato io, che i cento metri a nuoto li ho sempre percorsi in 1 minuto e cinque secondi, probabilmente sarei riuscito a salvarla. Pochissimi secondi le sono stati fatali. Tre bracciate prima e una respirazione bocca a bocca, e quella donna ne sarebbe venuta fuori per il rotto della cuffia, pensai. Se Giuseppe fosse stato un po’ più veloce, quell’avvenente giovane donna sarebbe ancora fra noi, e avrei avuto modo di vederla ancora, di aprirle l’ombrellone, di scambiare due battute, di scherzare occasionalmente con lei per l’intera stagione. Invece, quella giovane donna non avrei avuto più il piacere di vederla. Il suo posto sarebbe stato presto occupato da un altro cliente dei bagni “Solaria”, magari da una donna anziana, o da un pensionato pelato con la pancetta e il decimonono sotto il braccio. Mi ravviai i capelli mentre mi dirigevo verso la direzione, e pensai che l’amatissimo nuoto, per Giuseppe, si era trasformato in una condanna che avrebbe condizionato tutta la sua vita futura. Un piacere, un tranquillo e innocuo hobby gli aveva rovinato la vita. Anch’io ho sempre amato il nuoto, e il mio tempo sui cento è sempre stato migliore del suo. In ogni gara ho sempre preceduto Giuseppe di otto o addirittura dieci metri. Sapevo di infliggergli un dolore a precederlo con un così marcato distacco, ma se lo avessi fatto vincere, se avessi rallentato nella mia progressione verso la sponda della piscina, lo avrei preso in giro. E io non volevo prenderlo il giro. 2019 Somewhere - dsc_6093 - Progetto Zardi - Pochi Secondi di Andrea Guano - Copertina - Ottobre 24Il nuoto era la sua passione autentica, più del calcio, che pure seguiva con attenzione, più del ciclismo, che seguiva da spettatore durante i giri d’Italia e di Francia. Eppure, questa era la verità lapalissiana, la sua passione autentica gli aveva inferto un colpo mortale. Per quanto conoscevo Giuseppe, sapevo che non era un ragazzo sereno, che anzi era tormentato al massimo grado. Di un nonnulla ne faceva un problema. Come avrebbe potuto convivere con la morte di quella giovane donna? Qualche secondo prima e forse si sarebbe salvata. Giuseppe mi disse che quando l’aveva abbrancata lei era ancora viva. Era ancora viva, capisci? È morta mentre la portavo a riva, sulla quale, nel frattempo, si erano assembrate decine e decine di persone, le quali sembrano nate per non perdersi certi spettacoli. Quelle persone stavano lì come avvoltoi, mi disse Giuseppe fra le lacrime. Ti giuro, Thomas: li avrei presi a pugni in faccia uno a uno quei maledetti avvoltoi, pronti a godere di ogni minima sofferenza. Ma il mio intendimento era quello di appoggiare a terra il corpo di quella giovane donna e tentare la respirazione bocca a bocca, ma subito mi sono reso conto che era inutile, che ogni sforzo era vano. Davvero un destino maledetto. Se un paio di giorni fa fossi stato di turno io, pensai mentre guardavo i bagnanti sguazzare nell’acqua, sarei arrivato a quella donna qualche bracciata prima, e certo le avrei fatto la respirazione bocca a bocca in acqua, un po’ di ossigeno si sarebbe insufflato nei suoi polmoni e, una volta a riva, una volta che fosse stata nelle mani dei medici del pronto soccorso, si sarebbe salvata. Questione di secondi, quegli stessi secondi che c’erano sempre nelle nostre prestazioni. Fin da quando eravamo ragazzini, in acqua io ero stato più veloce di lui, tanto che mi ero illuso di poter gareggiare, un giorno. Lo sport del nuoto era stata una passione reciproca, che aveva cementato la nostra amicizia. Già a quel tempo Giuseppe otteneva tempi irrimediabilmente inferiori ai miei, in piscina. Ma eravamo entrambi convinti che, crescendo e soprattutto allenandoci, avremmo potuto dire la nostra. Con l’allenamento costante ti batterò, un giorno, mi diceva spesso Giuseppe, metà scherzando, metà dicendo sul serio. E si impegnava, in piscina, facendo vasche su vasche. Il suo impegno era encomiabile, ma sebbene mi allenassi meno di lui e con minor intensità, alla fine arrivavo sempre primo. Io sarò sempre primo e tu sempre secondo, scherzavo aggrappandomi alla maniglia incastonata nel blocco di partenza della corsia in cui avevo nuotato. E lui mi rispondeva: bisogna vedere in gara cosa farai. Potresti emozionarti, le forze potrebbero venirti meno. Può darsi, dicevo io. Ci credevamo entrambi di poter misurarci con altri atleti. Finché un giorno, l’allenatore della miglior squadra di nuoto della città, ci tolse ogni illusione. Voi non arriverete mai da nessuna parte, ci disse l’allenatore della miglior squadra di nuoto della città, siete alti poco più di uno e settanta e per voi non c’è alcuna speranza, così ci disse, pensai. Voi potreste forse eccellere nel calcio, nella corsa, nel ciclismo, nell’automobilismo, ma non certo nel nuoto, ci disse. Voi non solo non sareste in grado di vincere una gara, ma non salireste neppure su un qualsiasi podio. Questo fu l’implacabile verdetto che, con aria molto seria, emise il primo allenatore della miglior squadra di nuoto della città. Non riusciremmo neppure a salire sul podio, mi ripetei afflosciandomi sulla panca nello spogliatoio deserto, pensai. Noi dovevamo sotterrare le nostre aspirazioni. Non avremmo ottenuto nessun titolo, nessuna medaglia. A mia madre veniva di fatto negato l’orgoglio di avere un figlio che potesse fregiarsi di una medaglia nei 100 o nei 200 metri stile libero, mi dissi uscendo dalla piscina dopo aver sostenuto il colloquio con l’allenatore della miglior squadra di nuoto della città. Dovrà farsene una ragione, mia madre, come dovrò farmela io. 2019 Somewhere - dsc_6136 - Progetto Zardi - Pochi Secondi di Andrea Guano - Immagine 2 - Ottobre 24Ma io ricordo, pensai mentre dribblavo i corpi sdraiati parte sotto gli ombrelloni, parte sulla sabbia infuocata, io una ragione me l’ero già fatta, contrariamente a Giuseppe che, pur avendo ottenuto un tempo assai inferiore al mio, una ragione non riusciva a farsela, né ci sarebbe riuscito nei prossimi mesi. Del resto, il mio amico Giuseppe le delusioni non riusciva ad accettarle perché non riusciva a capire che la vita è fatta soprattutto di delusioni, che la delusione va a braccetto con l’illusione, e io non sono mai andato a braccetto con nessuno, tantomeno con l’illusione, mentre lui, il mio amico Giuseppe, non poteva fare a meno delle illusioni, che erano come pali ai quali si sosteneva. Per lui, le parole dell’allenatore della migliore squadra di nuoto della città erano state una botta tremenda. È la nostra altezza a fregarci, Thomas, si lagnò Giuseppe per anni. La nostra altezza. Io sono alto 1,69 e benché mi senta più a mio agio in acqua che sul marciapiedi di una strada, non potrò ottenere nessun risultato significativo. Il mio è un tempo scarso, ma anche tu, Thomas, anche tu che sei alto 1,74, hai le strade chiuse per il nuoto. Irrimediabilmente. Questo è pazzesco. Io non dissi nulla per non ferirlo, anche se il verdetto emesso dall’allenatore della migliore squadra di nuoto della città era inequivocabile. Anche se a quel tempo eravamo ancora molto giovani, avendo da poco compiuto 15 anni, sapevamo che, nel nuoto, non avremmo mai potuto eccellere. Fatti coraggio, caro Giuseppe, dissi al mio amico mentre uscivamo dalla piscina. Potremmo dedicarci a un altro sport, magari al calcio o all’ippica. Come immaginavo, questa mia battuta non suscitò nessun sorriso. Il mio amico Giuseppe era doppiamente desolato. Desolato per il rifiuto categorico dell’allenatore della miglior squadra di nuoto della città, e desolato per avere ancora una volta ottenuto un tempo nettamente inferiore al mio sui cento metri. Ma quella fatica in acqua, tutte quelle vasche compiute non andarono sprecate. Certo, non ci consentirono di salire su nessun podio, ma ci costrinsero a tenere i piedi saldamente a terra e a agevolarci quando ci presentammo ai bagni “Solaria” per essere assunti come bagnini stagionali. Voi avete ottenuto 1 minuto e 6 secondi e 1 minuto e 16 secondi? ci chiese il proprietario dei bagni Solaria, un bellimbusto sui 40 anni, abbronzato, con un filo di pancetta. Certo, confermai. Complimenti, disse il bellimbusto, siete assunti per tre mesi, dieci ore al giorno, 1100 euro al mese. È una buona paga, no? Dissi di sì, certo, anche se non potei fare a meno di pensare ai soldi che avrei guadagnato se fossi nato nel 1920, quando, con un tempo di un minuto e sei secondi, avrei quasi vinto le Olimpiadi. Ma adesso un campione come Michael Phelps percorreva i cento metri in soli 45 secondi. Non parliamo poi di Philo, con il suo record mondiale. Un grande nuotatore guadagna miliardi, mentre noi, che siamo eccellenti nuotatori, in quattro mesi guadagneremo 4400 euro, avevo pensato quasi un mese prima. Ma quelli erano ricordi lontanissimi. Il presente era la morte di quella giovane donna, e il licenziamento immediato di Giuseppe. 2019 Somewhere - dscn0259 - Progetto Zardi - Pochi Secondi di Andrea Guano - Immagine 1 - Ottobre 24Quei pochi secondi sono stati fatali, pensavo rispondendo con un cenno della testa a qualche bagnante che mi salutava mettendosi una mano davanti agli occhi per proteggersi dal sole che cuoceva le cervella. Il mio amico Giuseppe ha sempre fatto i cento metri a nuoto in 1 minuto e 16 secondi, contrariamente a me, che i cento metri li ho sempre fatti in 1 minuto e 6 secondi. Questi tempi sono stati più volte rilevati in piscina, dove Giuseppe e io andiamo ancora adesso. Più volte, per valutare i nostri progressi che mai ci sono stati, che si sono anzi arrestati, più volte abbiamo rilevato i tempi ma né Giuseppe né io siamo riusciti a migliorare i nostri record. Mio caro amico, gli dissi una volta, pensai, mio caro, mai più riusciremo a battere i nostri record, possiamo stare in questa dannata piscina dieci giorni, venti giorni, un mese possiamo starci e possiamo gettarci in acqua mille volte, e percorrere dei chilometri in acqua, ma mai riusciremo a battere i nostri record, caro Giuseppe. Tempi pessimi, quello mio e di Giuseppe, ben lontani dai tempi appena decenti che ogni quindicenne, iscritto a una scuola nuoto, è in grado di abbattere con facilità irrisoria. Ma noi non abbiamo mai ambito a diventare campioni di nuoto, noi non abbiamo mai aspirato a diventare Michael Phelps, Philo o anche solo Magnini, e nemmeno dei campioni regionali, noi abbiamo capito subito i nostri limiti. In piscina, i nostri limiti sono saltati subito agli occhi nostri e a quelli dell’allenatore della migliore squadra di nuoto della città. Mentre salivo le scale di legno che portavano alla Direzione dove lavorava quel bellimbusto di proprietario, pensavo che per certuni la vita è davvero ingrata. Il mio amico Giuseppe non ha intascato neppure 1000 euro dei 4400 che avrebbe potuto guadagnare se avesse lavorato per l’intera stagione. Se quella giovane bagnante non si fosse buttata in acqua e non fosse andata quaranta e più metri al largo, oggi io e Giuseppe continueremmo a lavorare insieme ai bagni Solaria. Quel maledetto incidente gli è invece costato il licenziamento in tronco. Il proprietario dei bagni Solaria, quel bellimbusto di circa 40 anni, non aveva avuto alcuna pietà e aveva licenziato in tronco il mio caro amico. Lei non può più lavorare con noi, aveva detto pochi giorni prima il bellimbusto a Giuseppe, mi dispiace ma devo allontanarla. Giuseppe non aveva saputo spiccicar parola, ancora sconvolto per quella morte di cui si riteneva ingiustamente colpevole. Ma quella sera stessa a me aveva detto, Thomas, non volevo credere a ciò che mi stava dicendo, ti giuro. Non me lo merito. Io so fare il mio lavoro, è stato un disgraziatissimo incidente. Lo so, gli avevo detto io, così ricordo pensai. Un disgraziatissimo incidente, mi dissi mentre entravo nel salone dal quale bisognava per forza di cose passare se si voleva entrare in Direzione. La temperatura era di qualche grado inferiore rispetto a quella che si percepiva in spiaggia. Nell’entrare in Direzione sfiorai due giovani bagnanti abbronzatissime. Sentii il calore dei loro corpi, come loro probabilmente percepirono il mio. Chissà cosa mai vorrà il bellimbusto, mi chiesi ancora. Durante i 24 giorni che avevamo lavorato, né io né Giuseppe eravamo stati chiamati in direzione, contrariamente ad Armando e Gianluca, assunti prima di noi, i quali, in direzione, venivano chiamati spesso. Armando, a volte, è chiamato più volte al giorno, mentre io non sono mai stato chiamato. Noi parlavamo di rado con Armano e Gianluca. Eravamo come degli estranei. Loro non sapevano nulla di noi, né noi di loro. Con Armando e Gianluca non avevamo mai parlato dei nostri tempi in piscina. Il tempo che impiegavano loro a fare cento metri in vasca ci era sconosciuto, ma di certo, in acqua, non erano più veloci di noi. Sono più lenti di noi, avevo detto una volta a Giuseppe, pochi giorni prima dell’incidente in cui era incappato. Lui mi aveva detto come potevo essere così sicuro, e io gli dissi: fidati, mi è bastato guardarli un paio di volte. Che vada bene, faranno i 100 metri in 1 minuto e venti. Questo pensiero mi era tornato in mente quando ero stato informato della disgrazia occorsa a Giuseppe. Non solo Giuseppe non ce l’aveva fatta, ma nemmeno Armando e Gianluca ce l’avrebbero fatta. Io solo, forse, avrei potuto salvare quella giovane donna, pensai. 2019 Somewhere - dsc_6939 - Progetto Zardi - Pochi Secondi di Andrea Guano - Immagine 3 - Ottobre 24Forse, il destino di quella giovane donna era segnato, mi dissi entrando nell’ufficio del bellimbusto; ma poteva darsi che no, poteva darsi che, se il caso avesse voluto che io non fossi a casa, a trastullarmi davanti alla TV, ma fossi stato ai bagni Solaria, se anziché Giuseppe, in spiaggia ci fossi stato io, quella giovane donna avrebbe potuto salvarsi per il rotto della cuffia. Faceva un caldo d’inferno là dentro. Sia nell’ufficio del bellimbusto, sia in quello attiguo, si respirava per via dell’aria condizionata, ma non c’era poi molta differenza con l’androne nel quale andavano avanti e indietro i bagnanti. Il bellimbusto stava parlando con una bagnante, una donna sulla quarantina, molto piacente, altrimenti l’avrebbe già liquidata da un pezzo. Invece si tratteneva piacevolmente con lei e, benché mi avesse fatto chiamare, si comportava come se io non ci fossi, ed era tutto sorrisi e smancerie per quella bella bagnante. Andò avanti una decina di minuti questa pantomima, tanto che io mi sentivo importante come un ficus benjamin che era in un angolo. Sorrideva a trentasei denti il bellimbusto, e la bagnante sembrava gradire le sue smancerie. Chissà quanto andranno avanti questi due, pensai, non poteva farmi chiamare quando era libero? Guardavo quei due parlare, il bellimbusto e la bagnante, li guardavo sorridere, e ridere apertamente, con la massima indifferenza nei miei confronti. Ero a due passi da loro, mi vedevano che stavo lì in piedi, e neppure si domandavano cosa ci facessi. Poi, finalmente, la bagnante disse che doveva proprio scappare. Lei mi deve scusare, Calligaris, ma devo proprio scappare. Si vedeva che il bellimbusto l’avrebbe trattenuta con qualche altra scusa, ma alla fine dovette accettare la volontà di quella bagnante. Al che mi trovai finalmente faccia a faccia col bellimbusto, cosa che non mi faceva affatto piacere, visto che mi era decisamente antipatico. Bene, eccoti qui, esordì lui, guardandomi dritto in faccia e posando le mani sulla scrivania. Non ti tratterrò a lungo. L’altro giorno ho licenziato il tuo amico, Giuseppe, ed ora, a distanza di tre giorni, licenzio te. So bene che tu non c’entri nulla con la morte di quella giovane donna. So bene che la colpa, diciamo così, è solo e soltanto del tuo amico. Ai bagni Solaria non è mai morto nessun bagnante. Questa è la prima volta che qualcuno muore ai bagni Solaria, ed è come una macchia, per me. Mi rendo conto che ho sbagliato, quel giorno, ad assumervi. I tuoi colleghi mi dicono che quando sei di servizio in vasca, anziché sorvegliare i bagnanti a bordo vasca, ti butti spesso e volentieri in acqua. Vuoi forse dirmi che ciò non è vero? Questo di gettarsi in acqua in piscina era anche un vizietto del tuo amico. Sbaglio? Non dissi nulla. In quel momento pensavo che i bagni Solaria non avevano mai avuto due bagnini veloci, in acqua, come Giuseppe e come me. Tu non hai mai visto due bagnini veloci come noi, pensai. Giuseppe ha sempre fatto i cento metri in 1 minuto e sedici secondi, mentre io, i 100 metri, li facevo in 1 minuto e sei secondi. Il migliore dei tuoi bagnini, ben che vada, farà i 100 in 1 minuto e trenta, se non di più. Ed è vero che quella giovane donna è morta, pensai, ma è stata una questione di pochi secondi. Il bellimbusto mi guardava, quasi provasse soddisfazione a licenziarmi. Sulle labbra aveva un sorrisetto irritante. Puoi pure andare a spogliarti, mi disse il gestore dei bagni Solaria. Uscii dall’ufficio e andai nello spogliatoio a vestirmi. Ero infuriato e deluso. Mi consideravo un ottimo nuotatore e un buon bagnino, e mi sembrava inammissibile essere licenziato su due piedi. Era vero che facevo spesso il bagno quando ero di servizio in piscina, ma non lo facevo per rinfrescarmi o farmi i fatti miei, come sosteneva il bellimbusto, che di acqua e di problemi natatori non capiva un’acca, ma lo facevo per tenermi in costante allenamento, quello stesso allenamento grazie al quale avevo ottenuto un ottimo tempo sui cento metri. È incredibile che un nuotatore del mio stampo venga licenziato, pensai, uscendo dallo spogliatoio e infilando le scale che conducevano all’uscita dei bagni Solaria. Nessun bagnino, né ai bagni Solaria né in tutta la costa del genovese, aveva di sicuro il mio tempo sui cento metri, pensai, quello stesso tempo che, con tutta probabilità, se fossi stato presente, mi avrebbe permesso di salvare quella giovane donna, che invece era deceduta. Avrei dovuto capire subito che il gestore dei bagni Solaria era un idiota, un bellimbusto, un incompetente, e in definitiva un idiota, pensai mentre imboccavo l’uscita e mi dirigevo verso il mio scooter. Invece non avevo capito nulla e avevo lavorato venticinque giorni come bagnino, intontendomi ogni giorno dal sole e dalle chiacchiere dei bagnanti dei bagni Solaria solo per guadagnare qualche soldo. Anche se sei un ottimo nuotatore non avresti mai dovuto abbassarti a fare il bagnino, così mi dissi, mentre salivo sullo scooter e lo mettevo in moto. Il nuoto, per te, è più che un hobby, e non avresti dovuto svenderti per pochi spiccioli a un bellimbusto, avresti potuto fare l’inserviente, il cuoco, il barista ma non il bagnino. Montai sul mio scooter e filai via.


 

Andrea Guano
Andrea GuanoNasce a Genova, nel 1948. Ha svolto diversi lavori, tra i quali: piccolo di camera a bordo di una carboniera e di una petroliera; venditore di annuari merceologici, di saponette, di carta da pacchi e spaghi, di banchi frigoriferi, di barche a vela; tipografo; installatore di apparecchi di filodiffusione; lavascale; fattorino; spazzino; custode di musei.
Ha scritto quattro romanzi: “Vita da cani handicappati”, “Il diario di Igor”, “Il Trasferimento” )che ha ottenuto una segnalazione al Premio Calvino, XXVIII edizione), e “Dipendenze”.
Sul libro “Apparizione e visione”, edito da Mondadori, Luca Clerici parla diffusamente del suo rapporto con Anna Maria Ortese.
Ha pubblicato racconti tre riviste online, quali “Colla”, “Cadillac” e “Flaneri”.

Christian Baldin
2019 Somewhere - 20121209_122144 - Progetto Zardi - Pochi Secondi di Andrea Guano - immagine profilo - Ottobre 24Nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. 
In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

 

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6 risposte a "Pochi secondi – di Andrea Guano"

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    1. Ciao Silvano, c’è un filone piuttosto consistente di autori che abbracciano questo particolare stile, che a me piace molto – la ripetizione e la prolissità (si dirà così?) creano un effetto straniante, simile a una mano che disegna delle spirali in un foglio….

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  1. Sembra che il tema
    più interessante per l’autore sia quello che in realtà sfiora soltanto (la morte, il destino) e quello centrale, le due prospettive dei due amici, sia il contorno. Lo stile di scrittura usato ha dato il ritmo al racconto, trovo sia interessante.
    E poi sono rimasta stregata dalla luce delle foto, perchè è una luce acquea (si potrà dire?) e io amo l’acqua

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