La cura

Nel giugno del 1997, il giorno dopo aver finito il servizio militare (un’esperienza utile solo per capirne l’assoluta inutilità), laureato da poco e in attesa di trovare un lavoro, che sarebbe arrivato dopo meno di tre mesi – la fortuna di vivere nel Nord Est –, ho accettato di fare il commissario d’esame di maturità in tre scuole della provincia di Padova: in quella sessione c’erano state parecchie defezioni, credo per protesta contro il mancato riconoscimento economico di quell’impegno tutto sommato considerevole. Iniziai martedì 24 giugno, e finii un mese dopo. Fresco di studi, avevo ancora chiara l’idea di come avrei voluto essere interrogato, durante un esame – non solo il tipo di rispetto umano che secondo me doveva stare alla base di quei rapporti veloci, e che spesso avevo visto completamente assente, ma anche aspetti più tecnici, come il tipo di domande, cioè la corrispondenza tra quanto avevano studiato e quanto veniva chiesto loro, e l’impegno fattivo per capire la reale preparazione, al di là della singola risposta, e il riconoscimento dell’eccellenza, quando riconosciuta.

Furono trenta giorni intensi e, come si usa dire con una sorta di endiadi automatica, istruttivi. Vidi passare circa centocinquanta ragazzi e ragazze – per lo più ragazzi, visto che le scuole alle quali ero stato assegnato erano degli istituti tecnici per l’elettronica, l’informatica e l’elettrotecnica – e li interrogai tutti: per una curiosa serie di circostanze, e soprattutto per la protesta dei professori di cui dicevo sopra, ero responsabile di tre materie delle quattro che erano uscite – essendo la quarta Lettere, che forse avrei preferito a tutte le altre. Mi feci dare i loro quaderni di appunti, mi preparai sui loro libri; cercai di capire lo stato di agitazione in cui si trovavano quel giorno, le aspettative che avevano intorno.

Esaminai, se così si può dire, un uomo che aveva due anni più di me, e che si era iscritto alle serali per prendere un diploma. Lavorava già come tecnico in un comune lì vicino. In prima fila c’era anche sua moglie. Aveva una preparazione universitaria. Quando finii di interrogarlo – di chiacchierare con lui – mi alzai in piedi e gli strinsi la mano, facendogli i complimenti, mentre sua moglie, più giovane di lui, in prima fila, piangeva commossa. Uscì con sessanta e lode. Un altro, sempre alle serali, non sapeva quasi nulla; anche lui lavorava già, da qualche parte, in un settore che non c’entrava niente con quel corso di studi, iniziato chissà quando e per chissà quali motivi. Era un bravo ragazzo, anche lui grande, quasi come me. Con pazienza, cercai di arrivare alla piccolissima regione delle cose che aveva sentito in classe, e dargli quel sei che l’avrebbe fatto passare. Qualche settimana dopo lo trovai al banco macelleria di un supermercato. Era un adulto con una vita che andava molto al di là delle cose che si potevano imparare a scuola. Lo riconobbi ma non ebbi il coraggio di salutarlo. Presi un chilo di carne, ma mentre mi passava uno scontrino sul quale era riportato un totale di mille lire (!), mi strizzò l’occhiolino, come dire “ho apprezzato quello che hai fatto, e questo è l’unico modo che ho per contraccambiare”.

Poi, tanti anni dopo, ho iniziato a scrivere. Lo facevo già da ragazzo, e qualche volta l’avevo fatto anche nei quasi vent’anni che erano passati dalla fine del Liceo, che ricordo ancora come l’esperienza culturale più importante della mia vita (non tanto per quanto riguarda i contenuti, che con il senno di poi riesco a valutare meglio, quanto per la possibilità concreta di essere sempre, costantemente impegnati in una crescita priva di alcuna concreta necessità). Superati i 35 anni – Dante docet -, è tornata, impetuosa, quella voglia; e con la voglia è iniziata la solitudine. Accanto a me non c’era nessuno a consigliarmi; le persone con le quali potevo confrontarmi erano pochissime, e distanti. Nessuno pareva capire come si potesse sentire un individuo che decide di iniziare a scrivere e non ha alcuna conoscenza concreta di come funziona questo mondo.

A distanza di quattordici anni da quel ritorno alla scrittura, sono cresciuto e ho imparato molte cose. Ora sento di avere abbastanza esperienza per poter restituire una parte di quello che ho ricevuto, ma in una forma più “concentrata”; e ho deciso di farlo come quando, nel 1997, mi ero messo a svolgere un lavoro che non avevo mai fatto, ma sul quale avevo le idee chiare: ricordandomi quello che avrei voluto ricevere quando ne avevo bisogno. Da due anni, sto tenendo dei corsi di scrittura sul racconto, alla libreria Limerick di Padova, dove, con Alessandro Busi, amico e compagno di scrittura, stiamo cercando un approccio diverso, che metta al centro non un insieme di regole da imparare per scrivere un racconto, ma la voglia, spesso sopita, talvolta soffocata dagli eventi contingenti, di scrivere. Creare uno spazio protetto, sicuro, e se possibile stimolante, dove poter fare esperienza, rinforzare i muscoli, iniziare a credereci veramente. In tanti anni ho visto talenti quasi luminosi infrangersi sugli scogli che il mondo sembra opporre a questo tipo di sogni: in assenza di qualsiasi riscontro, vivendo in un ambiente disinteressato a questa nostra passione, si finisce per credere di non avere nulla da dire, di non saperlo fare, e che comunque non ne vale la pena perché non serve a niente. Non sono di quelli che dicono che tutti sarebbero in grado di scrivere un racconto; ma sono ancora convinto che la stragrande maggioranza degli autori talentuosi se ne sta silenziosa davanti a un pc, domandandosi se non sarebbe il caso di abbandonare tutto e smettere di coltivare questa passione. Io, allora, quando ero solo e silenzioso, me lo domandai e mi risposi che non me lo sarei mai più domandato: che non avrei mai lasciato che questo fuoco si spegnesse.

Ora, a breve, tra poco più di due mesi, inizio una nuova avventura con Giulia Belloni, la persona che mi ha “scoperto” nel 2008, strappandomi alla mia solitudine di autore, e che in tutti questi anni è stata la mia guida segreta, una sorta di nume tutelare, sempre pronta a darmi un consiglio. Senza di lei, non sarei l’autore che sono. Il progetto è ambizioso, perché non si parla di un singolo corso ma dell’idea di mettere in piedi qualcosa di più ampio – una sorta di scuola, anche se il nome un po’ mi spaventa (e d’altra parte il nome che ritengo corretto, e cioè “manicomio”, potrebbe spaventare gli altri). Ma intanto, partiremo con un corso interamente dedicato al romanzo: dieci incontri, dieci fine settimana “full immersion” spalmati nell’arco di un anno intero, dove vedremo insieme come sviluppare un romanzo, come arrivare a concluderlo, e poi magari a proporlo, mettendo a disposizione la nostra esperienza – la mia di autore, e quella di Giulia, scrittrice, editor, ufficio stampa e comunicazione, curatrice di collane e docente di scrittura da anni. Al centro del mio approccio, rimarrà comunque la mia inclinazione naturale a prendermi cura delle persone a cui voglio bene, e la mia passione nel vedere i frutti maturare. In questa avventura ci accompagna Valentina Mai, editrice appassionata e splendida persona.

A breve i dettagli!

 

5 risposte a "La cura"

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  1. Wow! Zardi senza limiti.
    Sono convinta, anzi, ne ho le prove, che oltre al talento per la scrittura tu ne abbia uno altrettanto grande per l’insegnamento, inteso non come travaso di nozioni ma come coltivazione delle anime.
    Sono felice per questa nuova avventura 🙂

    Piace a 1 persona

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