Aritmetica – di Michael Alenyikov

Tra i propositi non espressamente dichiarati per il 2020, uno di quelli a cui tengo di più riguarda questo blog – dare seguito al mio desiderio di farlo tornare centrale nel mio rapporto con la scrittura. Un altro proposito, pure questo silenzioso, ma non per questo meno vivo, ha a che fare con la voglia di cimentarmi con la traduzione, un’attività alla quale ogni tanto mi sono avvicinato. Mettendo insieme le due cose, si arriva a questo post: ho tradotto un racconto di Michael Alenyikov, un autore americano cresciuto a New York e che ora vive a San Francisco. Il trait d’union è stata la cara amica Matilda Colarossi, madrelingua inglese, una donna canadese tornata da poco in Italia, che aveva tradotto, a sua volta, alcuni miei racconti per delle riviste americane. Mi ha proposto questa bella storia, a me è piaciuta e ho iniziato subito a tradurla; arrivato a metà, però, mi sono fermato e l’ho lasciata là per due anni, senza alcun motivo. Poi, il giorno della Befana del 2020 mi è tornata forte la voglia di finire la traduzione, e mi sono divertito parecchio, tanto quanto scrivere un racconto tutto mio. Non ho potuto fare a meno di pensare alle versioni dal latino e dal greco fatte al Liceo, alla cura che richiedevano, un’attenzione da orologiaio, e all’immersione profonda, palombara. Ogni singola parola richiede la valutazione di più opzioni, e poi una decisione consapevole. L’altro giorno, ho chiesto un altro racconto, a Matilda, che tradurrò, spero, nelle prossime settimane.
Non ho alcuna teoria ben definita, sulla traduzione (probabilmente sono tra a metà strada tra integralisti della fedeltà al testo originario, e desiderio di rappresentare il
senso di una storia nella lingua di destinazione); e non posso dire di essere un fine conoscitore della lingua inglese e delle sue sfumature. Però credo di sapere scrivere decentemente, in italiano, e a volte mi pare di avere delle piccole antenne in grado di captare le frequenze che stanno dietro le scelte più intime degli autori – come se mi fosse chiaro la strategia narrativa che si nasconde dietro certe decisioni.
A breve, il racconto uscirà anche nel sito curato da Matilda, dove sarà possibile leggere la versione originale, e trovare, quindi, tutti gli errori che ho commesso. 🙂 Sarà mia cura segnalare qui l’uscita.
L’unica informazione necessaria a comprendere il racconto riguarda la mezuzah: qui si può trovare tutto quello che serve sapere al riguardo. Alla fine del racconto, c’è la biografia completa dell’autore. Buona lettura!  

 

Aritmetica
di Michael Alenyikov

Dopo l’incidente, la cosa che noi quattro ricordavamo meglio era la storia del conteggio. Eravamo atterrati su Zeta Avenue ed eravamo diversi da tutti gli altri ragazzi, come se fossimo stati abbandonati là da genitori extra-terrestri che non credevano nell’aborto, che allora era una brutta parola, peggio di fottere, stronzo, o di merda, piscio o casino: era come se avessero fatto un salto sul Pianeta Terra e poi ci avessero mollati a Zeta, nella città di Brooklyn. Siamo stati proprio scaricati, ed eravamo riusciti a riconoscerci l’un l’altro solo dalle nostre lingue lunghe.
Da sempre, Marty prima toccava la mezuzah, e poi si baciava il dito – o era viceversa? Un bacio al dito e poi alla mezuzah? No, il dito, aveva detto Daniel: prima si baciava quel fottuto dito.
Ne abbiamo discusso dopo scuola – io, Daniel, Jeffrey e Alessandro, un italiano – per giorni e poi per settimane. Tutti avevamo una mezuzah appesa agli stipiti della porta, all’entrata dei nostri appartamenti, tutti tranne Alessandro, che era Cattolico. La mezuzah era un piccolo, strano oggetto lasciato là in un qualche tempo antico – forse dai nostri genitori alieni. Ma cosa contenevano? I nostri certificati di nascita scritti con sottili lettere aliene e, cosa più importante, le istruzioni su come tornare a casa?
Marty, però, che non credeva in niente, e che sapeva più cose sul rhythm and blues di quante un ragazzo bianco ebreo avesse il diritto di sapere – una volta ci aveva detto che aveva visto James Brown e Little Richard alla Paramount, e noi gli avevamo creduto ciecamente – ecco, Marty lo baciava sempre. Così, tutte le volte che trotterellavamo dietro di lui verso il suo silenzioso appartamento (sua mamma lavorava come libraia sulla Kings Highway), lo facevamo anche noi. Perfino Alessandro, che era molto educato. Quello che faceva Marty, noi lo facevamo.

Dopo l’incidente, uscivamo insieme e cercavamo di immaginare quanto volte Marty aveva baciato la mezuzah – due, tre o quattro volte al giorno? – per trecentosessantacinque giorni all’anno, per quattordici anni.
“Quindici”, disse Alessandro, che si faceva chiamare Alex, anche se a noi piaceva chiamarlo il due volte alieno – perché veniva dall’Italia e quindi da un punto di vista legale era un “alien”, e in più perché era stato scaricato qui da extraterrestri di un altro pianeta in un momento, pensavamo noi, diverso dal nostro. Non appena imparammo un po’ di algebra, divenne un alieno alla seconda.
“Aveva appena compiuto quindici anni” aveva ripetuto Alex.
“E tu come fai a saperlo?” disse Daniel.
“Dieci anni” aveva detto Jeffrey. “Solo dieci. Come poteva toccarlo quando era piccolo, secondo voi, brutti schmucks?”
“Ma allora perché diceva sempre di non credere in Dio?” ho chiesto. “E perché chiamava i suoi genitori stronzi? Non mi torna.” (Aveva veramente paura dei suoi genitori e noi non ce ne rendevamo conto? Me lo sarei chiesto più tardi).
Jeffrey, che era più alto di noi, fece spallucce e mi tirò un pugno sul braccio.
“Boh” disse.
“Fottiti” dissi io.
Fangulo!” fece eco Alex, con il suo accento italiano, ridacchiando.
Daniel alzò gli occhi al cielo.
“Perché?” ho ripetuto. A quei tempi ero convinto che se pensavo abbastanza intensamente a una cosa, quella cosa avrebbe iniziato ad avere un senso, e in qualche modo sarebbero tornati i conti.
“Ehi” disse Daniel “gridare non te lo riporterà indietro”.

Tutti avevamo conosciuto qualcuno che era morto, ma non era proprio la stessa cosa. Io, ad esempio, avevo la mia Bubba, una specie di nonna vecchissima, che era morta quando ero piccolo. Era tutta grigia e pallida e mi baciava con le sue labbra baffute. Puà! Non era colpa sua se era vecchia, ma era davvero un’esperienza puà. Raccontavo ai ragazzi della sua morte e intanto abbracciavo Jeffrey come faceva Bubba con me, perché mi sentivo veramente triste, nonostante la conoscessi appena.
“Levati di dosso, brutto frocio” mi diceva mentre tutti noi ridacchiavamo. “Con tutto il rispetto per lei, ovviamente” aggiungeva.
Anche a Daniel era morta una zia. Soffriva di angina, una parola che lui pronunciava un po’ pomposamente – era la sua zia preferita. Ma quella parola ci faceva ridere, perché ce ne ricordava un’altra.
“Non era la sua vagina, era l’angina, era il suo dannato cuore, merde ignoranti che non siete altro.”
E allora Alex, tutto serio, diceva: ci dispiace veramente, Danny. Alex ha sempre parlato per noi quando diventiamo stupidi, dal momento che lui conosce il protocollo, che è come lo chiamano in Chiesa, diceva, e non è colpa nostra se andremo in Purgatorio per il fatto di essere ebrei, doveva aggiungere ogni volta. Come se a noi ce ne fregasse qualcosa.

Così Marty è morto ma nessuno di noi pronuncia mai questa parola: è una cosa che di solito si usa quando si parla qualcuno di veramente vecchio, un vecchio del quale non ci importa nulla, e così continuiamo a parlare di lui come se fosse ancora vivo, come se si stesse vantando di andare fino in fondo con una ragazza e intanto dicesse “Come un uomo, è la decima volta che ci vado a letto” e continuasse a chiamarci mammole, e noi intanto ci comportassimo come se non ce ne fregasse un cazzo, e invece eravamo così fottutamente in soggezione, nei suoi confronti
E ora siamo in una caffetteria con le pareti gialle come il piscio, e sto osservando un hamburger che è grigio come il gabbiano che avevo visto, tutto bagnato, sulla ghiaia della spiaggia di Gravesend, su, a Coney Island. La caffetteria è in un seminterrato. “Siamo all’inferno”, dice Danny, guardando all’improvviso quel particolare tipo di tristezza che proviamo e che non riusciamo mai a esprimere. E io dico. “Ce ne stiamo qui ad aspettare che Marty si presenti?”. Cerco di essere divertente.
Ma Alex diventa serio, e spalanca gli occhi in un modo quasi mistico, mi bacia forte su un lato della testa e dice: “Marty sta andando in paradiso; dopo che ha baciato quella cosa ebrea (lui la chiama così, ma senza alcun disprezzo) quarantottomila volte, se lo merita il paradiso, cazzo”. Quando si parla di cose religiose, prendiamo Alex piuttosto seriamente perché, come dicevo, lui è un cattolico e dice che il Papa ha tutte le risposte. E poi è uno non perde mai la calma, e questo ci spinge a dargli sempre retta. È l’unico cattolico che abbiamo mai incontrato e stiamo ancora cercando di capire cosa siano. Dice che i preti sanno più cose dei rabbini, che per Danny sono una schifezza. Danny dice che tutti i rabbini e i preti che conosce non valgono un mignolo di Marty. E quando Jeffrey dice che forse intendeva dire il cazzo di Marty, Danny risponde che è proprio una battuta di merda.
Quindi torniamo a discutere su quante volte – ventimila, centomila – Marty aveva baciato la mezuzah. Sappiamo che Marty era uno che entrava e usciva di casa un sacco di volte, ma non riusciamo a deciderci sul numero esatto. Sentiamo che se riuscissimo a farlo bene, magari il disco volante tornerebbe indietro e i nostri veri papà e le nostre vere mamme – o anche di più, perché magari ne abbiamo due per tipo (non si può mai dire con gli alieni) – tornerebbero indietro anche loro, oh Dio santo, merda, porca puttana, se non è una preghiera questa: ci puoi giurare. Non mi interessa se ci lasciano qua giù, sul Pianeta Terra, noi quattro coglioni, ma forse sto pregando perché riportino Marty nel suo pianeta natale, e lo aggiustino, come se fosse nuovo di zecca e respirasse ancora. Posso anche vedere, questo disco volante – è come una grande ciambella del cazzo, una di quelle con lo zucchero a velo sopra; e c’è musica, e ci sono le luci quando atterra e il capo degli alieni, il loro Presidente, o Capitano o Re, dice: “No, ragazzi, avete contato male e per voi perdenti ci sarà sempre e solo il quartiere Zeta. Riportare indietro Marty? Non se ne parla. Siamo tornati solo per scattare qualche foto. Domani partiamo per un giro turistico su Alfa Centauri. Grandi spiagge, da quelle parti”.

Sono un po’ agitato e spero che nessuno dei ragazzi se ne accorga perché, be’, io ero là quando la macchina ha tirato sotto la bici di Marty ed è uno dei miei segreti più grandi, per gli altri ragazzi, il fatto che io l’ho visto sulla bici, e un attimo dopo stava volando in aria senza nessuna fatica, liscio come l’olio, a parte il fatto che era tutto troppo veloce. C’è stato un tonfo e uno stridore dei freni, e Marty mi ha guardato – o almeno questo è ciò che ricordo, anche se è stato tutto così veloce che non so se è davvero andata in questo modo; ma lui mi guarda come se – ok, so che non è bello da dire – come se pensasse ma voi siete troppo dei pezzi di merda per poter apprezzare questo momento e io sono molto meglio di voi, amici, ed è proprio questo che mi ha detto il giorno prima: “Io sono davvero migliore di voi perdenti”, mi aveva detto. “Me ne sto andando in città e là andrò a letto con qualcuna ogni sera, mentre voi stronzetti continuerete a farvi le seghe”.
“Vaffanculo” gli avevo risposto. Lui si è messo a ridere e allora l’ho afferrato per il collo – ero davvero fuori di testa – e abbiamo fatto la lotta sul pavimento del suo salotto e – posso giurarlo su Dio, io non lo avevo previsto ma lui mi ha baciato in bocca, e il mio più grande segreto, quello che non ho mai detto a nessuno, è quanto lo avevo desiderato, quel suo bacio – e quindi siamo rimasti là, io sopra di lui, respirando affannosamente per un tempo che a me è sembrato durare un milione o un miliardo di minuti. Sentivo la sua erezione attraverso i suoi pantaloni, e intanto io glielo sfregavo contro, fino a quando tutto il mio corpo ha avuto un brivido, e le mie mutande sono diventate umide e appiccicose, e intanto lui si teneva aggrappato a me come se stesse affogando e io fossi una specie di salvagente. C’erano un sacco di cose che volevo dire, e che non potevo dire, e immaginavo che avrei avuto tutto il tempo del mondo per farlo, un altro giorno. Ma non allora, non quel giorno.
“E’ meglio se vai” mi ha detto alla fine, e io me ne sono andato, toccando la mezuzah mentre uscivo, una cosa che non facevo mai, e mi sono baciato il dito, tenendomelo tra le labbra per un sacco di tempo, senza preoccuparmi se avevo seguito l’ordine giusto; e poi, prima di chiudere la porta, mi sono girato indietro verso di lui, ed era ancora disteso sul pavimento, raggomitolato, uguale a quando era caduto a terra, dopo che la macchina lo aveva tirato sotto, solo che dopo quel volo la testa formava un angolo strano con il corpo, come se fosse un burattino che qualcuno aveva lasciato cadere, una specie di Pinocchio. All’inizio non avevo visto il sangue, e così mi sono inginocchiato su di lui, e l’ho scosso: solo allora ho iniziato a gridare. Qualcuno mi aiuti, vi prego, qualcuno mi aiuti e dopo c’erano sirene tutte attorno a me, ed è stato allora che ho visto che stava gocciolando qualcosa. Ho pensato, okay, è solo pipì di cane, e ho smesso di gridare perché c’erano tutti quei poliziotti; e poi ho toccato la pipì di cane, non so perché, ed era più densa, ed era rossa, sul mio dito. Non sono uno stupido – sapevo che era il sangue di Marty. Me lo sono strofinato sulla parte della maglietta che mi infilo dentro ai pantaloni; è un pezzettino di lui che mi sono tenuto, solo per me: i ragazzi non sanno niente, e neanche la mia mamma adorata e il papà.
“Hai sentito quello che ho detto?” mi grida Jeffrey in un orecchio.
“Eh?” gli dico, mentre fisso l’hamburger che tengo in mano, e penso a come il ketchup assomigli al sangue. Mi viene da vomitare. Danny dice: “Usciamo da qua, cazzo” e inizia a fingere di essere sul punto di soffocarsi. “Ho mangiato cibo avvelenato”, dice ridendo.
Così ci alziamo per uscire, ma poi restiamo là, come avevamo fatto il giorno del funerale, guardando le pareti, il soffitto, tutto tranne che le nostre facce. Passo una mano sul mio ciuffo di capelli, mentre Alex, tutto solenne, dice: “Zeta senza Marty”, come se fosse l’inizio di una preghiera cattolica. È tutto quello che ha detto: Z senza Marty. Che altro c’era da dire? Era stato Marty che, per farci capire che eravamo meglio degli altri, nonostante ci guardassero come dei pagliacci, ci aveva insegnato tutta quella merda che riempiva le nostre teste. Se Zeta Avenue non era stata l’inferno prima di allora, be’, lo era diventata adesso.


(foto del profilo Twitter)

Michael Alenyikov is the pen name for the author of “Ivan and Misha” which received the Northern California Book Award and was a Finalist for the Edmund White Award for Debut Fiction. ”Ivan and Misha” has been described as “The Great American Russian Novel told as Chekhov would tell it, in stories of delicacy, humanity, and insight. . . .”
He’s the recipient of the Gina Berriault Award and a MacDowell Fellowship and his work has been twice nominated for the Pushcart Prize. His writing has appeared in The Georgia Review, The Chicago Quarterly Review, Foglifter, Descant, The Catamaran Literary Reader, The Forge, and many other publications.
“Arithmetic” first appeared in Foglifter Magazine. In 2019, it was successfully given a staged, dramatic reading by San Francisco’s renowned acting troupe, Word for Word.
He has a PhD in clinical psychology and in addition has worked as a bookstore clerk, cab driver, and interactive media writer. He’s a native of New York City. His childhood was spent in the outer reaches of the Bronx, Brooklyn, and Queens, with four years in L.A. wedged in between Brooklyn and Queens. He’s also spent chunks of years in Syracuse, NY, Boston and Cambridge, MA, and Manhattan. He’s a longtime resident of San Francisco.
His website is: www.michaelalenyikov.com

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