Il virus e il controllo – di Alessandro Busi

In questo periodo complicato, dove siamo costretti ad affrontare una situazione alla quale siamo impreparati per mancanza di esperienza, e quindi di un modello per affrontarla, mi sembra importante proporre dei punti di vista che non prendano in considerazione solo gli aspetti sanitari e quelli economici (come stanno facendo tutti i quotidiani di oggi) ma che guardino verso l’essere umano per quello che è – un soggetto che elabora continuamente strategie per vivere meglio.
Conosco Alessandro Busi da diversi anni: ci accomuna la passione per la scrittura, e una certa idea di mondo. Ma Alessandro è anche psicologo – come succede a diversi autori, è un professionista riconosciuto per la propria competenza. Sono quindi molto contento di poter condividere questo suo articolo, che ci aiuta a inquadrare in modo più corretto la nostra situazione attuale.

Il virus e il controllo: quali alternative?
di Alessandro Busi

Siamo circondati da strumenti efficienti: l’auto ci avvisa quando siamo stanchi, la lavatrice ci consiglia quanto detersivo usare – per la nostra pelle e per l’impatto ambientale -, l’orologio ci monitora lo stato di salute cardiaca.
Google ha un progetto ad hoc per la salute che si chiama Google Health e, nella sua presentazione, dice: “Quando hai bisogno di informazioni riguardo alle condizioni mediche, direzioni per l’ospedale più vicino, promemoria per le medicine, o un aiuto per monitorare il progresso del tuo benessere, puoi chiedere a Google. Noi facciamo del nostro meglio per fornirti informazioni utili grazie a Google search, Maps, Assistant, Fit e gli orologi smart WaerOs”[1].
Il progetto è quindi chiaro: riuscire a costruire un sistema in cui la rilevazione del maggior numero possibile dei nostri dati, mescolati con gli oggetti intelligenti – il cosiddetto internet delle cose – sappia dare vita a un sistema sempre più ottimizzato di benessere. In altri termini, il benessere è messo in stretto collegamento con l’efficienza tecnologica.
Proprio questo modello di efficienza quindi non è più solo una questione tecnologica, ma un vero e proprio modo di vivere. Secondo il sociologo Evgeny Morozov[2], ci siamo in qualche misura convinti che l’errore, l’inconveniente, la malattia non siano qualcosa di insito nell’essere umano, qualcosa di connaturato all’agire, ma siano solo frutto di una mancanza di dati: se la macchina avrà più dati, allora sbaglierà meno. Se l’uomo avrà più dati, allora si ammalerà meno, fallirà meno.

Ma veramente possiamo applicare questo ragionamento anche alle persone?

In termini umani, la speranza di evitare gli errori porta con sé un presupposto che è bene esplicitare: che ci sia una strada di vita giusta e una sbagliata. Ma possiamo dividere in modo così netto giusto e sbagliato?
A prescindere, però, dalla risposta che daremmo esplicitamente alla domanda di prima, la risposta convinta e compatta la forniamo ogni giorno nei comportamenti che teniamo e nelle aspettative che abbiamo sul futuro.
Come sostiene Yuval Noah Harari[3], noi ormai ci aspettiamo che ogni problema non sia altro che un intoppo nel percorso ottimale – nuovamente, quale percorso? – che stiamo costruendo verso una vita sana, forte, lontana dalla morte.
Secondo lo storico israeliano, oggi consideriamo quindi anche il nostro corpo come continuamente ottimizzabile, per cui la malattia non è altro che un inghippo, uno sbaglio che deve essere risolvibile; e così la morte.
Ma possiamo veramente pensare di eliminare malattie e morte dal mondo?
Non prevedo il futuro, quindi non provo a rispondere a questa domanda. Quello che mi interessa, però, è vedere in che modo queste domande così apparentemente universali diventano concrete nelle nostre vite di tutti i giorni.
Mettiamole in prima persona e proviamo a rispondere sinceramente:

Che rapporto ho con la malattia?
Che rapporto ho con la morte?

Ognuno di noi esce dalla propria storia e quindi avrà le proprie risposte, ma quello che è certo è che, in termini generali, queste sono domande che tendiamo a evitare e, non potendole cancellare, proviamo a nasconderle: a mitigarne la portata d’ansia, grazie alle auto che ci dicono quanto siamo stanchi; alla lavatrice che pensa alla nostra pelle (e al futuro del mondo); agli orologi che monitorano il nostro flusso sanguigno; a Google che si prenderà cura della nostra salute a multipli di 360°.
Tutto bello, finché succede qualcosa che fa saltare questo banco di controllo: un virus sconosciuto, molto infettivo e sulla cui potenza ancora non si sa abbastanza.
Ah, cazzo. Ma allora? Che si fa? Come è stato possibile? Cosa ci resta in mano se la strada segnata non è più percorribile? Che fine fa la nostra sensazione di controllo del disordine del mondo, quando gli strumenti a cui ci eravamo aggrappati sembrano non funzionare più?
La prima reazione è la paura, e ben venga la paura. La paura ci salva la vita.
Un cane che ha paura delle automobili saprà starne alla larga, ma un cane nel panico, in mezzo al traffico di una statale tenterà di scappare, senza direzione, correrà da una parte all’altra, con la sola speranza che l’oggetto del suo terrore sia più lontano possibile, e così facendo si metterà sempre più in pericolo.
Ed è questo che stiamo facendo anche noi, generando però un circolo paradossale, perché, se sono convinto che più informazioni portino a più controllo, lo dicevamo all’inizio, allora ciò che dovrò fare per controllare questo virus che mi fa paura sarà informarmi, informarmi il più possibile, da tutte le fonti immaginabili; correre da un tg all’altro, da una notizia online all’altra, da un post all’altro, nella sottile e potente speranza di tornare a sentirmi in potere. Solo che così non succede.
E cosa succede?
Partiamo da qui e proviamo a guardare quello che sta succedendo con questo Coronavirus da tre punti di vista – l’informazione, il vissuto personale e le relazioni – e vediamo se ci apre a qualche possibilità nuova.

Informazione paradossale

Nel 1956 Gregory Bateson[4] teorizzò il doppio legame[5].

Il doppio legame, in parole semplici, è una situazione nella quale qualunque cosa fai, sbagli: se sei bello, ti tirano le pietre; se sei brutto, ti tirano le pietre.

In particolare, Bateson e i suoi collaboratori si focalizzarono su quelle che chiamavano comunicazioni paradossali, che stanno alla base del doppio legame.
Un esempio tipico di comunicazione paradossale è “sii spontaneo”: come si fa a essere spontanei, dopo che una persona ti chiede di esserlo? La spontaneità smette costituzionalmente di esistere proprio nel momento in cui aderiamo a una richiesta.
Un altro esempio è quello di un genitore che, abbracciando un figlio, è freddo, distaccato nei modi, ma al contempo continua a dirgli quanto gli voglia bene, quanto lo ami.
Quel figlio si troverà disorientato: mi vuoi bene, o mi vuoi stare lontano? Cosa devo fare?
E così si si troverà dentro un doppio legame: se crede alle parole del genitore, potrebbe abbracciarlo più forte di quanto l’altro voglia, facendolo irrigidire, scappare; ma se sta a distanza, fidandosi di quello che il corpo del genitore gli sta comunicando, allora ne delude le parole, e rischierà di essere incolpato di essere freddo, nonostante le belle parole che gli sono state dette.
Come si fa allora a uscirne?
Un modo per uscirne è metacomunicare, ovvero esplicitare la dissonanza che si sente, ma non è così facile. Il rischio è che l’altro si senta accusato, e poi bisogna fidarsi molto di quello che si prova. Allora, c’è l’altra strada: far saltare il banco, ovvero fare cose bizzarre, da pazzi: per uscire da una condizione vissuta come senza uscita e che si ha la sensazione di non poter comunicare se non con costi relazionali troppo alti[6].
Bene. Guardiamo allora all’informazione sul Coronavirus.
Gli atti, le scelte politiche, il carico informativo[7] sono quelli di chi sta gridando Oddio, moriremo tutti!, ma al contempo le parole dicono Bisogna stare tranquilli, è solo un’influenza un po’ più forte.
Ma come: vengono allestiti ospedali da campo per un’influenza? Si attivano quarantene di migliaia di persone per un’influenza?! Nemmeno il sogno lucido del più grande ipocondriaco del mondo arriverebbe a tanto.
Non è forse un doppio legame a livello nazionale?
E poi: cos’è l’espressione “Niente panico”, pronunciata gridando, se non la sorella del “sii spontaneo”?
Dentro questo elastico di comunicazioni discordanti[8], le persone sentono quindi di essere in pericolo, di non sapere cosa fare e faticano a metacomunicare, quindi provano a viverci: fanno cose bizzarre, fanno i pazzi. E allora le scorte alimentari; e allora l’Amuchina; e allora le mascherine; e allora la sottovalutazione; e allora le teorie del complotto; e allora la vita personale che deve continuare sempre uguale a se stessa; e allora i pestaggi contro chi è ritenuto il colpevole di aver messo noi, esseri umani quasi ottimizzati, in questo casino che ricorda il medioevo più che il futuro.

È un falò di panico e rabbia e negazione che, nel perpetuo tentativo che dicevamo prima di accumulare sempre più informazioni – l’unica strategia che conosciamo per tranquillizzarci – si alimenta fino a diventare l’incendio che vediamo e che siamo.

Non posso essere debolezza

Perché l’incendio non sarà bello, ma almeno è potente. Perché picchiare il cinese non sarà giusto, ma almeno ci penserà due volte prima di venire qui a infettarci. Perché riempirmi la casa di pasta non sarà utile, ma almeno poi posso barricarmi e vaffanculo al virus, al cinese, all’incendio e al mio panico che è solo mio e me lo gestisco io.
George Kelly[9], padre della Psicologia dei Costrutti Personali, nel 1955 costruì una teoria psicologica basata su un postulato e undici corollari[10].
Uno dei corollari cardine è il Corollario della scelta, che recita così: “Una persona sceglie per sé quell’alternativa in un costrutto dicotomizzato per mezzo della quale anticipa la maggiore possibilità di elaborazione del suo sistema”.
Dicendolo in modo meno ostico di Kelly, noi diamo senso al mondo che ci circonda nel tentativo di dare un ordine al disordine degli eventi. Facciamo ciò fin da quando nasciamo, discriminando una cosa dall’altra – la fame dalla sazietà; la luce dal buio; il cane dal gatto; il bianco dal nero; il bello dal brutto – e in questo modo costruiamo il nostro sistema di significati, il nostro modo di vedere il mondo e quindi anche di dargli significato, e quindi di generarlo; in un processo di continuo di cambiamento[11].
Ma a cosa ci serve questo sistema?
Nuovamente a dare senso e a scegliere come comportarci, chi essere. Ovviamente, lui non si riferiva alla scelta solo in termini espliciti – un paio di scarpe o l’altro; un lavoro o l’altro – ma anche e soprattutto in termini impliciti, in termini di tracciatura passo-passo del nostro percorso di vita. E qui sta il Corollario della scelta che possiamo parafrasare così: le scelte di una persona le possiamo capire se le vediamo come generate e generanti il suo sistema di significati, quindi, anche quando qualcuno fa cose che a noi sembrano assurde, tremende, possiamo comprendere le ragioni che lo muovono[12] se ci mettiamo dentro quel complesso sistema di emozioni e costrutti [13] che è la persona stessa.
Torniamo allora all’inizio: nei nostri tempi, l’errore è un inconveniente che non si è evitato per carenze tecniche o di dati; ovvero l’errore è la dimostrazione di una falla del sistema, di una debolezza, da leggere nel costrutto sociale debole VS forte, nel quale noi come società scegliamo di essere forti.
Non parlo solo di forza fisica, ma anche morale.
Dobbiamo essere forti e rinunciare alle comodità per salvare il pianeta! Dobbiamo essere forti e ricacciare indietro gli immigrati! Dobbiamo essere forti e accogliere gli immigrati! Dobbiamo essere forti perché essere forti ci permetterà di controllare tutte le cose e allontanarci dal caos della realtà.
Questo vuol dire che, socialmente, ragioniamo spesso in termini di debolezza VS forza, dove il debole è chi soccombe al caos, mentre il forte è chi lo controlla. Ed entrambi sanno che per essere più forti, bisogna ottimizzare il sistema con le informazioni, accumularne a chili, a giga.
Ma cosa succede se arriva un virus che ci fa sentire deboli e, più ci informiamo, più quello che arriva è la confusione, invece del controllo?
Succede che, siccome sentiamo di non avere alternative all’accumulo di dati, diventiamo falene pazze, che corrono verso la luce, fregandocene se sia una lucciola, una lampadina o una resistenza che ci strinerà.

Relazione

La malattia è anche relazione.
Il sogno dell’autonomia assoluta, quella dell’umano che non ha nessuno accanto a lui, è un’illusione che può stare nella testa solo di chi è sano, non di chi è malato. Chi è malato ha bisogno e questo lo mette inestricabilmente nelle relazioni.
Anche il sano è inestricabilmente nelle relazioni, solo che gli è più facile fingere di non esserlo; perché ci è dentro in un modo strano, quello di chi se ne può privare, qualora parta dalla convinzione che le relazioni siano vincoli che lo frenano nella sua corsa.
E come dargli torto?
Se uno si sente di poter fare tutto, di essere un sistema da ottimizzare, perché mettersi accanto qualcuno?
Semplice: perché qualcuno accanto ce lo ha comunque, solo che finge che non ci sia.

Facciamo un esempio.
Immaginiamo la persona più autonoma che conosciamo, quella che non si fa mai sentire, quella che sta bene da sola e se gli altri non ci sono, pure meglio. Bene. Immaginiamola dentro la sua automobile. Immaginiamo la sua automobile che corre in autostrada, sparata solitaria verso un nuovo obiettivo da raggiungere.
Ce l’abbiamo chiaro?
Ora togliamo dall’automobile tutti i pezzi che non ha montato di sua mano, togliamo l’asfalto che non ha messo in prima persona, leviamole i vestiti che non ha cucito.
Cosa ci resta del nostro esempio massimo di autonomia?
Questa è la miopia del modello di autonomia assoluta che inseguiamo, che si contrappone alla relazione, vissuta invece come debole, perché colma di compromessi[14].
Per quanto, esposta così, con questa consequenzialità retorica, la corsa alla forza e all’autonomia ci possa sembrare discutibile, non possiamo di certo negare di esserci tutti dentro, perché è il modello del Kerouac sulla strada, come del Trump self made man; è il fascino che proviamo per il monaco buddhista che si basta e sopporta il dolore della combustione pacifista e per il neo-yuppie da start up di San Francisco. È il modello di chi adora Che Guevara e di chi meglio un giorno da leoni.
È il modello che viene confermato dal virus, che salta di persona in persona, e infetta, indebolisce, ammazza. Allora cosa fare?
Evitiamo le relazioni! Eccolo il problema. Evitiamo le relazioni, così non saremo né malati, né deboli.
Ma è possibile evitare le relazioni? Evidentemente no, lo dicevamo prima, allora cosa ci resta?
Ci resta da illuderci di poterle evitare e, sempre nel tentativo di salvarci e di essere più forti, ci resta la rabbia verso l’altro che è il debole, il difettoso, l’infetto. Ci resta da chiuderci più che possiamo e, come cani rintanati nel punto più buio della tana, mostrare i denti, nella speranza che l’altro colga la nostra rabbia e la nostra capacità potenziale di ferire e non quanto ce la stiamo facendo sotto.

Controllo VS caos: quale alternativa?

Fino a qui abbiamo raccontato una storia di quello che stiamo vivendo. Questa storia la si può raccontare diversamente? Ci mancherebbe altro, ma questo è un modo e mi pare funzioni: credo possa aiutarci a capire il panico da Covid-19.
Ma lo stesso George Kelly[15] di prima diceva anche un’altra cosa: una teoria è una buona teoria non solo in funzione della sua potenza descrittiva, ma quando è anche generativa, quando apre a nuovi scenari possibili.
Riassumiamo lo scenario attuale.
Viviamo in un mondo per cui è bene essere forti e autonomi, sani, liberi, nel quale gli errori che facciamo sono difetti di un sistema in corso di ottimizzazione, per cui necessitiamo di accumulare dati che ci rendano più precisi. In questo modo otterremo il controllo sperato e saremo ancora più forti, autonimi, sani e liberi di fare qualunque cosa desideriamo.
L’alternativa, infatti, è quella di essere deboli, sopraffatti dagli eventi, costretti nelle relazioni; ugualmente tesi verso l’ottimizzazione, ma falliti nel percorso, quindi in balia del caos.
È in questo mondo di costrutti condivisi che è caduto il virus che non doveva arrivare. In primis, perché pensavamo di conoscere tutto, ed evidentemente, non è così; in secondo luogo, perché ci potrebbe far ammalare, quindi costringerci ai vincoli delle relazioni, alla condizione di debolezza, di mortalità; in terzo luogo, perché manda in tilt il nostro progetto di ottimizzazione, perché nella paradossalità della situazione che stiamo vivendo, più dati corrispondono a più confusione, ma più confusione sappiamo combatterla solo con più dati.
E allora il panico, che corrisponde alla sensazione di fallimento del nostro modo di fronteggiare le crisi e alla contemporanea sensazione di non avere un’alternativa percorribile.
Ma dicevamo: una teoria è utile se è generativa, e generativa lo è se ci permette di costruire alternative possibili.
Ritengo che un’alternativa – una delle, di certo – ci possa essere fra controllo e caos, fra panico e negazione, e credo possa stare nella responsabilità: sentirci in gioco, in prima persona, nel comprendere ciò che stiamo vivendo, come lo stiamo vivendo, che effetto domino personale, relazionale e sociale generiamo con le nostre azioni[16].
Proviamo allora a fermarci e prendiamoci il tempo per porci delle domande. Per esempio: cosa mi sta spaventando? Come sto vivendo questa situazione? Cosa è questa ansia che percepisco?
E poi oltre: cosa sento che dice di me il mio modo di vivere questa crisi? Cosa sento che dice delle mie relazioni?
E poi ancora: cosa vorrei? Cosa spero? Come cambiano le mie aspettative del futuro? E del futuro assieme agli altri?
E infine: bene, ma allora, cosa posso fare di diverso rispetto a quello che ho fatto fino a ora?
E infine: bene, ma allora, cosa possiamo fare di diverso rispetto a quello che abbiamo fatto fino a ora?

Immagino l’amaro in bocca di chi vede che mancano poche righe alla fine dell’articolo e non trova le risposte alle tante domande che ho proposto, ma sono convinto di non essere io a poterle dare, mentre esserci fermati per farcele, quelle domande, è già qualcosa di nuovo. Poi, spetta a ognuno metterci mano, da solo o in compagnia, per generare qualcosa di nuovo nella nostra vita, nelle nostre relazioni, nel rapporto fra forza e debolezza, fra chi sentiamo di essere e di chi vorremmo essere, fra noi e gli altri e, quindi, nel nostro vivere sociale, in cui siamo volenti o nolenti inseriti, di cui siamo volenti o nolenti responsabili.


 

[1] La presentazione di Google Health è qui: https://health.google/

[2] Qui mi riferisco a Internet non salverà il mondo. Perché non dobbiamo credere a chi pensa che la Rete possa risolvere ogni problema, Mondadori, 2014. Consiglio però la lettura anche del resto di Morozov.

[3] Qui mi riferisco a Homo Deus. Breve storia del futuro, Bompiani, 2017

[4] Mi piacerebbe scrivere di Bateson il titolo di riferimento, ma sarebbe troppo riduttivo. Era antropologo? Era psicologo? Era sociologo?

[5] La trattazione che farò qui del doppio legame sarà un assaggio che non ha la mira di essere esaustiva di una delle teorie più deflagranti nella storia della psicologia. Chi fosse interessato ad approfondire, qui trovate la teoria originale, oltre a incontrare il resto del pensiero di Bateson: G. Bateson. Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi, 1972

[6] Come sopra, per approfondire: Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio, 1971

[7] La quantità di informazioni è uno dei nodi del momento, ma le informazioni non sono solo mole, sono anche contenuto, e il contenuto crea scenari. Non possiamo non notare che in Italia si è privilegiata fin da subito un’informazione numerica (contagiati, morti, guariti, numero di test…) rispetto a un’informazione esplicativa (Es. cosa è un virus? Qual è la differenza fra virus e battere?). Questo modo di raccontare ha veicolato l’attenzione sulla catastrofe imminente, piuttosto che sulla possibilità di comprendere l’evento in cui siamo inseriti. D’altro canto, ci sono dei lodevoli tentativi di fare informazione in modo diverso, ma la quantità dei contenuti li fa spesso perdere nel rumore bianco nel quale siamo immersi (che anche questo articolo corra lo stesso rischio?).

[8] L’ultima dissonanza, in termini di tempo, è stata la richiesta di alcune Regioni di riaprire tutto dopo una settimana come se le comunicazioni fatte fino al giorno prima non esistessero più, chiedendo quindi alle persone: “dimenticate”. Ennesima comunicazione paradossale.

[9] Come nel caso di Bateson, ridurre Kelly a psicologo sarebbe ingiusto, quindi lascio anche lui senza titolo, anche se mi focalizzo sul suo contributo proprio al mondo psicologico.

[10] Per approfondire, il libro di riferimento è La psicologia dei costrutti personali. Teoria e personalità (a cura di M. Castiglioni). Raffaello Cortina, Milano, 2004. Ora, per chi non mastica l’inglese, questa è una discreta lettura, ma è la traduzione di una selezione dei due volumi – quasi tutta dal primo – originali di Kelly. Chi volesse invece incontrare la potenza del pensiero costruttivista in psicologia, il mio personale consiglio è di prendersi qualche mese e buttarsi qui: George A. Kelly, The Psychology of Personal Constructs, Volume 1 e Volume 2, Norton, New York, 1955.

[11] Ogni sistema individuale ha aspetti specifici e aspetti comuni, che sono quelli che condividiamo, per esempio, in termini sociali.

[12] Sia chiaro che qui non c’è dimensione morale, quindi comprensione è altro da giustificazione.

[13] E qui ci sarebbero decine di pagine da scrivere su cosa sia un costrutto. Per farla breve, mi riferisco all’articolo dello psicologo inglese Harry Procter “The construct” (2009). A un certo punto dice così: “Un costrutto è al tempo stesso percettivo, emotivo, legato all’azione, narrativo e di certo personale”. In altri termini, un costrutto è l’unità minima di discriminazione attraverso il quale noi conosciamo, è il coronavirus distinto dall’influenza, con tutto ciò che significa per me, con tutte le emozioni che mi genera, con le azioni che comporta questa distinzione, con la storia a cui dà il la, con le più intime implicazioni che mi richiama. L’articolo è consultabile qui: https://www.academia.edu/540454/The_Construct_2009_

[14] Proviamo a fermarci anche a pensare alla prima sensazione che ci viene leggendo la parola compromesso. Immagino che siano poche le persone che d’istinto la vivono come qualcosa di auspicabile.

[15] Rimando sempre a George A. Kelly, The Psychology of Personal Constructs, Volume 1 e Volume 2, Norton, New York, 1955. Siccome sono mille e rotti pagine, questa cosa delle teorie generative la trovate verso l’inizio, anche del volume italiano.

[16] Quella proposta qui è chiaramente una scelta relazionale e quindi etica. Un riferimento che mi ha aiutato in questa riflessione è “Per un’etica esperienziale e non normativa” di Massimo Giliberto e uscito nel numero 5.2 della Rivista Italiana di Costruttivismo. Proprio in questo articolo, l’autore dice che “L’etica ha a che fare con l’altro”. Per chi fosse interessato a leggere l’articolo, sta qui: http://www.rivistacostruttivismo.it/numeri/volume-5-numero-2-2017/5-2-giliberto/. Basta iscriversi gratuitamente alla rivista per leggerlo.


AlessandroBusi

Alessandro Busi è psicologo e psicoterapeuta. Si occupa di clinica, relazioni uomo – nuove tecnologie, narrazioni.

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