Le cose che ci appartengono

Quando si scrive, quando lo si fa con una certa continuità, all’interno di un progetto di ampio respiro capace di abbracciare non un mese o un anno della propria vita ma uno o due decenni, si finisce inevitabilmente per riflettere sulla scrittura, su cosa sia, a cosa serva, ammesso che serva a qualcuno che non sia lo scrittore stesso – sul percorso artistico che si sta seguendo. Esiste una tensione verso il romanzo o il racconto in corso di lavorazione, una forza puntuale, contingente, per certi versi cieca perché esclude molto di ciò che ci sta attorno, e ne esiste un’altra che collega il passato con il futuro, più difficile da comprendere e forse anche da gestire.

maestriluceDa poco ho comprato il libro “I maestri della luce”, una raccolta di interviste a direttori della fotografia, fatte da Dennis Schaeffer e Larry Salvato negli anni ottanta, e pubblicato da poco da minimum fax (traduzione di un team di cinque persone). Non sono un cinefilo in senso stretto: mi incuriosisce vedere come gli artisti raccontano il proprio lavoro. Nel caso di questo libro, parlano quindici direttori della fotografia, quasi tutti con almeno un Oscar alle spalle – persone che hanno dato un contributo fondamentale alla storia del cinema. L’effetto che produce la lettura di queste confessioni, o di queste ricostruzioni della propria storia, del proprio modo di intendere la propria arte, mescola stupore e curiosità. Ricordo che Vincenzo Mantovani, grande traduttore (anche) di Philip Roth, a chi gli chiedeva come riusciva a rendere così bene la prosa degli autori, aveva risposto che quando doveva tradurre una parola che in italiano aveva più corrispondenze, sceglieva sempre la più corta; e quando avevo letto questa rivelazione, non ho potuto non pensare al film Amadeus, dove le scelte operate da questo genio sopra le righe sono spesso distanti dall’immaginario romantico che abbiamo dell’artista in generale, una creatura tormentata che usa l’arte per esprimere la complessità della propria anima; dopo una rappresentazione trionfale di un’opera di Mozart, l’imperatore Giuseppe si sente in dovere di esprimere una critica, come per ribadire il proprio ruolo dominante – ci pensa un po’, chiede un consiglio rapido ai suoi cortigiani, e poi dice “forse ci sono troppe note” e Amadeus, inchinandosi e sorridendo, risponde “se Vostra Altezza vorrà indicarmi quali sono le note in più, sarò lieto di toglierle”. Il paradosso di

giuseppe
Direttore della fotografia: Miroslav Ondrícek

questo scambio di battute, credo apocrifo, sta nel fatto che ogni opera d’arte, specialmente quando è prodotta da un genio, ha una perfezione misteriosa e intoccabile: l’artista sa esattamente quante note vanno messe, anche se talvolta non è consapevole dei motivi che stanno dietro le sue scelte. In qualche libro di Wallace, non so bene quale, si parlava della semplicità con la quale i grandi tennisti hanno eseguito i loro “numeri” più famosi: la pallina era là, l’avversario era in quell’angolo, e c’era un corridoio grande come una strada dalla parte opposta.
Nel libro sui maestri della luce, quasi tutti questi grandi direttori della fotografia riconducono le loro scelte artistiche ad accorgimenti pratici, empirici, euristici; per realizzare quell’atmosfera così particolare di quel film che abbiamo amato tanto, e che non sapremmo descrivere in alcun modo, hanno provato a mettere una lampada in quel punto, aggiungere della gelatina sull’obiettivo, e scegliere un’apertura del diaframma diversa dal solito (sospetto che Bach avrebbe spiegato in modo molto simile il suo lavoro). Quando si scrive, si fa più o meno la stessa cosa: il risultato finale viene raggiunto tramite innumerevoli piccole scelte – il punto di vista, il dominio delle metafore, il variare del ritmo, l’introduzione di un personaggio con determinate caratteristiche. Esiste un’idea vaga, ampia, una visione profonda del mondo, dell’essere umano, dei meccanismi sottostanti le relazioni personali, che diventano concrete riga dopo riga, attraverso artifici retorici e scelte stilistiche.

Ma sto divagando. A pagina 309, Conrad Hall, direttore della fotografia di film come Butch Cassidy, Il maratoneta, A sangue freddo, American Beauty, Road to perdition, inizia a spiegare i motivi per i quali si è preso una pausa dalla sua attività professionale per provare a realizzare dei film (a posteriori, sappiamo che quella pausa durò 11 anni e che non portò, purtroppo, ad alcun risultato: sarebbe bello poter leggere un’intervista in cui lui spiega come si è arreso, se è stata una scelta fatta per disperazione o per convinzione). Le sue considerazioni sono molto interessanti, e mi piace ricopiarle, qui a mano.

All’università, insieme a due amici, avevamo deciso di dare un film ma nessuno dei tre sapeva fare il regista. Così abbiamo scritto “produttore”, “regista” e “direttore della fotografia” su tre pezzetti di carta e io ho pescato quello con su scritto “direttore della fotografia”. Poi quando inizi e diventi bravo, le persone non ti mollano più. E nemmeno tu vuoi più mollare, perché vuoi crescere e vedere fino a che punto puoi arrivare. Finché un bel giorno arrivi a quel punto, ma questo non significa che non puoi fare di meglio. Eppure ti sembra di fare sempre e solo la stessa cosa. Quando ti rendi conto di aver raggiunto un certo livello, è bello provare anche altre cose che ti affascinano. Io ho altri interessi, e voglio mettermi alla prova. Se dovessi scoprire che non sono bravo, che è troppo impegnativo, che non fa per me o che non ho talento o tutte queste cose insieme, sono sicuro che saprò accorgermene e che farò qualcos’altro, oppure tornerò a fare il direttore della fotografia [in effetti, con il senno di poi è andata proprio così]”
Ci sono tanti registi che non hanno più nulla da dire, che hanno perso l’entusiasmo. Fellini faceva bellissimi film, ma per anni non ha fatto niente che fosse degno di nota. Credo che una volta che raggiungi quel livello, non puoi far altro che prendere armi e bagagli e spostarti altrove.
Il problema è che l’uomo può fare un numero limitato di esperienze. Il compito di un buon regista è quello di rendere speciali le cose che già gli appartengono. Per questo, una volta che hai parlato della vita, della morte, dell’amore e di tutte le altre cose che hai da dire e delle cose che conosci o che ti interessano, mi sembra difficile trovarne di nuove. So bene di cosa parlo. Ma se penso al mio desiderio di girare film, sento che non vorrò farne più di quattro. E’ una cosa su cui potrei anche cambiare idea, ma in questo momento di massima produttività della mia vita, ho tempo per circa quattro soggetti interessanti. Voglio parlare dell’amore e della passione, voglio parlare del sesso malato, della morte e della mia famiglia. Vorrei fare un film sulla famiglia, come Amarcord. Forse anche su altre cose, ma questi sono i soggetti che mi affascinano, di cui voglio imparare qualcosa o di cui so già qualcosa.

Qualche riga dopo, Conrad Hall sostiene, confrontando pittura e cinema, che “ogni equazione artistica è diversa”; eppure, di fondo, tutte le arti condividono un’ampia base comune. Credo, ad esempio, che si possa parafrasare senza problemi il brano che ho riportato: “il compito di un buono scrittore è quello di rendere speciali le cose che già gli appartengono”. Come sa chiunque mi conosca, sono serenamente consapevole di non essere un autore di un qualche rilievo nella storia della letteratura italiana contemporanea, o anche solo nel panorama editoriale dei nostri giorni: sono contento di quello che sto facendo, del mio cammino, delle mie esperienze, ma se condivido considerazioni che mi riguardano è solo perché credo che prescindano dal mio valore – e che riguardino, invece, qualsiasi persona che scriva con continuità e con un progetto artistico definito, indipendentemente dai risultati. Il punto è che, arrivato al decimo libro scritto, non posso non guardarmi indietro, capire cosa ho fatto, e provare a ragionare su quali saranno i miei prossimi lavori. Come Conrad Hall, credo anch’io che ogni autore (e anche ogni scienziato, a ben pensarci) parta da un insieme abbastanza limitato di idee ed esperienze che sono solo sue, e che lo rendono l’artista che è – che lo rendono peculiare – e che queste idee ed esperienze, e la visione del mondo che ne deriva, si formino durante i primi venti o trent’anni di vita, e che tutta l’attività di scrittura, che non a caso inizia a diventare seria dopo una certa età (i grandi scrittori giovani si contano sulle dita di una mano), non sia altro che un ritornare su quegli argomenti, una rielaborazione, una progressiva messa a fuoco, fino a quando si raggiunge, usando le parole di Conrad Hall, un certo livello. Se penso, ad esempio, all’opera di Philip Roth, non posso non notare che di fatto gira attorno a tre o quattro temi, composti e ricomposti con strutture sempre diverse: delle variazioni attorno alle poche cose che gli stavano a cuore.

U2_BoyLa particolare equazione artistica del romanzo consente evoluzioni sempre sofisticate. Nella musica leggera, invece, non è affatto così. Mi capita più di qualche volta di pensare agli U2. I primi tre dischi sono l’espressione, primitiva, istintiva, sanguigna, del mondo specifico di quattro irlandesi poco più che ventenni; con il passare del tempo crescono la tecnica, la consapevolezza, i mezzi, la capacità espressiva; esce The unforgettable fire, e poi Joshua Tree, e il loro cammino è di fatto già finito: hanno già detto tutte le cose che gli appartenevano, nel modo migliore possibile. Da quel punto in poi, parte una fase artistica che chiamerei alessandrina. La tecnica prende il sopravvento. Tentano nuove strade, attraverso produzioni sempre più sofisticate. Ma il mondo da cui escono quelle canzoni è cambiato: ora abbiamo dei quarantenni ricchissimi, cosmopoliti, forse cinici, che non condividono niente con i quattro ragazzi che cantavano Gloria. La loro peculiarità è finita, e non è detto che le nuove ispirazioni li rendano speciali. Philip Roth, passati i sessant’anni, trova una strada completamente diversa che gli consente di scrivere due capolavori, Il teatro di Sabbath e Pastorale Americana. Non era affatto scontato che ci sarebbe riuscito: è stato uno dei pochi artisti che ha avuto la fortuna di avere altro da raccontare. eprEinstein pubblicò quattro delle sei cose memorabili che ha prodotto nel 1905, a 26 anni. Possedeva uno sguardo diverso che, applicato alla fisica, gli ha consentito di trovare nuove risposte (e nuove domande); nei cinquant’anni successivi, ha cercato, non so con quanta frustrazione, di trovare un’altra buona idea, senza di fatto riuscirci (la relatività generale è la conclusione di quella ristretta, e il paradosso EPR del 1935, per quanto brillante, non sarebbe mai stato sufficiente per consegnarlo alla storia).

Negli ultimi mesi, mi sono trovato, nel mio piccolo, a pensare a dove mi trovo, in questo preciso momento – in quale fase della mia vita artistica. La tecnica ha già preso il sopravvento sulle cose che voglio raccontare? In quali termini penso a un libro che inizio a scrivere? Fino a che punto i romanzi e le raccolte che ho scritto avevano realmente “qualcosa da dire”? Ce lo avevano sempre? Ho fatto del mio meglio?
Conosco bene il mio mondo: so quali sono le cose che mi appartengono, quali sono le cose che volevo e voglio dire, so quando si sono formate, come si sono evolute… E allora, qual è il mio timore? Che quella spinta si stia in qualche modo esaurendo. Il non essere mai diventato uno scrittore professionista, cioè uno che vive di scrittura, mi consente di poter valutare più serenamente l’eventuale conclusione del mio percorso artistico, o così spero. Ma non è facile valutarsi da soli: valutare il proprio lavoro con le stesse strutture mentali con le quali quel lavoro è stato costruito.
Durante la seconda metà dell’anno scorso ho dovuto lavorare alla riscrittura di un romanzo che presentava numerosi difetti. Nello svolgimento di quell’attività per me nuova – essere l’editor di me stesso – ho scoperto diverse cose sulla scrittura, sulle cose che si possono fare e che io non sapevo di poter fare. Dal punto di vista tecnico, non mi sono mai spinto così avanti; eppure, non sono sicuro che il risultato sia buono: potrebbe essere l’equivalente di The Little Things That Give You Away, una traccia a caso dell’ultimo dimenticabile album degli U2, una cosa a cui non manca nulla, se non la ragione ultima di esistere. Qualcuno l’ha mai sentita? Qualcuno l’ha mai cantata a squarciagola?
Sempre nel corso di quei sei lunghi mesi, dovendo dedicare il mio tempo a un progetto che bloccava la partenza di tutti gli altri, ho avuto modo di pensare ad alcuni soggetti, diciamo così, per nuovi romanzi; ne sono venuti fuori sei, che ho lasciato combattere nella arena della mia testa, un corpo a corpo dal quale ne è uscito chi aveva gli artigli più forti. Di questi soggetti in competizione tra loro, due risalgono, come spunto, a tanti anni fa; un altro, contiene temi e ambientazioni che voglio esplorare da tempo; uno potrebbe essere visto come la chiusura del cerchio di una storia personale iniziata 36 (!) anni fa, un altro come la realizzazione di certe idee con le quali mi balocco, in forma ingenua, dal tempo del liceo, e solo uno, in effetti, non mi appartiene fino in fondo: lo saprei scrivere, saprei come portarlo fino alla fine e in un modo interessante, ma sarebbe, in buona sostanza, un esercizio di stile. La domanda che non posso non pormi è: fino a che punto questi libri, se mai riuscissi a scriverli, aggiungerebbero qualcosa al mio lavoro? Ma ancora di più: sarebbero libri necessari per qualcuno?
Il-padovano-Paolo-Zardi-candidato-al-Premio-Strega-2015Mi capita, più spesso di quanto sarei portato ad aspettarmi, di ricevere complimenti per “XXI secolo”. E’ un romanzo di cinque anni fa, che ho scritto tra il 2013 e il 2014. Dopo quel libro, sono usciti altri tre romanzi, uno dei quali scritto nel 2012; sono contento di tutti e tre, ma che cosa sono, esattamente? Cosa manca a questi libri che “XXI secolo” aveva?  Sono degni di nota, usando le parole di Hall? Dopo il premio Strega mi sono detto che non mi sarei mai fatto condizionare dalle aspettative degli altri – di chi mi aveva letto, di chi mi aveva apprezzato -, e così è stato, e sono felice di questo; però ora mi domando se aver voluto allontanarmi così tanto da qualcosa che in fondo avevo prodotto io, aver voluto prendere le distanze, non sia stata una sorta di forzatura, un modo per eludere il confronto con me stesso; che come il protagonista di Samarcanda, per evitare di farmi condizionare da qualcosa, ho finito per essere profondamente condizionato dal suo contrario.

Tutti questi discorsi sono oziosi se presi alla lettera, se considerati cioè nel loro riferimento alla mia personale, irrilevante esperienza; ma credo che abbiano un valore generale per chiunque si trovi a compiere un percorso artistico. Che la domanda che pone Conrad Hall ce la dovremmo porre un po’ tutti: ho già raggiunto il meglio che potevo? Ho detto tutte le cose che mi appartengono?

 

Una risposta a "Le cose che ci appartengono"

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  1. Grazie per questa profonda analisi, per il valore anche emotivo che trasmette.
    Io considero William Shakespeare il più grande fra tutti coloro che aspirano a scrivere, semplicemente perché esistono tanti autori di un capolavoro, ma quasi nessuno che ha prodotto molteplici capolavori.
    Inoltre Shakespeare possedeva il dono della varietà. E’ riuscito a spaziare dai drammi storici a quelli d’amore. Dal fantasy alla commedia. E scommetto che se avesse conosciuto il genere si sarebbe dato anche alla fantascienza.
    Dico questo perché nell’arte vedo che la maggior parte degli autori sono monotematici. La mia non vuole essere una critica, ma una constatazione. Bene o male si scrivono romanzi con le medesime tematiche. Se mi si chiedesse quale scrittore è stato in grado di passare dal mainstream al giallo, dallo storico alla fantascienza, per non farsi mancare il fantasy o l’avventura, francamente non avrei la risposta.
    In tal senso il mio modello è Kubrick, e qui torniamo al cinema. Lui ha esplorato una molteplicità di generi, perché in fondo, se occorre dedicarsi a una storia bisogna cercare di crearla il più esaustiva possibile. Fatico nel vedere gli scrittori monotematici: solo gialli, solo horror, solo romanzi borghesi.
    Ciascuno di noi è un attimo di luce fra l’immensità di buio del cosmo, possibile che l’interesse di una persona sia così limitato a una tematica soltanto?
    Io ho scritto due gialli, una storia d’amore, sto preparando una trilogia sul futuribile dell’umanità. Ma nel frattempo ho in cantiere una trilogia di fantascienza, un fantasy, thriller, romanzi storici, commedie romantiche.
    Alcuni dicono che non sia possibile padroneggiare tanti generi diversi, e io rispondo: chi se ne frega. Tanto tutti dobbiamo morire. Ma credo che esplorare le molteplici dimensioni della vita stessa filtrata con l’arte, sia una completezza che sento di dover esprimere. Perché poi il punto finale è tutto lì. Perché si scrive? Dopo tanto tempo ho trovato la mia risposta. Sono nato per questo. Sin da ragazzo le storie venivano a me senza che le cercassi. Provare a scriverle è tutto ciò che posso fare per completare il mio cerchio.

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