Come fu che una moglie si ritrovò cognato, di Rina Camporese

Ecco il primo racconto dalla Limerick – e mi piace il fatto che, per una piccola coincidenza, oggi sia il compleanno dell’autrice.
Rina Camporese non è nuova, su questo blog: di suo, avevamo letto questo racconto, a mio parere bellissimo, e altri suoi racconti sono stati pubblicati su riviste online.
Per accompagnare i racconti, mi sono affidato a Christian Baldin, fotografo e amico di lunga data – ci vediamo ogni anno al Salone del Libro di Torino, da undici anni. In questi giorni, sta leggendo i racconti che usciranno per scegliere, dal suo archivio di foto scattate nel corso di vent’anni, una o due immagini che forniscano una diversa chiave di lettura: non didascalie alla storia ma un punto di vista originale. Buona lettura e buona domenica!

 

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Come fu che una moglie si ritrovò cognato
Rina Camporese

Dapprima furono i silenzi. Poi si arrivò ai sorrisi, alcuni taciuti, alcuni non condivisi, altri a forma di séparé ben disteso, da una parte la sua famiglia, dall’altra lei. Infine furono le doppie versioni, una per lei, una per gli altri, nella speranza che lei non venisse a conoscenza di quella per gli altri. Peccato che le versioni alternative siano così prime donne da voler emergere alla luce del sole entrambe. Peccato.
Un giorno a tavola, un tavolo fratino lungo e stretto, prepararono il suo piatto un po’ più in là degli altri, in mezzo ci sarebbe potuto stare un altro coperto, per un commensale fantasma, per una persona legame intermedio tra lei e il resto della sua famiglia: marito e tre figli. Per colmare il vuoto avrebbero potuto invitare la sorella del marito e la moglie avrebbe assunto la distanza di un cognato. Se a sorbire la minestra in quel posto fosse stato il nonno paterno, lei avrebbe figurato come zia. Tanti parenti avrebbe potuto essere, se tutti i coperti fossero stati occupati. Se tra i coperti ci fosse stata continuità, il legame d’affetto con i suoi più cari sarebbe stato mantenuto. Invece c’era un buco, un vuoto, un salto, una distanza. Decise di spostare il piatto e di avvicinarsi a Fede, il piccolino. Lui spostò il tovagliolo dall’altra parte e si mise a fare i ricciolini all’angolo ricamato.

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Da quel giorno, l’unico modo per stare seduta a tavola vicino a qualcuno fu di sedersi per ultima e portarsi il piatto accanto a qualcun altro. E scoprì così di non essere più moglie, di non essere più madre. Si immaginò di essere cognato. Le si dava del tu, non si sarebbe potuto fare altrimenti, era pur sempre di famiglia: non si usa più dare del lei in questi casi. Eppure si dovrebbe, per non creare equivoci: sei un cognato, ti ho acquisito in famiglia, sono contento, ma non sei della mia cerchia stretta, quella che si lancia cuscinate prima di dormire, anche tutte le sere se vuole. Un cognato è come un fratello, si dice a volte, ma, calma, non è un fratello davvero, è un’altra cosa, al massimo può essere “come un” fratello, ma non è “un” fratello. Quattro lettere in meno e cambia tutto. Vanna, la moglie, si sentiva un cognato. Non le si voleva bene fino in fondo come a chi ha condiviso le risate e i pianti più segreti. I segreti condivisi, ecco quello che le mancava di più: la complicità contro chi sta fuori, che stringe le rose in un mazzo con le spine rivolte all’esterno. Si sentiva come una rosa in un vaso per un fiore solo, in bella vista e a debita distanza dagli altri abbracciati a mazzo. Beati, parlottavano tra loro tutti vezzi, risatine e scoppole sulla coppa.
Le chiedevano molte cose. È pronto qui? Ho bisogno di, mi serve lì, abbiamo diritto a, voglio, non voglio, faccio, non faccio. Soprattutto si aspettavano che mettesse fine alle loro liti, risolvesse le loro difficoltà, stendesse tutti i giorni un tappeto di fiori color pesca lungo il corridoio delle relazioni familiari. Non che questi fossero strettamente i compiti di un cognato, ma se proprio doveva stare tra i piedi in casa, almeno si rendesse utile.
Ogni cosa che appoggiava in giro non era mai al suo posto. «Perché è lì quella borsa?» disse suo marito fissando la tracolla nera sul tavolo come se fosse un gigantesco ragno schiacciato, «Non puoi lasciarla lì sopra, ci mangiamo noi lì. Mettila in ingresso.», appunto come si direbbe a un ospite che non sa stare al suo posto.


rinaRina Camporese (autrice) ogni tanto scrive. Le piace e la tortura, un po’ come l’amore si prende gioco di Catullo. Lei non è poetica, è ruspante: da brava padovana appartiene alla specie gallus domesticus. Trattiene il fiato nella città sommersa. Ogni tanto emette piccole bolle per orientarsi verso la superficie, in attesa di poter riemergere.

 

 

Christian Baldin (fotografo)
baldinNato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. 
In qualche social si fa chiamare A Little Come Back

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