Loki, di Gianluigi Bodi

Inizio quasi a perdere il conto… questo è il quinto racconto, giusto? E se non sbaglio, è il primo scritto da un maschio – e che maschio! L’autore è Gianluigi Bodi, un essere umano che, da quello che posso constatare, gode della stima incondizionata di un sacco di persone. Autore di racconti (l’anno scorso ne sono usciti diversi, in rete), fondatore e curatore del sito letterario Senzaudio, curatore di una bella raccolta di autori vari (e tra un po’ ne uscirà un altra, se tutto andrà come deve andare), unisce talento e modestia in uguale misura (e, come sanno tutti, lui è molto modesto, talvolta fino all’autolesionismo). Felice quindi di ospitarlo (per la seconda volta: due anni fa era uscito questo ) con un racconto delicato e toccante (non so perché questa breve introduzione faccia un uso così intenso delle parentesi).
La foto, scattata a Torino nel 2013, è di Christian Baldin, del quale sentiremo, spero a breve, il suo punto di vista. Buona lettura!

Loki
di Gianluigi Bodi

Entro fine settimana devo lasciare libero l’appartamento. C’è ancora molto da fare ma per fortuna il mio ragazzo si è preso qualche giorno di ferie per darmi una mano. “Se non avessi tutte queste scarpe faremmo prima, sei uno stereotipo”. Mi mostra le scatole una a una e mi chiede se le deve buttare. Gliene vedo gettare una nel sacco nero della spazzatura senza chiedermi nulla e penso che ha appena buttato via il motivo per cui sono ancora viva.

Quando mia madre si presentò con la scatola da scarpe ero uscita dall’ospedale da un paio di mesi. Il tentato suicidio di metà giugno aveva messo in chiaro le divergenze tra me e la mia famiglia. Loro volevano che vivessi, io non ero d’accordo. Non aveva fatto altro che piovere da quando ero ritornata e non mi interessava, non uscivo mai di casa. I miei genitori arrivavano la mattina e se ne andavano la sera tardi e quando non c’erano loro l’appartamento era comunque pieno di amici. Riempivano il più possibile gli spazi perché non dovessi rendermi conto di essere sola.
“Che c’è dentro la scatola?”, le chiesi con un filo di voce.
“Un regalo” disse sorridendo. In Tv c’era un fermo immagine di un film che stavo guardando.
“Continui a guardare quei film violenti” mi disse mia madre con un tono di rimprovero e preoccupazione.
Era difficile spiegarle che l’unica ragione per la quale li guardavo era perché mi impedivano di pensare. Non c’è mai sangue.
Mi tese la scatola e vidi che il coperchio era bucherellato. Non pesava molto, ma il peso gravava tutto da un lato. Come se dentro ci fosse qualcosa che era rotolato via. Aprii il coperchio e vidi che all’interno della scatola c’era un coniglio.
“Un coniglio?”
“Un ariete nano.”
Era un piccolo pugnetto di peli grigio antracite. Vedevo il suo petto alzarsi e abbassarsi con affanno, come se avesse appena finito una lunga corsa.
“Come lo chiamiamo?” chiese lei.
Restai immobile a guardarlo, aveva ficcato il muso in uno degli angoli della scatola, la testa rivolta verso il basso, lo sguardo nascosto al mio.
Mi guardai attorno e fermai gli occhi sullo schermo della TV che sfarfallava. Due uomini vestiti in costume si fronteggiavano a colpi di martello e scettro.
“Lo voglio chiamare Loki”.
C’erano stati dei periodi in cui mia madre si fermava a dormire da me. Quando Loki entrò nella mia vita, la presenza dei miei genitori e degli amici divenne meno costante, aumentarono le telefonate. Un distacco programmato. Quando squillava il cellulare, Loki, qualsiasi cosa stesse facendo, faceva scivolare le unghie sul parquet e fuggiva a tutta velocità. Aveva trovato un posto in penombra tra divano e muro. Passava quasi tutta la giornata lì e quando si muoveva lo faceva solo per entrare nella sua gabbia e mangiare.
“L’hai portato a vaccinare?”, chiese una mattina mia madre.
Non lo avevo fatto. Mi sedetti in cucina, davanti alla gabbia di Loki. La paglia era spostata da una parte, in mezzo c’era lui, sembrava che mi guardasse. Era mia responsabilità fare in modo che non gli succedesse nulla, ma non sapevo come fare. Mi infilai una camicia e una giacca, con le maniche mi coprii i polsi. Faceva freddo, l’inverno si stava addensando all’orizzonte e il fatto che ci sarebbe stato di nuovo il sole dopo il buio mi spaventava. Misi Loki in una scatola, presi la metro e scesi in Piazza del Popolo. Il veterinario specializzato in animali esotici mi chiese se Loki avesse un libretto, dove l’avessi comprato, quanti mesi avesse e se ero sicura che non lo avessero già vaccinato. Nello studio faceva caldo, avevo la tentazione di tirarmi su le maniche.
“Non lo so.”
“Non sa quando è nato?”
“Non sapevo servissero le istruzioni.”
Chiamai mia madre, mi disse che era nato il 17 giugno. Aveva poco più di cinque mesi. Non era mai stato vaccinato. Non credeva avesse un libretto.
Il veterinario gli fece il vaccino, mi spiegò come nutrirlo – facendomi capire di aver sempre sbagliato – e mi disse che dovevo tenere sotto controllo le sue feci. Dovevano essere regolari e compatte. “Le feci sono il primo campanello d’allarme”. Mi disse anche che era normale che stesse nascosto per tutto il giorno. “Etologicamente lui sa di essere una preda”. Il cuore che pulsa è la sua paura.
Lo riportai a casa, aprii la scatola e lui corse nel suo rifugio, gli misi del fieno e della verdura. Se doveva rimanere lì tanto valeva che fosse comodo. Al telefono, le prime domande di mia madre riguardavano sempre Loki. Voleva sapere come stava, se cresceva, se era affettuoso. Avrei voluto dirle che il mio coniglio aveva paura, aveva sempre paura. Parlavo di lui anche con lo psichiatra, era felice che avessi qualcuno a cui badare, sembrava mi facesse bene. Quando la sera spegnevo la luce e restavamo al buio usciva dal suo nascondiglio e mi si avvicinava, si faceva accarezzare. Il pelo morbido e lucido mi scaldava dentro. Era confortante avere qualcuno con cui condividere la paura.

Ho detto al mio ragazzo di tirare fuori la scatola che aveva appena buttato. L’ho portata dietro al divano, se ne avrà voglia, Loki ci salterà dentro.


92011794_1101823776863528_2204414281322070016_nGianluigi Bodi (autore) è nato nel 1975 a Jesolo, a ridosso del mare. Ha studiato lingue ed è finito a pagare fatture a Venezia. Nel frattempo si è sposato e ha avuto un figlio portato per la matematica.
Ha sempre pensato che stare in casa non fosse poi tanto male, ma ora forse uscirebbe a fare due passi. Odia l’uso dei paroloni per mascherare il vuoto e l’ottusa ricerca dell’originalità a tutti i costi.
Si deprime facilmente e cura un blog in cui parla di libri che ha chiamato Senzaudio.

 

 


Christian Baldin (fotografo).
Nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce 2019 Somewhere - 20121209_122144 - Progetto Zardi - Pochi Secondi di Andrea Guano - immagine profilo - Ottobre 24perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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