Diciotto pesci, di Sara Gambolati

Dopo la piccola pausa del fine settimana, trascorsa, per la maggior parte del tempo su Zoom, ripartiamo con i racconti dalla libreria Limerick, con la settima proposta. L’autrice di oggi è Sara Gambolati. Chi mi conosce sa, per avermelo sentito dire un sacco di volte, che la considero tra le più bravi scrittrici italiane di racconti: ha un talento naturale, cristallino, che accompagna a consapevolezza, idee, determinazione, lucidità. Se io avessi una casa editrice mia, e fossi sicuro di poterle garantire la giusta visibilità, vorrei che la mia prima uscita fosse una sua raccolta di racconti: si capisce la dimensione della mia stima e ammirazione per la sua scrittura? E una delle prove della lentezza del mondo dell’editoria è che sarei io il primo a farlo! 
(So di avere fama di lettore dal facile entusiasmo, ma si tratta di una leggenda messa in giro dal diabolico Angelo Biasella: qui su Grafemi, ho parlato solo di quattro autori ancora inediti mentre ne scrivevo, e poi tutti pubblicati – Elvis Malaj, Giorgio Specioso, Nicola Pezzoli, Carlo Vanin. Nessuno di loro ha deluso le aspettative. Se ci fosse un editore in ascolto, o un agente, gli consiglierei di mettere subito sotto contratto la Gambolati).
Per chi volesse approfondire, un suo racconto è uscito nella rivista  cartacea effe, sempre lungimirante nella ricerca di talenti. In rete, si trovano parecchi suoi racconti – a me piace particolarmente “La rivoluzione“, uscito su Altri Animali nel 2017.
La foto che accompagna il racconto – un’immagine per me misteriosa! – è di Christian Baldin, del quale presto sentiremo la voce qui su Grafemi.

Diciotto pesci
di Sara Gambolati

La sorella gli sedette davanti con l’acqua e i datteri.
Fammi vedere la lingua, disse piegandosi verso di lui. Si avvicinò anche la minore, molto interessata a esaminargli la bocca.
Sto bene, rispose il giovane scostandole entrambe. I suoi occhi si sforzarono di sorridere ma rimasero immobili come quelli di un pesce.
Sto bene, ripeté e si mise in bocca un dattero per rassicurare le sorelle. Una delle due allungò le mani per stringere la sua.
L’abbiamo mandato a chiamare, disse, ormai sarà per strada.
Si sarà messo subito in cammino, aggiunse l’altra rassicurante, si è sempre occupato di te.
Andavamo a pescare al fiume, disse lui, diciotto, vero?
Avete pescato diciotto e la sera li abbiamo arrostiti e divisi fra di noi.
Voglio andare a pesca.
Ci andrete quando arriva.
Non al fiume, non sono più un bambino.
Mica riusciresti a tirarle su le reti, scappò di dire sorella minore. L’altra la guardò con rimprovero e strinse forte la mano del fratello che le sembrava già un po’ meno calda. Quando arriverà, ci dirà lui cosa fare.
Mi ha guarito dal veleno dello scorpione.
In realtà il giovane non era mai stato punto da uno scorpione, i ricordi ultimamente si mescolavano, se ne fabbricava di nuovi, delirava; quanto agli scorpioni, l’amico gli aveva solo insegnato a catturarli.
Attento, gli aveva detto, che se ti prendono non si può fare niente.
Era sempre stato un bambino sensato e particolarmente alto; adesso si diceva che avesse messo giù la pialla e  andasse in giro a fare il guaritore.
Ti aiuto, disse premurosamente la sorella  piccola che non era mai riuscita a imparare a cucire per bene, i suoi punti erano come una strada per pastori; in compenso era bravissima con la fionda.
Faccio da solo, ma il giovane si lasciò condurre al letto appoggiandosi alla sua spalla.
Arriverà domani? chiese prima di coricarsi. La prospettiva di rivedere l’amico gli allargava il petto della stessa gioia che aveva provato quando avevano contati i pesci. Diciotto! Diciotto pesci lucidi e ancora sbatacchianti sulla sabbia. Li avevano messi tutti in fila e erano rimasti a guardarli accarezzandosi lo stomaco mentre il sole scaldava le loro schiena.
Facciamo il bagno, aveva detto l’amico, poi li puliamo.
Nel fiume si erano lavati i capelli. La luce compattava l’acqua e la trasformava in una specie di strada che correva fin dove si riusciva a vedere.

L’indomani la sorella piccola percorse per tutti i vicoli del paese, col velo scivolato e i capelli sparsi sulle spalle. La gente si affacciava agli usci.
Maria, di già?
Ma Maria non riusciva a fermarsi che per poche parole.
Durante la notte, rispondeva.
Prima che i galli cantassero, il fratello che se la metteva sulle spalle per raccogliere i fichi più in alto era morto. Il fratello che spaccava le noci col palmo della mano. Il fratello che da bambino aveva pescato diciotto pesci. Diciotto! Quel numero magico non era bastato a proteggerlo, né le candele, o le offerte votive, il fratello aveva fatto lo stesso la fine di un pesce stremato nella rete.
A casa le donne stavano tirando fuori le lenzuola di lino e radunando tutte le cose che servivano. Ogni volta che entrava qualcuno la soglia si riempiva di sabbia, era un giorno di vento. Le focacce di grano erano state messe nel forno e la sorella maggiore stava versando il vino nelle brocche quando si fermò facendo ricadere le braccia lungo i fianchi: il fratello piccolo era morto. Il fratello che aveva tenuto in braccio appena nato, i cui piedini stavano tutti interi nella sua bocca, spesso l’aveva nutrito imbevendo uno scampolo di stoffa nel latte di capra e l’aveva sempre massaggiato con l’olio quando al fiume si scottava le spalle. Improvvisamente quei diciotto pesci le sembrarono un bottino così misero che le lacrime le caddero nell’orcio, cosa che non si dovrebbe mai fare se il vino non lo si vuole rovinare.
La sabbia continuava a graffiare le finestre. La luce entrava da sotto le porte.

L’amico arrivò qualche giorno dopo, quando ormai chi era morto era stato seppellito, chi era vivo si affaccendava e i bambini giocavano coi cani lungo le strade. C’era ancora vento e le donne si proteggevano le bocche col velo.
Le focacce erano finite e quando l’amico entrò in casa piegando la testa su una spalla come doveva sempre fare per non prendersi sulla fronte l’architrave, la sorella non poté che constatare fulmineamente che non aveva più niente da offrirgli. La stanchezza non le impedì di sentire rabbia. Gli mostrò il palmo vuoto delle mani e lui la guardò senza capire.
Cosa ti aspettavi? gli chiese.
L’amico continuò a fissarla.
Non lo sai, disse lei un poco ammansita, non l’avevi ancora saputo.
L’avrebbe toccato, da piccolo lo teneva spesso per mano, ma non lo fece.
Due giorni fa, disse volgendogli le spalle.
Lui continuava a stare zitto con quell’espressione assurda.
Ti avevamo chiamato, te lo avevo mandato a dire, stava male! Non c’era mattina che non vomitasse, gli passavo il fazzoletto bagnato ma bruciava di febbre. Saresti dovuto arrivare prima. Come hai potuto lasciarci soli proprio quando avevamo così bisogno di te?
Dov’è? chiese lui ancora incredulo.
Dove vuoi che sia?
Adesso la donna urlava e scagliò un coperchio di terracotta che si sbeccò e finì di rotolare sotto il tavolo.
Quando aggiunse sotto terra lui se ne era già andato con le frange dello scialle al vento. Fuori la gente che era venuta con lui stava scherzando  coi bambini e lanciava il bastone ai cani.
Dov’è? chiese l’amico come se gli altri dovessero essere meglio informati di lui.
Maria lo tirò per la mano.
Maria! chiamò la sorella sull’uscio ma la ragazza non si voltò e tutti, compresi in cani, cominciarono a camminare. Qualche finestra si aperse. Qualcuno sulla porta di casa chiese: ma è proprio lui? Qualcuno scese in strada e li seguì.
Il vento faceva bruciare gli occhi e la gola come quando si è malati e l’uomo andava avanti a capo chino, tenendo la mano di Maria nella sua. Un ragazzino gli saltellava a fianco, leggermente ansimante.
Troppo tardi? continuava a domandare spiandolo preoccupato.
Certe volte è strano, bisbigliò a Maria, ha degli umori, diventa cupo ma nei giorni scorsi era così allegro.
Maria, smarrita, guardava le persone alle loro spalle, diversi erano giovani ma qualcuno decisamente mal ridotto. Un uomo senza gambe, seduto dentro una specie di scudo, si trascinava velocemente con le braccia, un altro aveva gli occhi completamente bianchi. Se i suoi amici erano così, forse l’amico non era proprio un bravo guaritore ma il fratello sarebbe stato così felice di rivederlo che magari la felicità per un giorno l’avrebbe rimesso in piedi per camminare un’ultima volta fino al fiume.
Una volta abbiamo pescato diciotto pesci, stava dicendo l’amico. La strada aveva cominciato a salire e il suo passo stava distanziando tutti, gli storpi per primi.
Li ha catturati lui, io gli avevo solo mostrato come avrebbe potuto fare. Non ti serve rete, niente lancia, usa quello che hai. Non ho niente, mi ha detto. E le tue mani? Ci si è messo a mani nudi e ne ha acchiappati diciotto.
Si fermò per far  riprendere fiato al ragazzino. Se ti dico che saremo alla tomba prima che l’ombra di questi alberi si muova di un dito, tu mi credi?
No.
Male, ma sorrise e gli accarezzò la testa riprendendo a salire.
Ho molta fretta, disse quasi temesse che il morto se ne andasse se tardavano. Ai due scappò una risatina.
Non c’è un niente da ridere, ma rise anche lui e si voltò a controllare che gli altri non se ne fossero tornati in basso. Stavano ancora sorridendo quando si sorpresero tutti e tre di trovarsi già sulla spianata. Rimasero immobili, nel silenzio del vento, la porta del tumulo in pieno sole pesante come se fosse eterna.
L’amico crollò seduto.
Oh no, disse il ragazzino, abbracciandogli le spalle, non fare così.
Cominciò a piangere per primo con le lacrime che bucavano la polvere. Anche l’amico si mise a piangere reggendosi la fronte con la mano.  Le gocce gli finivano impigliate nella barba e il suo pianto divenne presto rauco, sembrava il lamento che a volte si sente nelle stalle assieme allo scalpiccio e al rumore delle briglie. Intanto erano arrivati tutti, l’uomo nello scudo sulle spalle di un altro, occhi bianchi che si teneva alle trecce di una bambina. Tutto il paese, alla fine, gli si era messo dietro e adesso gli si disponeva attorno come se dovessero fare le esequie un’altra volta. Era come se il pianto animale dell’uomo fosse contagioso.
Maria cercò con gli occhi sua sorella.
Il fratello grande era morto per sempre, l’eroe di diciotto pesci a mani nude. Il fratello dell’acqua nei riccioli neri quando si stendeva ad asciugarsi sulla riva del fiume. Che l’aveva aiutata a raccogliere le olive quella volta che la giara si era rovesciata. Che cantava quando era allegro.
Sulla spianata tutti piangevano di nuovo.
L’amico si tirò su. Voglio vederlo, disse.
Maria, il ragazzino e quanti erano più vicini inorridirono.
Ha fatto troppo caldo, disse un vecchio ma lo disse gentilmente perché si dispiaceva per lui. È giusto che lo ricordino com’era non…e si interruppe soffocato da un singhiozzo. Ti prego, gli diceva, non c’è abbastanza strazio? Magari non avresti potuto far niente.
In realtà tutti sarebbero stati curiosi di sapere cosa sarebbe riuscito a combinare se fosse arrivato prima. L’amico si scrollò di dosso il ragazzino e si mosse deciso verso l’ingresso del sepolcro.
Chi mi aiuta? gridò alzando le braccia al cielo.
Una certa agitazione prese tutti. È matto, cominciarono a dire e qualcuno per sicurezza prendeva già in mano le pietre. Matto lo sembrava veramente, con quegli occhi che saettavano su tutti. Maria aveva lasciato che la tenesse per mano. Non era così che se lo ricordava, l’amico del buon senso come lo chiamava la sorella. Era alto, coi capelli chiari che bruciavano di sole e furibondo. Si era messo a spingere da solo la pietra; quella no che non si muoveva di un dito e il sudore gli colava sul naso.
Aiutatelo, disse debolmente una donna prima di essere coperta da un coro del quale non si capiva niente, chi diceva è pazzo, chi disperato, fino a che due dei suoi che sembravano essersi avvicinati per staccarlo da quella maledetta pietra, si misero a spingerla come buoi. I loro piedi slittavano nelle polvere e le maniche erano scese sulle spalle. Lui, sopra di loro spingeva come un matto fino a che a tutti sembrò che la porta del sepolcro fremesse.
Ce la fanno, gridò il vecchio, la spostano.
Un altro gli mise la mano sul braccio per sporgersi in avanti incredulo.
La folla gli si strinse intorno premendo Maria e il ragazzino e alcuni si offrirono di aiutare, altri facevano solo finta, spingendo la schiena di quanti spingevano. Un paio si appesero a un ramo di ulivo per spezzarlo a farne una leva. Di nuovo erano come contagiati e nessuno più pensava alla follia ma solo ad aprire la tomba. Era una specie di frenesia che faceva battere i piedi sollevando la polvere, come se oltre vi fosse l’unica via di fuga da qualcosa di terribile, o magari un tesoro. Era improvvisamente necessario per tutti recuperare il corpo del fratello di Maria e incoronarlo re dei diciotto pesci: erano tutti diventati pazzi. Eppure fino a poco prima si erano comportati come al solito, chi con la pialla, chi piegando il ferro arroventato per ferrare i cavalli, le donne avevano preso l’acqua dal pozzo per lavare le facce ai bambini e i bambini erano corsi in tondo nello spiazzo davanti al tempio come sempre quando c’era vento. Anche il vento era stato fino allora solo vento, e il cielo cielo, gli ulivi le ginestre i frutti del fico, alberi fiori e fichi, fino a che quell’uomo che veniva da un altro villaggio era arrivato attraversando il lago e si era bagnato i piedi saltando giù dalla barca, aveva cominciato a salire la collina.
Dove vai? gridò il ragazzino a Maria; anche se conosceva molti degli uomini che si stavano dannando per spostare il macigno si sentiva sperduto e non sapeva se seguire Maria o rimanere a vedere come finiva. Era l’unico a preoccuparsi di quello che sarebbe successo quando la tomba sarebbe stata espugnata e dentro trovato un cadavere putrefatto? L’energia di quella gente si sarebbe rivolta contro il suo amico, l’avrebbero sbranato.
Aspetta! gridò ma Maria cercava di guadare la folla e tornarsene giù da sua sorella. Il fratello non lo voleva rivedere, era ancora bello quando lo avevano avvolto nel sudario, non sembrava neanche più malato, la morte lo aveva come guarito. Ora lo voleva morto per sempre e, piangendo, dava spallate e spostava pance e stomaci che le sbarravano il passo.
Tutto d’un momento la folla la oltrepassò come un’onda andando a radunarsi a ridosso della tomba e Maria e il ragazzino si trovarono nel vuoto improvviso dell’erta.
Sentirono uno scricchiolio alle loro spalle.
E più nessuno respirò.

La sorella maggiore si era affacciata sulla strada. Solo il vento risuonava mesto contro gli usci che erano stati dimenticati aperti, le stuoie sbattevano, tutto il paese sembrava accorso in cima alla collina dove appena due giorni prima era stato seppellito il fratello. Nessun posto le sembrava ora così lontano ma l’aria tersa le portava le voci della gente. Le sembrava perfino di riconoscere il gridolino di Maria quando si scottava col paiolo e gli uomini che avevano portato sulle spalle il corpo del fratello e la voce, calda dell’amico. Ha pescato diciotto pesci, diceva, a mani nude. La sua voce era la stessa di quando era ragazzo. Si incamminò, sentendo un’inconsolabile nostalgia e il bisogno di essere circondata come lo era stata il giorno del funerale ma la folla stava già ridiscendendo, più rumorosa e frenetica di prima, una cascata. Avevano staccato rami dagli alberi e li andavano sventolando e gridavano e cantavano ciascuno per conto suo. Sembrava la gioia sbandierata che c’è ai matrimoni.
Dov’è Maria? si mise a chiedere a tutti. Avete visto la piccola? Chi sa dov’è?
Tutti rispondevano eccitati e imprecisi facendo comparire e scomparire Maria in ogni dove. Qualcuno disse: è con loro. Un altro, che non conosceva, l’abbracciò sudato com’era. Uno storpio che scivolava su uno scudo era interessato solo a trovare dell’acqua. Lei si piegò sopra di lui: ti do da bere se mi dici che hai visto mia sorella. Lui passò in rassegna tutte le donne che gli sfilavano a  fianco.
Eccola, disse e ricominciò a spingersi con le braccia verso valle.
Né Maria né l’amico sembravano essere in mezzo alla gente e la donna si tirò su la veste e riprese veloce a salire. Quando incrociò la levatrice anche questa l’abbracciò.
Come sono felice Marta, disse.
Dove sono? Non sapeva neanche più chi stesse cercando, sapeva solo che stava tornando sulla tomba del fratello che, avvolto nel sudario, era bello come quando da ragazzo andava al fiume a pescare. Fino a che  non avevano chiuso la tomba aveva avuto la tentazione di andare a sollevare il lenzuolo, sicura che lo avrebbe sentito respirare, illusa che fosse guarito dalla morte.
Ma ecco Maria! In piedi vicino a un ragazzino, tutti e due immobili con gli occhi spalancati. Marta urlò il suo nome, quello del fratello, quello dell’amico del fratello. Affrettò il passò, sentì il cuore spingerle nella gola, la vista offuscarsi.
Nella nebbia del tramonto riuscì ancora a vedere che Maria e il ragazzino rimanevano fermi dov’erano e Maria le faceva cenno di affettarsi e indicava qualcosa, le facce entusiaste di chi ha scoperto qualcosa. Vuole farti una sorpresa. Ha pescato per te diciotto pesci.


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Sara Gambolati (autrice) ha studiato cose che non la interessavano molto e ora lavora nella pubblica amministrazione. Dice  che la parte più interessante del suo lavoro è lo sportello perchè le persone hanno sempre delle storie da raccontarle, alcune volte belle altre no. Lei
poi le scrive, a volte le finisce altre no. Legge molto, ma solo prima di mezzanotte. Bisogna sempre lasciare un po’ di spazio al sogno.


Christian Baldin (fotografo)
Otan odimit e ocincet ni alleuq etrap id Otenev ottaf id aicnivorp, aibben, engapmac e inofelet a ocsid erotanibmoc, len opmet avitloc e anodnabba 2019 Somewhere - 20121209_122144 - Progetto Zardi - Pochi Secondi di Andrea Guano - immagine profilo - Ottobre 24a ùip eserpir al aifargotof emoc enoissap. Olos odnauq, anu anizzod o ùip id inna af, ediced id isrirefsart allen àttic id Onirot, etnemlanif ecsipac éhcrep ilg aiccaip ìsoc otnat e, ottuttarpos, ehc ilg onnarramir erpmes len erouc el inigammi alled aus aicnivorp. Ni ehclauq laicos is af eramaihc A Elttil Emo Kcab.

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