La piscina, di Carmelo Vetrano

Mentre il cielo oggi dà il meglio di sé – un azzurro quasi meridionale, qui a Padova – e un tizio qui sotto taglia i fiori del prato con una falce (dannate metafore), ecco il nono racconto di questa lunga passeggiata che stiamo facendo con la libreria Limerick. L’autore di oggi è Carmelo Vetrano, scrittore consapevole e maturo che ha già pubblicato diversi racconti in rete, e che a mio parere (credo di non essere il solo a pensarla così) è pronto per la pubblicazione.
La foto di copertina è di Christian Baldin.

 

 

La piscina
di Carmelo Vetrano

La sacca con le ciabatte e il costume la teneva sotto al tavolino del bar, non voleva vederla. Dava un morso al panino, allungava una gamba e il piede ci sbatteva contro. Con la punta della scarpa la spingeva più in fondo, come una cosa che non si sa di chi è. Non avrebbe dovuto stare a sentire suo figlio. Marco era passato a trovarlo la settimana prima, un mese che non lo faceva, aveva spalancato la finestra della cucina, buttato una cipolla ammuffita, tolto un fumetto porno dal bagno.
«Devi uscire ogni tanto».
«Vado al bar».
«Potresti andare in piscina, qualche volta».
«Mi vedi, a me, in piscina?»
«La Sardegna non te la puoi più permettere».

Il televisore appeso al muro lo guardava solo lui, a nessuno interessava uno schermo spento. Il cameriere sbagliava le ordinazioni, tornava indietro con le spalle basse e i bicchieri che tremavano sul vassoio. Un paio di tavoli sull’altro lato erano occupati da due coppie giovani, forse arrivate insieme, forse no. Avevano cartine aperte sul tavolo e bicchieri di birra, avevano risate straniere sulle facce. L’affresco della chiesa nuova, sull’altro lato della strada, stava diventando un’attrazione per quelli che si lasciano consigliare dalle guide alternative. Ancora un po’ e quell’affresco sarebbe arrivato anche nelle guide principali. Quando suo figlio era stato a casa sua aveva detto che era un’occasione da sfruttare. Da sfruttare si era detto, pensando a quanto fosse cambiato. Il cameriere indicò il manico della sacca che usciva da sotto il tavolino come una trappola. «È sua?».
Cercò l’indirizzo della piscina sul cellulare, non si era nemmeno mai chiesto dove fosse. Google Maps diceva che si trovava vicino alla zona industriale, prima di una concessionaria, dopo una carrozzeria, a undici minuti di macchina. Sarebbe rimasta aperta fino a tardi, una scusa per rimandare. Il cameriere ora lo guardava dall’alto con la stessa faccia sudata di chi ha una pistola puntata alla schiena. «Prende qualcos’altro?»

Con una mano si riparava gli occhi dal sole, con l’altra reggeva la sacca. La luce si mangiava gli angoli delle case. Uno dei ragazzi che aveva visto prima era uscito dal bar poco dopo di lui e si era avvicinato ai gradini di pietra bianca che salivano fino alla chiesa, una costruzione tozza, con un campanile tozzo, troppo lontano dal cielo. Andò anche lui da quella parte, si mise vicino al turista e guardarono insieme la gradinata che si allargava come il guscio scintillante di una conchiglia. Quella era la parte più ispirata di tutta la costruzione, l’unico dettaglio che prometteva l’esistenza, una volta superato l’ingresso, di qualcosa che va oltre l’edilizia. Il ragazzo gli sorrise. Doveva avere l’età di suo figlio. Forse uno, due anni in più. Si vestiva anche come lui, bermuda, zaino, scarpe sfondate. L’ultima volta suo figlio era arrivato con un pacchetto chiuso da una carta rossa, senza fiocchi o nastri colorati, solo una striscia di scotch per tenere fermo il tutto. «Te lo manda la mamma». Lui aveva tastato la confezione. Morbida, spessa un paio di centimetri, il cellophane sotto che scrocchiava. Non gli era servito aprirla per capire che conteneva mutande. Forse, anche qualche calza. Quando suo figlio si era girato si era premuto il pacchetto sulla guancia.
Il ragazzo se ne tornò indietro e lui rimase da solo a guardare la gradinata, con una sacca che gli tirava il braccio.

Nell’ingresso della piscina si fermò a leggere tutti i cartelli che vedeva, i poster pubblicitari, i biglietti sulla bacheca. Non c’era un prezzo unico, si poteva pagare un ingresso normale, uno completo di ombrellone e sdraio, uno solo sdraio. Solo sdraio andava bene, la ragazza della reception sorrise per la sua scelta. Dallo spogliatoio si accedeva direttamente alle due vasche, una più piccola dell’altra, circondate da un pavimento erboso. Gli alberi vicini al muretto di recinzione creavano un anello d’ombra che si era già riempito di gente. Gli sembravano tutti più giovani di lui. Aprì la sdraio in un punto laterale e assolato. Per dieci minuti rimase con le braccia dietro alla nuca, poi cambiò posizione perché il sole pungeva. Più si spostava, più gli veniva voglia di farlo. Il telo della sedia oscillava sotto al culo, non riusciva a rilassarsi. Aveva scoperto che non gli piaceva stare lì. Andò a sedersi sul bordo della vasca e dopo qualche minuto tornò alla sdraio. Dal borsello prese il cellulare, aprì Internet, digitò il nuovo indirizzo di sua moglie e guardò la mappa. Da dove si trovava ci avrebbe messo ventisei minuti di macchina, era più vicino di quanto immaginava. A piedi, quattro ore e trentadue minuti. Non sapeva niente della sua nuova casa, delle sue nuove abitudini, se continuava a non sopportare le mutande quando dormiva. Chiuse la pagina e per qualche minuto guardò quelli che nuotavano.

Prima di andarsene suo figlio aveva ricordato una vacanza fatta con la famiglia quasi quindici anni prima. Il ricordo aveva a che fare soprattutto con una bambina.
«Come si chiamava?»
«Priscilla».
«Priscilla
Avevano riso.
«In quei giorni però ero triste».
«Per lei?»
«E te n’eri anche accorto».
«Non mi ricor–»
«Mi avevi detto – disse suo figlio imitando la sua voce – Se le permetti di portare via una parte di te non l’avrai più indietro, perché lei abita molto lontano».
«Che stronzata».
«Sì».
«Però ha funzionato».
«No, la parte che mi sono tenuta continuava a stare male».
«Ma è guarita?».
«Non mi sono sentito solo, almeno».
«Non me l’avevi mai detto».

Prese di nuovo il cellulare, impostò la macchina fotografica, scattò una foto e la guardò. Corpi in acqua. Corpi stesi sull’erba. Ombrelloni. Sedie. E i suoi piedi fuori dalla sdraio. Scacciò una mosca dal polso, cercò il nome di suo figlio nella rubrica e caricò la foto. «Aggiungi una didascalia», suggeriva il telefono. Accarezzò lo schermo con il pollice, osservò le bracciate lente di una nuotatrice, si chiese se sarebbe stato disposto a fare quattro ore e trentadue minuti a piedi. Scrisse «Ci sto provando», e premette invio.

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La vetrina della Limerick ai tempi del Covid

carmelovetrano_grafemi_fotoCarmelo Vetrano (autore) è originario di San Pancrazio Salentino, in provincia di Brindisi, ma vive a Verona da quattordici anni. Dall’ appartamento al settimo piano in cui abita potrebbe vedere delle albe bellissime, se solo si svegliasse al momento giusto.
Alcuni suoi racconti sono apparsi su Cadillac, Pastrengo, Reader For Blind, Purpletude.

 

 

 

 


Christian Baldin (fotografo)
Nato tecnico e timido in quella parte di Veneto fatto di telefoni a disco combinatore, campagne, nebbia e provincia, nel tempo abbandona e coltiva a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piimmagine profilo WarHole 03accia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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