Il disertore, di Diego Pulliero

Diego Pulliero, autore del decimo racconto dalla libreria Limerick, è un grande appassionato di storia – e qui sono in dubbio se usare la maiuscola o meno: diciamo che ama osservare come la Storia è diventata storie di persone. Le sue ricerche sul territorio, soprattutto quello della provincia di Padova in cui vive, hanno portato alla pubblicazione di saggi e libri, che poi sono stati portati nelle scuole, e raccontati.
Il racconto di oggi riporta in vita un ricordo che ha potuto ascoltare, legato alla Seconda Guerra Mondiale; da un po’, sto cercando di convincerlo a scrivere un romanzo ambientato nella Padova degli anni Settanta, che lui ha vissuto in prima persona, e spero, prima o poi, di convincerlo.
Prima di passare la voce al suo racconto, però, ho chiesto a Christian Baldin, il fotografo che sta accompagnando con le sue immagini la voce degli autori, di raccontarmi dove sono state scattate le due foto di oggi. Ecco la sua risposta:

Se tu arrivassi a Crea in macchina da via Crea, girassi per via Don Egidio Carraro per arrivare alla ex scuola dove c’è il teatrino Zero e poi decidessi di non fermarti alla recinzione, ma di andare avanti, attraversare i muri della scuola, e passare oltre, ti si aprirebbe la visione dei campi dietro Crea. Continuando ancora per un pochino, arriveresti all’argine del canale. Non so se abbia mai avuto un nome, per me è sempre stato “il canale”. Se lo percorressi lungo l’argine alla tua sinistra, arriveresti prima alla casa colonica abbandonata, e subito dopo al condotto, forse del gas, che lì salta il canale.

Buona lettura!

 

Il disertore
di Diego Pulliero   

Nel piazzale della Castagnara le ombre dei lampioni si allungavano sui marciapiedi nella limpida e fresca sera di primavera. Poco più avanti l’irrequieto Muson si tuffava nel vecchio Brenta che l’attendeva silenzioso.
Lo vidi là, seduto a un tavolo del Bar Novecento con un giovane africano, impegnato in una conversazione dove lui solo teneva banco.
Il giovane lo guardava con gli occhi spalancati e assentiva. Di tanto in tanto toccava con la mano lo zainetto posato ai suoi piedi da cui spuntava un pacco di volantini pubblicitari e guardava il grosso orologio che aveva al polso.
Sul tavolino un calice vuoto, una lattina di birra e un piattino con delle briciole di pane.
Mi avvicinai; lui alzò gli occhi e mi vide.
“Che vuoi?”  m disse sgarbatamente. Poi, come pentito, aggiunse in modo sbrigativo:
“Beh, siediti e prenditi un caffé anche tu. Ma stai zitto; lo vedi che sono impegnato qui con… con… Come hai detto che ti chiami?”
“..”
“Sì, ecco, Maometto. Con Maometto.”
Riprese a parlare con la stessa foga di prima. Raccontava. Raccontava di cose accadute tanti anni prima: della guerra, dei tedeschi, dei partigiani. Ogni tanto si fermava, come assorto, intento a raccogliere i pensieri, i ricordi. Poi raccontava ancora.
“Avevo ventitré anni. Giovane. Ma là il comandante ero io, anche se ero solo il figlio di Batistin, il traghettatore del Brenta. Batistin lo conoscevano tutti all’epoca: quelli che venivano dai campi e quelli che venivano dalla città. Tutti”.
Spiegava che a quel tempo il ponte non c’era e se volevi passare sull’altra riva dovevi prendere il traghetto. Lui, però, faceva il pescatore. Aveva cominciato da bambino, andando sul fiume col padre, poi da solo perché amava quelle acque lente e tranquille; amava le albe fredde, i tramonti rossi che trascoloravano nel buio visti dall’alveo del fiume che solcava la pianura.
Conosceva tutti dalla veneziana Stra a Limena e oltre. Ogni attracco, ogni osteria, ogni casa di campagna vicina agli argini che si alzavano scuri sull’orizzonte. Conosceva la storia di tutti e conosceva le storie che tutti raccontavano. Si fermava a bere un bicchiere di vino e ad ascoltare i vecchi, a parlare coi giovani, a corteggiare le ragazze.
Era alto, forte, deciso; tutte doti utili nella guerra partigiana. Diventare comandante era stato naturale. Prima in montagna, poi, dopo i rastrellamenti del ’44, in pianura.
A fine anno la cattura. Una spiata. Una donna delle case operaie aveva fatto il doppio gioco.
“Nicht bewegen!” – una notte una voce rabbiosa lo aveva strappato al sonno mentre una luce abbagliante feriva i suoi occhi.
“Schnell! Schnell, partigiano!”  aeva abbaiato poi la stessa voce mentre a spintoni lo
caricavano sul camion diretto al comando della “Muti” di Ponte di Brenta.
La condanna a morte era già firmata, ma prima venivano la tortura, le sevizie per farlo parlare. Fin dal primo giorno l’avevano aggredito, pestato, umiliato, ma non aveva aperto bocca. Così, sanguinante e incapace di reggersi in piedi, l’avevano gettato e chiuso a chiave in una baracca che serviva da cella. Il giorno dopo avrebbero ricominciato.
“Sapevo che avrei potuto fuggire solo quella notte”, spiega a Mohamed che continua a far cenno di sì con la testa. “Dopo sarebbe stato troppo tardi; non ne avrei più avuto la forza”.
Il vecchio racconta. Racconta dello sforzo per rimettersi in piedi, del cardine della porta fatto saltare dopo ore di lavoro con un grosso chiodo staccato dalla branda di legno. Racconta della fessura aperta e del dolore atroce che lo lacerava mentre scivolava nel corridoio, con le costole rotte. Del trascinarsi verso il muro di cinta, saltato grazie a un carro dimenticato là vicino. Poi della fuga attraverso i campi scheletrici, col terrore di sentire in lontananza il latrato dei cani mentre l’alba pian piano si alzava gelida sulla galaverna così bianca da sembrare neve. Infine il bussare convulso alla porta della vecchia casa dei Giacon che emergeva sfumata nella nebbia del mattino in Isola di torre.
Non avevano riconosciuto subito quel volto gonfio e sfigurato, ma poi avevano capito tutto. Sapevano chi era, da dove veniva. L’avevano nascosto dove si riparavano i giovani durante i rastrellamenti dei fascisti alla ricerca di renitenti: una piccola camera scavata nel sottosuolo con la botola dell’ingresso coperta da casse di legna.
Racconta il vecchio, sottolineando ogni passaggio con gesti ampi per farsi capire meglio da quel giovane nero che lo guarda senza comprendere. Non poteva capire i giorni di febbre, il delirio, il dolore acuto, la nebbia che solo dopo, pian piano, si sarebbe diradata, lasciando entrare nei suoi occhi, nella sua mente, prima confusi brandelli di realtà, poi la realtà stessa: il ritorno alla vita dopo l’inferno.
“Un mese ci ho messo per rimettermi in piedi”, dice il vecchio. “Un mese nel buio”.
Ma la tempra era forte; la volontà, dopo la cattura, la tortura, si era fatta ferro: spietata e fredda come il desiderio rabbioso di far pagare tutto a quei cani.

2019 Spinea - dsc_6735 - Il disertore - Crea - Marzo xx
Serra i pugni, mentre ricorda i primi contatti coi compagni, il suo ritorno: il ritorno del comandante. Il parabellum di nuovo in mano. I primi colpi ai depositi fascisti per recuperare armi. Gli agguati, gli scontri per rompere l’accerchiamento durante i rastrellamenti. Le rappresaglie sanguinose. Ricorda tutto.
Anche di quando gli hanno portato il disertore tedesco.
“Mi ero fermato ancora dai Giacon quella sera” – spiega – “e arrivano tre dei nostri con un tedesco. Era più giovane di me. Avrà avuto vent’anni al massimo. Era della Wermacht, non delle SS”.
Il vecchio ricorda lo sguardo impaurito con cui il soldato si guardava attorno, soffermandosi però su di lui, come se avesse capito che da quell’uomo alto e deciso dipendeva la sua sorte.
“È un disertore”- gli avevano spiegato – “Non vuole più combattere, non ce la fa più. Ci ha chiesto di portarlo dagli americani”.
Lui lo guarda. Vede quegli occhi azzurri spauriti che gli chiedono pietà. Sanno che le sue parole saranno quelle decisive.
“Lo scambieremo con Aurelio”, dice secco.
Lui non conosce più la pietà o, forse, sa di non poterne avere.
“Ma l’ammazzeranno”, dice il più giovane dei partigiani che l’avevano portato là.
Gli altri due lo guardano, guardano il comandante e abbassano gli occhi.
“Aurelio ha due figli piccoli e la moglie aspetta il terzo” – risponde aspro – “se sarà ancora vivo, lo fucileranno fra due giorni. Andate a chiamare il prete. Farà lui da intermediario”.
Il giovane tace. Non sa più dire nulla. Guarda il disertore. Lui ha capito. Fa di no con la testa. Gli altri gli sono addosso. Lo legano. Lo imbavagliano. Lui fissa i suoi occhi azzurri sul comandante, lo implora.
“Quegli occhi” – dice il vecchio –”me li sento ancora addosso. Li ho sognati e sognati per tutti questi anni. Quegli occhi di animale ferito che non può scappare, che implora muto. Quegli occhi, quegli occhi…”
Scuote la testa. Una lacrima riga il viso del vecchio che l’asciuga col dorso della mano e ora tace.
Mohamed guarda l’orologio, guarda me. Gli faccio segno di sì. Si alza, raccoglie lo zaino e se ne va.
Il vecchio tace ancora. Il suo sguardo è vuoto. Poi si riscuote, mi osserva.
“Chi sei?” chiede.
“Sono Franco. Vieni”, gli dico. “A casa sono in pensiero”.
Il vecchio, docile, lascia che lo prenda sottobraccio. Mentre ci avviamo borbotta tra sé.
“Avevo ventitré anni; ero il comandante… Ero il comandante…”


ImmagineDiego Pulliero (autore) insegna lettere nella scuola secondaria di primo grado. Da diversi anni si occupa di storia locale, pubblicando saggi e documentari, curando mostre. Effettua inoltre incontri pubblici con presentazione di materiali storici e proiezione di immagini.
Da sempre coltiva la passione della scrittura a cui si dedica con impegno crescente.


immagine profilo WarHole 02

Christian Baldin (fotografo)
Nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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