Il pacco, di Giuseppe Capurso

Venerdì di Pasqua (spero che ieri sera, a cena, siate rimasti leggeri…), un giorno che in questo periodo assume un significato non solo per chi ci crede: la storia del figlio di Dio ucciso dagli uomini è un’idea che gira per la testa delle persone da migliaia di anni, e qualcosa vorrà pur dire.
La proposta di oggi, l’undicesima, è di Giuseppe Capurso, probabilmente il nostro autore più brillante e divertente, e forse anche tra i più eclettici. Generalmente scrive racconti “che fanno ridere” (ne aveva letto uno, alla Limerick, che ci aveva fatto, come si dice in Veneto,
imboressare); questo sembra più serio, ma per me, sotto sotto, quella voglia di prenderci amabilmente in giro è rimasta.
L’immagine che accompagna il racconto è di Christian Baldin, di cui oggi non viene riportata la biografia, che si trova sotto a tutti gli altri racconti, ma solo una foto in formato gigante. Buona lettura e buona Pasqua – noi torniamo martedì!

Il pacco
di Giuseppe Capurso

Sara aprì la porta senza chiedere chi fosse, e l’uomo entrò come se sapesse che lei lo stava aspettando. I due si guardarono e non dissero una parola. L’uomo lasciò la scatola di cartone sul parquet del tinello, che serviva anche da ingresso, fece firmare la ricevuta e se ne andò, con la stessa indolenza con la quale era arrivato, chiudendosi rumorosamente la porta alle spalle.
«Chi è?»
«Nessuno. Solo il postino che ha lasciato un pacco.»
La voce, che le troppe sigarette avevano reso aspra, arrivava dalla camera da letto. Franco si affacciò alla cucina mentre stava terminando di abbottonarsi i pantaloni, prese un pezzo di pane del giorno prima dal cestino sul tavolo e, sedendosi sulla sedia a capotavola, iniziò a mangiarlo. «Ecco le scarpe. A che ora torni stasera?» Continuando a masticare Franco mugugnò qualcosa, si allacciò le scarpe, si alzò, bevve il caffè che Sara gli aveva messo sul tavolo, schivò il pacco sul pavimento, si mise la giacca in jeans, accese una sigaretta e uscì.
Sara raccolse con scopa e paletta le briciole che suo fratello aveva lasciato per terra, lavò la tazzina, l’asciugò e poi andò in bagno a pettinarsi, si mise una giacca di panno verde e uscì di casa anche lei.
Per cena Sara aveva preparato un arrosto di vitello. Quando Franco tornò a casa non disse nulla. Si sedette a tavola, si riempì il bicchiere di vino e lo trangugiò silenziosamente tutto in un sorso aspettando che la sorella gli riempisse il piatto.
«Non puoi continuare a vivere in questa maniera».
Lui si riempì nuovamente il bicchiere cercando di ignorarla. Allora Sara spostò rumorosamente una sedia e si sedette al suo fianco sporgendosi per farsi guardare bene in faccia.
«Quindi? Non hai niente da dire?»
Franco provò a sfuggire di nuovo lo sguardo della sorella, ma lei gli ghermì, stringendolo con tre dita, il mento e lo costrinse a guardarla negli occhi.
«Cosa vuoi da me? Dammi ancora un paio di giorni e me ne vado».
«Io non voglio che tu te ne vada. Voglio solo capire cosa hai intenzione di fare della tua vita».
Lacrime ormai dimenticate inumidirono gli occhi di Franco. Sara gli liberò il viso, si alzò e gli mise sul piatto due fette di arrosto e del purè.

La mattina dopo, mentre Sara stava pulendo con l’aspirapolvere il pavimento di casa, squillò il telefono. Era il capo di Franco. Non si era presentato in officina e non riusciva a chiamarlo perché aveva il telefono spento. «Sì. Scusi. Questa notte Franco è stato male. Aveva la febbre alta, gli ho dato un antipiretico e ora sta dormendo». Terminata la telefonata Sara infilò le scarpe, la giacca verde, evitò il pacco ancora per terra e uscì di casa.
Quella notte Sara aveva fatto un sogno strano. Aveva sognato che stava nevicando, lei camminava per strada e faceva un gran freddo. Arrivata a casa si spogliò completamente e, abbandonati disordinatamente gli abiti sul pavimento del bagno, si buttò sotto la doccia bollente. Dietro la tendina di plastica a fiori, che faceva della vasca da bagno una doccia, c’era così tanto vapore che non riusciva nemmeno a vedersi e fu così che si accorse di essere diventata completamente verde solo quando riuscì a vedersi dopo che, con la mano, tolse il vapore dallo specchio del bagno. Provò a levare quel colore dai capelli e dalla pelle strofinandosi rabbiosamente con l’asciugamano ma non ci riuscì. Rassegnata, si vestì in tutta fretta. Fuori nevicava ancora, le strade del quartiere erano completamente ricoperte di neve e lei, imbacuccata per non prendere freddo e per nascondere il suo colore, andò in farmacia e lì, nell’inusuale e interminabile coda di persone in attesa del farmacista, si accorse, dai pochi lembi di pelle che ognuno lasciava intravvedere, che tutti erano colorati, chi di rosa, chi di verde come lei, chi di blu, chi di giallo e quella strana situazione la fece ridere. All’inizio le persone in coda la guardarono con distacco fingendo indifferenza, ma poi si fecero contagiare e si unirono alla sua risata.

Non era la prima volta che Franco non andava al lavoro, e sua sorella sapeva benissimo dove lo avrebbe potuto trovare.
Quella sera Franco andò in camera senza cenare e senza dire una parola. Non aveva fame.
Sara, seduta a tavola con una foto tra le mani, pensò a Franco da piccolo. Era un bambino molto discreto. Quando piangeva lo faceva talmente piano che quasi non lo si sentiva, loro madre diceva sempre che lo faceva per non disturbare. A scuola arrivava alla sufficienza in tutte le materie e lì si fermava, giocava sempre da solo nella sua cameretta e non ha mai avuto amici veri.
Quando l’indomani Sara si svegliò, Franco era uscito di casa da poco. Si sentiva ancora l’odore della sigaretta accesa sulla porta prima di uscire. Dopo aver bevuto il caffè tiepido lasciato dal fratello nella caffettiera, la donna tirò fuori i panni dalla lavatrice, li stese ordinatamente sullo stendino fissato al muro sopra la vasca, lavò il pavimento del bagno, e indossata la giacca verde uscì.
Nel tardo pomeriggio tornò a casa con due pesanti buste di plastica piene di spesa che con un ultimo sforzo appoggiò sul tavolo della cucina. Al supermercato aveva chiacchierato con un piacevole signore di mezza età che vedeva spesso, ma con il quale non aveva mai parlato prima. Lui le raccontò di essere vedovo, di avere due figli, uno di quattordici e uno di sedici anni, e di lavorare in banca. Poi le disse che anche lui l’aveva già notata altre volte mentre facevano la spesa, ma che non aveva mai avuto il coraggio di parlarle prima di allora.
Prima o poi, Sara ne era certa, il cassiere di banca l’avrebbe invitata ad uscire con lui, magari anche solo per un caffè.
Tornata nell’ingresso per appendere la giacca verde all’attaccapanni, si accorse che il pacco sul pavimento non c’era più.
Da quel giorno Sara non ha più rivisto più suo fratello. Nemmeno quando, qualche mese dopo, lo ha cercato per invitarlo al suo matrimonio con l’uomo del supermercato. In realtà lo voleva invitare perché lui era l’unico parente che le era restato, ma non riuscì a trovarlo. Malgrado tutto questo, Sara si è sposata lo stesso.


indexGiuseppe Capurso (autore) scrive per divertirsi e si diverte scrivendo. Scrive racconti per adulti, favole per bambini, lettere e ogni tanto qualche pensiero che qualcuno chiama poesie. Da un paio d’anni frequenta un corso di scrittura creativa che gli ha permesso di mettersi in gioco con diversi stili di scrittura e ciò gli ha permesso di divertirsi ancora di più. Ama cucinare, il cinema, l’arte e leggere. Ha due gatti, Casper e Felix, attualmente a pensione dai nonni.


immagine profilo WarHole 01
Foto gigante di Baldin (per la bio, vedere gli altri racconti)

3 risposte a "Il pacco, di Giuseppe Capurso"

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  1. Salve! Volevo chiedere al Signor Capurso se poi Sara è rimasta verde tutta la vita oppure se in farmacia sono riusciti a individuare il giusto antidoto… Grazie!

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  2. Le sono infinitamente grata per questa risposta signor Giuseppe. Le dirò di più… Secondo me Sara è una donna sexy e anticonformista…

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