Due chiacchiere con Christian Baldin

Prima di procedere con gli ultimi racconti dalla Limerick, ci fermiamo un attimo per scambiare due chiacchiere con Christian Baldin, che, per chi non avesse letto i post precedenti, è il fotografo che ha arricchito le storie dei nostri autori attraverso le immagini pescate dal suo archivio.
Quando ho chiesto a Christian se voleva fornire le sue foto per questa “rassegna” di racconti, gli avevo detto chiaramente che non mi aspettavo delle figure che spiegassero la storia, ma un’alternativa, una suggestione, anche un capovolgimento. Credo che le arti debbano parlare in questo modo: senza mai sovrapporsi.
Credo, quindi, che valga la pena di leggere un punto di vista diverso da quello con il quale noi (che leggiamo e scriviamo, e che mettiamo sempre in primo piano la parola) guardiamo alla comunicazione, .
Buona lettura!

 

Grafemi: Riesci a ricordare la prima volta in cui hai scattato una fotografia?


Christian Baldin: Quand’ero molto piccolo, mio padre aveva una Yashica, di cui ho il ricordo sicuro di un rombo giallo semitrasparente nel mezzo del mirino e una lucina rossa ed una arancione che indicavano la bontà dell’esposizione, ma non ho memoria di nessuna foto scattata da me con quella macchina, devo per forza andare avanti di qualche anno e aspettare di ricevere in regalo per la prima comunione una compatta della Kodak con la pellicola a cartucce, per poter dire che con quella ho iniziato a fare le mie prime foto. E le prime foto erano tutte piene di parenti attorno al tavolo del ristorante, accecati dal flash, fuori fuoco e fuori inquadratura rispetto a quello che diceva il mirino per via della distanza ridotta con cui scattavo.

G: E c’è stato un momento in cui hai capito che fotografare era il modo con il quale volevi esprimere qualcosa di tuo?

Christian Baldin: Per molto tempo la macchina fotografica per me è stata, più che un mezzo espressivo, una sorta di coperta di Linus da portare sempre appresso: ero quello che, nelle compagnie di amici a casa o in vacanza, scattava le foto, spesso fatte per puro divertimento e solo con l’intento di fissare un ricordo, come succede in spiaggia o ai compleanni, e come si trova in gran parte delle immagini caricate nei social, nulla più. Poi, verso i vent’anni, mentre aiutavo degli amici ad organizzare i concerti del martedì in un locale di Marghera, c’è stato bisogno di fare un volantino per pubblicizzare le serate. Una delle cameriere del locale aveva già esperienza di sviluppo e stampa delle foto, una seconda cameriera si propose come modella e tutti assieme iniziammo a pensare a quello che fu il primo progetto fotografico a cui presi parte. Era un salto notevole: avevo appena imparato che potevo dare una direzione alle mie foto e non solo essere la coperta di Linus della mia macchina fotografica, che fino ad allora mi aveva portato in giro con se.

2_200x Marghera - Angelo - foto 1 domanda 2

G: E cosa puoi esprimere, con le fotografie – quale parte di te?

Christian Baldin: Credo ci sia una domanda dentro di me che scatta ogni volta che prendo la macchina in mano: sono in grado di esprimere un’emozione? Sono stato un ragazzino timido e introverso, e ricordo bene che parlare di cose non tangibili come i miei stati d’animo era sempre un’impresa terribilmente titanica. La fotografia non è stata il salvacondotto che mi ha permesso di migliorare in questo senso, prima sono venute le esperienze di vita, cambiare città e fare teatro tra quelle più importanti; fare foto è sempre stata una cosa collaterale, ma al tempo stesso si è trasformata in una cartina tornasole di quello che stavo imparando a fare su altri fronti, quindi, quando prendo in mano la macchina fotografica in mano, mi chiedo sempre se sono quel ragazzino timido di allora oppure no, e la risposta molto spesso è rassicurante.

G: Ci sono dei fotografi, o dei direttori della fotografia, che ti hanno influenzato?

Christian Baldin: In realtà, più che un fotografo, è stata l’opera di uno scrittore ad aver avuto molto peso su quello che faccio ora: la raccolta di articoli di John Berger pubblicati col titolo Sul guardare mi aveva stregato, prima ancora che per le tecniche di ripresa o per le forme della composizione portate avanti dai vari fotografi, per riflettere su come mi approcciassi io alle immagini. Quel testo poi, a ritroso, mi ha fatto capire che delle influenze ci sono state davvero, e per le quali devo ringraziare mio padre che, attorno al 1980, quando ero molto piccolo, aveva comprato a fascicoli l’Enciclopedia Pratica per Fotografare della Fabbri. Dentro, oltre a cose per me all’epoca incomprensibili, ma che avevano comunque lo stesso il fascino di un film di fantascienza, si trovavano servizi fotografici a tema, realizzati con gli scatti di grandi fotografi italiani, come Giacomelli, Scianna, Ghirri o Basilico, per citarne alcuni. Quell’enciclopedia è ancora nella mia libreria, nonostante tutti i traslochi fatti.

4_2009 Torino - _dsc0543 - John Berger - foto 2 domanda 4 - 4_Settembre 15

G: Come scegli un soggetto? Esistono degli elementi che riconosci? In che momento capisci che quel soggetto ha le caratteristiche che ti interessano? Ci sono stati degli scatti “fortunati”, della cui bellezza ti sei reso conto solo dopo?

Christian Baldin: Negli anni credo di aver portato portato a livello cosciente un riflesso condizionato, sicuramente circoscrivibile a qualcosa di Pavloviano per le fascinazioni estetiche: capita spesso che venga catturato da un colpo d’occhio, può essere un oggetto, un paesaggio, la posa di una persona e se purtroppo non ho sempre con me la macchina fotografica, per fortuna riesco a congelarlo con il cellulare, anche se con risultati alterni. L’immagine mi chiama e io ho bisogno di tradurla in una foto, come in preda ad una versione produttiva della sindrome di Stendhal. E’ successo in passato che fossi in intimità con quella che all’epoca era la mia ragazze e rimanessi affascinato dallo spazio bianco del suo décolleté nudo contrapposto alla collana nera che portava addosso e non potessi fare altro che prendere la macchina fotografica per cercare di fissarne il mistero che mi rapiva.
C’è anche un’altra parte di me, diametralmente opposta, che mi guida nel fare le foto, meno compulsiva ma altrettanto forte, ed è, nel ritratto delle persone, il desiderio di riuscire a carpirne le emozioni. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, è vero, ma anche attraverso il corpo si fanno strada tante cose. Ho fatto qualche anno di teatro amatoriale, lì le emozioni veicolano le storie e una foto che veicola una storia è un’immagine potente. Spesso, e tu lo sai bene, questa forma di ricerca la faccio come un ladro cerca di eseguire un furto con destrezza, ma il desiderio è quello di riuscire a non farlo di nascosto, ma parlando con il soggetto; diciamo che ci sto lavorando.

Di foto “fortunate”, scoperte solo dopo, mentre le riguardo a computer, credo di non sbilanciarmi troppo se dico che sono almeno il 70% di quelle che pubblico, se non di più. Ho avuto la fortuna all’inizio degli anni 2000, quando la fotografia digitale aveva iniziato da poco a dar segno di sé, di ospitare un amico inglese che già aveva mosso i suoi primi passi in quella direzione. Il consiglio che mi diede fu quello di non cancellare nessuna foto, ma di fare come se fossero negativi a pellicola, perché sarebbe capitata presto o tardi, l’occasione di ritornarci sopra, e aveva ragione: col tempo e con l’accumularsi dell’esperienza di saper vedere, che oramai sono convinto valga sicuramente come e più di saper scattare bene, anche foto che avevo fatto molti anni fa e che avevo impietosamente scartato ad una prima selezione, sono diventate adesso delle buone foto.

5_foto 3 domanda 5

G: Quanto pesa la sperimentazione, nelle foto che fai?

Christian Baldin: Premesso che non sono un professionista e che considero le mie capacità tecniche abbastanza traballanti, ti direi che considero tutte le mie foto una sperimentazione, ma sarebbe una terribile boutade romantica. In realtà prendo la strada della sperimentazione soprattutto nei forti momenti di noia, quando uso la macchina fotografica come antidoto, assieme agli oggetti che mi trovo a portata di mano, e faccio cose stupide, come dare fuoco a pagine di un vecchio dizionario dentro alla caraffa vuota dell’acqua o chiedere alle amiche di posare quasi nude, protette solo da vecchie lastre al torace e fotografo il tutto per capire che cosa ne potrebbe venire fuori, oppure sperimento in post-produzione: faccio lo scienziato pazzo che prima mescola a casaccio i cursori delle varie regolazioni e poi, con un po’ di gusto personale e maggior criterio, riversa le sue scoperte nelle foto successive.

6_2014 Torino - dsc_8685 - Brucio - foto 4 domanda 6 - Febbraio 04

G: Può esistere un qualche legame tra scrittura e fotografia? Se sì, in che modo possono parlare tra di loro?

Christian Baldin: Sono sempre convinto che nel genere dei paesaggi, la migliore fotografia sia quella scritta: mi sono sempre piaciute le descrizioni accurate che ho trovato nei libri, le ho sempre trovate più fresche e nitide rispetto a qualunque fotografia, forse perché l’accesso all’immagine mentale segue sempre un crescendo: si prende il sentiero buio che inizia con le prime parole e solo alla fine si apre, a mo’ di belvedere, l’intero paesaggio. Nella fotografia è esattamente l’opposto: rimango colpito dal tutto, e poi devo ripercorrere a ritroso il sentiero per cercare i dettagli. Per molti altri generi della fotografia invece, la cosa in comune con la scrittura è sicuramente l’obbligo morale di raccontare delle storie: dove si percepisce una storia in una singola inquadratura, allora quella foto è potente, e saper catturare quella storia fa la differenza tra un grande maestro e un appassionato di fotografia come me.

G: La tua foto più bella? Non vale dire “la prossima”! 🙂

Christian Baldin: Sarei tentato di dire “Quella dopo la prossima!”, per contro, potrei invece dirlo di una foto che non ho più, scattata quando ero ragazzino con una macchinetta automatica, durante le vacanze estive delle medie o forse delle superiori: ero a casa dei miei tra le dolomiti bellunesi e nel pomeriggio aveva piovuto molto, ma aveva smesso poco prima del tramonto del sole, regalando così alla vista un cielo a pecorelle con sfumature dal rosso al blu che non ho più avuto occasione di rivedere. Sia i negativi che le foto stampate sono andati persi, all’epoca ero molto sciatto nel conservare le mie cose, ma se chiudo gli occhi posso rivederla ancora, bella come appena scattata.


baldin

Christian Baldin
(fotografo)
Nato timido e tecnico
in quella parte di Veneto fatto di
provincia,
nebbia,
campagne
e telefoni a disco combinatore,
nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione.
Solo quando,
una dozzina o più di anni fa,
decide di trasferirsi nella città di Torino,
finalmente capisce
perché gli piaccia così tanto
e
soprattutto
che gli rimarranno sempre nel cuore
le immagini della sua provincia.
In qualche social si fa chiamare
A Little Come Back
.

 

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