Allo specchio, di Gianna Pia Tucci

Dopo una breve pausa, riprendono i racconti dalla libreria Limerick – questa quarantena, che è diventata una sessantena e che si avvia a trasformarsi in un’ottantena (io di fatto non esco dal 22 febbraio), ci dà la possibilità di prenderci il tempo giusto per fare le cose bene. In attesa che la libreria Limerick di Padova riapra, ci gustiamo allora i racconti che sono usciti da quel minuscolo spazio caldo (24 metri quadrati!) dove abbiamo avuto la possibilità di parlare per ore e ore.
Il racconto di oggi è di Gianna Pia Tucci, della quale possiamo leggere la breve bio alla fine del racconto; le foto sono di Christian Baldin, che ci sta accompagnando con il suo sguardo in questo percorso (le immagini di questo post sono più straordinarie del solito!). Buona lettura!

ALLO SPECCHIO
di Gianna Pia Tucci

Le doglie iniziarono improvvisamente.
Clara si accorse subito che il parto sarebbe stato diverso dal precedente, tutto si stava muovendo  in modo veloce; le contrazioni, sin dall’inizio, si presentavano molto ravvicinate. La borsa per l’ospedale era pronta da un pezzo con  l’occorrente, era alla sua seconda gravidanza e voleva che tutto fosse pianificato nei particolari. Da qualche giorno sua mamma si era trasferita a casa loro, Giovanni non era entusiasta, i rapporti con la suocera non erano mai stati idilliaci, ma preferì non contrariare Clara. La seconda gravidanza aveva reso la donna  particolarmente nervosa, se possibile ancora più suscettibile; anche nei confronti della piccola Marta appariva meno paziente. Giovanni pensò bene di tralasciare i dissapori con la suocera e per il bene della moglie accettò di accollarsi in casa “nonna Ziza”, così la chiamava Marta. Un nomignolo affettuoso per una donna che affettuosa non era mai stata in vita sua, ma non era quello il momento di polemizzare. Una volta tornati a casa Clara e il bambino, nonna Ziza si sarebbe trattenuta per due settimane, massimo venti giorni. E su questo Giovanni fu irremovibile, era ben consapevole che non avrebbe resistito un giorno in più al cospetto di quella donna invadente e autoritaria. Il tragitto fino all’ospedale era breve, ma a Clara parve eterno, le contrazioni si facevano sempre più dolorose e il rischio di partorire in auto le paralizzava la lingua, cosa insolita per lei solitamente così loquace; Giovanni spinse un po’ l’acceleratore  proprio vicino alle strisce pedonali e per poco non investì un anziano passante, per fortuna riuscì a frenare in tempo, ma l’improvvisa paura ebbe l’effetto di svegliare Clara dal suo torpore.
“Per poco non l’ ammazzavi, pover’uomo! Ho sempre pensato che la tua guida fosse imprudente”.
Giovanni si rassicurò, Clara era tornata se stessa, impulsiva, volubile, a tratti inafferrabile. Insomma, una creatura molto affascinante, molto diversa dalle donne della sua famiglia, dai comportamenti scontati. Lui aveva un debole verso le donne inquiete, persino le continue contraddizioni di Clara gli piacevano, gli pareva di amare così molte donne diverse. Venne visitata d’urgenza e il ginecologo rassicurò entrambi, l’attesa sarebbe stata più lunga del previsto, il parto non era così imminente come Clara aveva pensato, e, in effetti, le contrazioni stavano diminuendo.
“Bene, a questo punto possiamo tornare a casa” disse la donna al medico
“Tutt’altro” rispose lui. “E’ meglio che lei venga ricoverata, per precauzione. Il marito può tornare a casa, lo chiameremo noi se ci saranno novità”.
Ormai era l’imbrunire  e  Clara si apprestò a trascorrere la notte in ospedale. Il reparto della maternità era il più bello dell’ospedale, Clara si stupì di sentirsi felice   circondata da pancioni e fiocchi azzurri o rosa, ma aveva appena depositato la borsa nell’armadietto quando le contrazioni ricominciarono e, questa volta, con grande intensità.
“Portatemi subito in sala parto!”

2011 Cavour - dsc_0242 - Allo specchio - Caleidoscopio - Luglio 01

Un’infermiera alta e massiccia mi fece sedere con energia in una sedia a rotelle e con velocità mi spinse verso l’ascensore, in un tempo molto breve raggiungemmo la sala travaglio. Il medico che mi aveva visitato poco prima mi guardò stupito e trattandomi come una stupida mi ripeté che l’attesa sarebbe stata lunga, avrei dovuto controllare la mia ansia per il bene mio e del bambino. L’infermiera  mi strizzò l’occhio destro con complicità e mi portò in una  spoglia sala d’aspetto; avrei dovuto rimanere lì ed aspettare l’evolversi della situazione. Nella sala  erano presenti altre due donne ormai prossime al parto, erano sedute a fianco al loro compagno, confabulavano animatamente tra loro, compresi che si scambiavano consigli su poppate e svezzamento. Dalla sala d’aspetto ci si poteva dirigere verso la sala travaglio e la sala parto, oppure, attraverso un breve corridoio,  verso la chirurgia pediatrica. Tra una contrazione e l’altra riflettei sulla presenza ravvicinata  della chirurgia pediatrica e della sala parto,  quando improvvisamente incontrai i suoi occhi. Ebbi l’impressione che mi stesse osservando da tempo, aveva lo sguardo preoccupato, quasi assorto in una muta preghiera. A fianco a lei un uomo di circa quarant’anni, forse il marito, anche lui silenzioso, lontano. La donna era vestita di tutto punto, l’unica presenza femminile che non fosse in vestaglia e con il pancione. Mi chiesi chi stettero aspettando,  quando  entrambi si alzarono in piedi di scatto  e si avvicinarono ad un medico corpulento ed al suo assistente. Non potei fare a meno di sentire qualche scorcio della conversazione… dodici anni, intestino, intervento. La conversazione fu breve, i due medici si accomiatarono dalla coppia con parole di conforto e fiducia. Si sedettero di nuovo, lui più spostato verso la finestra, lei nel solito posto, di fronte a me.
L’intensità del suo sguardo smarrito  mi torna spesso alla memoria, come se in quel momento, in quella stanza, stesse passando tutta  la forza di secoli di maternità, da una parte la mia sofferenza ancestrale di chi dà la vita, dall’altra lo sgomento di chi teme di perdere il proprio figlio. La vita e la morte a fianco a noi.
D’un tratto non sentii più nessun dolore , avrei voluto alzarmi ed abbracciarla, provai  una forte empatia verso quella donna sconosciuta , ma non mi mossi e intanto lacrime silenziose le rigavano il viso.

Sono trascorsi più di vent’anni da quel lontano marzo del ’98, il tempo ha offuscato molti ricordi, ma, ad ogni compleanno di mio figlio,  ritorna indelebile la memoria di quella donna , mi ritrovo ad immaginare quale sarà stato il futuro di quel dodicenne e a sperare in una altro incontro fortuito con lei che ci consenta, questa volta, di trasformare quello sguardo muto  in parole.


Gianna Pia TucciGianna Pia Tucci (autrice), partenopea da parte di padre è un esempio imperfetto di connubio  nord-sud. Scrive per  dare sfogo ad uno spirito un po’ folle,  rinchiuso in un involucro di apparente serietà. E’ appassionata di letteratura, storia e cinema (l’ordine è casuale) che propina instancabilmente  ai figli e ad adolescenti recalcitranti. Se volete informazioni sulle biografie di re, regine e favorite, chiedete a lei, ma non fatele capire che vi annoia . In fondo ha un animo sensibile.


Christian Baldin (fotografo)
multibaldinNato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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