Esperienza

Quando è nato il nostro primo figlio, nel 2004, io e mia moglie non avevamo alcuna esperienza in merito: come la stragrande maggioranza dei genitori, ci siamo messi a leggere libri, a chiedere consigli al pediatra, a comprare dispositivi sanitari per pesare i decagrammi, tirare fuori il latte, mantenerlo a una temperatura corretta, e non smettevamo di cercare risposte complicate a un problema relativamente semplice, che è quello di far crescere un cucciolo – un’attività che qualsiasi animale sa fare piuttosto bene, e senza tanti dubbi. Ricordo che un cliente di Belluno che aveva quattro figli, mi aveva detto che il primo lo pesavamo prima e dopo ogni poppata, il secondo una volta al giorno, il terzo una volta alla settimana e l’ultimo, be’, l’ultimo lo guardavano e dicevano: “in effetti sta crescendo”. E quando leggiamo che nel passato gli uomini, prima di morire, davano disposizioni precise ai loro eredi, e avevano il tempo di pronunciare parole memorabili, questo era possibile perché tutti sapevano valutare quando era arrivato il loro momento, avendo visto morire un bel po’ di gente nel corso della loro vita. Come diceva Kinglsey Amis, babbo del mio adorato Martin, “è tutta esperienza, peccato solo che se ne debba fare così tanta”.

In questi giorni ho preso coraggio e mi sono messo a leggere “Spillover” di David Quamman (del quale, per inciso, avevo letto il bellissimo “Alla ricerca del predatore alfa”, ispirazione importante per il mio romanzo “La Passione secondo Matteo”): è un saggio sulla “tracimazione” dei virus da animali all’uomo, la causa che sta sotto la zoonosi. Pubblicato nel 2012, ha vissuto una seconda giovinezza in questi mesi perché in effetti racconta, in dettaglio, e con qualche anno di anticipo, cosa è successo in questo doloroso 2020. Gli argomenti, trattati con un certo talento narrativo, sono tutti molto interessanti e mi sentirei di consigliarlo a chiunque sia curioso. Nel capitolo dedicato all’Ebola, uno dei virus più letali e misteriosi tra quelli recenti, si racconta di come i villaggi dell’Africa equatoriale reagivano alle epidemie. Una volta accertata la presenza di una malattia…

le pratiche [….] prevedevano una serie di azioni specifiche, alcune delle quali efficaci nel controllo del contagio, che fosse causato da un virus o da uno spirito. Ad esempio, era imposto l’isolamento dei pazienti in una casa speciale e distinta dalle altre; i guariti (nel caso ce ne fossero) dovevano curare gli ammalati; gli spostamenti tra un villaggio colpito e gli altri erano limitati; non si dovevano avere contatti sessuali con i contagiati; era proibito nutrirsi di carne putrefatta o affumicata; erano sospese le tradizionali pratiche funebri, in cui il cadavere era esposto all’omaggio di amici e parenti, che facevano la file per toccarlo l’ultima volta. Pure le danze erano proibite. [..]

<<Questa gente ha molto da insegnarci>> mi disse un giorni Hewlett durante un incontro in Gabon <<circa il modo in cui ha reagito alle crisi nel corso del tempo>>. A suo avviso, le società moderne hanno perso un patrimonio di conoscenza condivise, acquisite lentamente e per tentativi ed errori. Oggi dipendiamo totalmente da medici e scienziati [..] <<Sentiamo cosa hanno da dirci le popolazioni locali. Guardiamo come agiscono. Dopo tutto, hanno convissuto con le malattie per lungo tempo>>.” [pag. 93].

Non credo che al mondo ci siano persone abbastanza vecchie da ricordare importanti epidemie del passato – non parlo solo della famosa spagnola, ma anche di difterite, tifo, colera. Forse qualcuno (tra i quali Philip Roth, che era del 1933) ha fatto in tempo a vedere e assimilare qualcosa dall’esplosione della poliomielite degli anni quaranta e cinquanta. In ogni caso, esattamente come succede quando ti nasce un figlio, o quando stai così male da domandarti se non sarebbe il caso di fare testamento e non sai darti alcuna risposta, non abbiamo alcuna esperienza in merito, e ci affidiamo, per disperazione, io credo, ai medici (e questo va bene, in linea generale), ai siti internet, alle catene di Whatsapp con i loro rimedi senza senso (anche a voi hanno detto che è sufficiente mangiare un po’ di zenzero?), alle notizie senza controllo, e ai politici. Quando era nato Jurij, esistevano libri che dicevano di dargli da mangiare a orari regolari, e altri che dicevano di assecondare i suoi ritmi. Bouvard e Pecuchet, i tragicomici personaggi dell’ultimo libro, uscito postumo, di Flaubert, mandano in rovina un’azienda agricola perché, privi di esperienza diretta (avevano passato la vita a fare i contabili), si affidano ai manuali di agraria, traendone informazioni del tutto contradditorie. Con quale criterio possiamo valutare se è meglio l’immunità di gregge o il contenimento della diffusione?
Abbiamo passato mesi alla ricerca di indicazioni, e non ci è mai venuto in mente di alzare la testa dallo schermo e guardarci intorno, e provare a capire con un po’ di buonsenso, di cosa c’era bisogno.
Tutte le regole che il governo e le regioni hanno imposto sono risposte stupide a domande ancora più stupide. Se ci fosse stata un’esperienza condivisa, sarebbe stato sufficiente dire: “cittadini, gira un virus ad elevata mortalità [elevata per i nostri standard, ca va sans dire] che si trasmette per via aerea: vedete un po’ voi”. Le autocertificazioni, le indicazioni sulle distanze – quei numeri magici che ho letto in sito americano: a 1.80 metri per un massimo di 6 secondi -, il grado di parentela (la figlia di mia cugina in che relazione sta con i miei figli?), i 200 metri, l’obbligo della mascherina: le abbiamo chieste noi, le abbiamo disperatamente e inconsapevolmente volute noi, a causa della nostra incolpevole ignoranza; totalmente privi di esperienza personale, abbiamo sentito la necessità che tutto quello che girava attorno al virus assomigliasse al mondo che già conosciamo, fatto di verbali, certificati, posologie, date sul calendario., prescrizioni, bollettini quotidiani, grafici, tamponi, curve gaussiane, decreti, discussioni sui social, avvocati, impugnazioni, hashtag, cure sperimentali, il numero massimo di persone per aperitivo.
La verità è più semplice: si doveva stare a casa perché è così che si fa in questi casi; si doveva ridurre il numero dei contatti diretti ed evitare gli spostamenti che avrebbero ampliato il raggio di azione, come sanno le popolazioni che convivono con malattie che si trasmettono da uomo a uomo; e ci sarebbe sembrato naturale tenere i bambini e gli anziani a casa, perché, con l’esperienza che non abbiamo mai fatto, avremmo saputo che sono i più fragili, i primi a soccombere. Le scuole, i funerali, le messe, le danze, le partite di calcio, le cene, le feste… Ecco, sarebbe stato bello che nessuno fosse stato costretto a vietarle. Ma ci mancava l’esperienza; mancava l’esperienza anche ai politici, eletti per tutt’altri motivi, e sulla base di considerazioni molto diverse. Vi sarebbe mai venuto in mente di affidare la vostra vita ad Attilio Fontana, due o tre anni fa? Lo rifareste?
Conclusioni? Nessuna. Forse, abbiamo imparato qualcosa; forse, come al quarto figlio del cliente di Belluno, siamo in grado di valutare a occhio le circostanze. Vediamo se al prossimo giro sarà sufficiente dire: “ehi, ragazzi, è come quello dell’altra volta, sapete già cosa bisogna fare”.
(un PS curioso: la prima edizione di “Spillover”, sempre di Adelphi, riportava in copertina una scimmia; in quella uscita a febbraio, c’è un pipistrello – averlo scoperto è stata una piccola delusione)

2 Comments

  1. Sono d’accordo con te: mancava l’esperienza, quella sorta di memoria che lascia una cicatrice sulla pelle. E condivido anche il forse scritto nella conclusione. Spesso penso che siamo troppo egocentrici, tutto ruota attorno al nostro piccolo mondo e non pensiamo che un battito d’ali, in un altro Paese, possa giungere qui come una bufera, perché è questo non ricordiamo, che siamo tutti connessi (e l’esserlo virtualmente ci fa scordare d’esserlo veramente!)

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  2. diciamo pure che in mancanza dell’una, subentra l’altra. e comunque non è stato dappertutto così. in Germania, per esempio, non hanno dato divieti assoluti ma è (forse) bastato un forte senso di autodisciplina. che poi pure sul senso di autodisciplina degli amici tedeschi ci sarebbe molto da parlare, ma si andrebbe a finire fuori tema. che bello andare fuori tema.

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