Due chiacchiere con la Limerick

Durante questi mesi di lockdown, di clausura forzata, qui su Grafemi ci siamo fatti accompagnare dai “Racconti dalla libreria Limerick”, storie scritte da un gruppo di persone che nel corso dei due anni precedenti avevano condiviso idee ed esperienze nel piccolo spazio della libreria.
Adesso, è arrivato il momento di sentire le voci delle due libraie, Grazia Raimondo e Marta Bracciale, che nel novembre del 2015 hanno deciso di aprire una libreria – un azzardo che però, leggendo il loro punto di vista, ci sembrerà meno imprudente. In questo scambio di battute, si parla di molte cose: c’è il legame della libreria con il quartiere nel quale vive (e nel quale vivo io, per inciso), una relazione che ha caratterizzato la Limerick fin dall’inizio; il tema della concorrenza tra le librerie “fisiche” e le grandi aziende di distribuzione; e anche il percorso che è stato fatto per concretizzare un sogno.

In mezzo a questa narrazione, ci sono due punti che ci tengo a evidenziare. Il primo è una frase di Grazia:
La mia vita lavorativa era piuttosto precaria e dovevo continuamente inventarmi qualcosa per campare. Passare ad una precarietà indipendente mi sembrava già un netto miglioramento.

E’ lo stesso ragionamento fatto da Coscioni e Biasella quando hanno deciso di fondare la Neo Edizioni: in un mondo lavorativo che non offre certezze, è più naturale rischiare qualcosa per raggiungere un obiettivo al quale, forse, in altre circostanze, si avrebbe rinunciato per un sano pragmatismo.
Il secondo punto è una considerazione di Marta su Amazon:
Ci viene spesso chiesto cosa pensiamo di Amazon e della concorrenza con le librerie indipendenti e nel tempo sono arrivata a una conclusione che riassumerò citando un grandissimo film: “non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport”

Infine, segnalo che nella chiacchierata c’è un’anticipazione: sabato 6 giugno, cioè domani, succederà qualcosa di speciale alla Limerick – una sorpresa!

BUONA LETTURA!

Grafemi: Come nasce l’idea di aprire una libreria? Chi, tra voi due, ha fatto il primo passo? 

Grazia Raimondo

Grazia Raimondo: Aprire una libreria-caffetteria era una carta nel mazzo dei miei futuri sognati. 
Dico “uno dei” perché ce n’erano altri – alcuni più rocamboleschi – dico “futuri sognati” e non “futuri possibili” perché queste mie proiezioni mentali erano fatte per sognare, non avevano la minima aderenza con la realtà e non ci facevano nemmeno i conti.
Non ricordo il momento in cui io e Marta ne abbiamo parlato la prima volta, certamente scoprire che quella carta somigliava a qualcosa di sognato da una persona a cui volevo bene e che stimavo tanto l’ha fatta emergere dal mazzo e le ha dato corpo.
Siamo passate dalle fantasticherie ai giornali immobiliari, finché una mattina di punto in bianco sono andata a vedere un negozio sfitto. A quel punto abbiamo iniziato a pensarci concretamente.
Ci siamo iscritte ad un corso per StartUp innovative con una faccia abbastanza tosta da presentare come innovativa l’idea di aprire una libreria, infatti ci hanno prese.
Abbiamo anche “testato” la nostra capacità di destreggiarci nell’editoria grazie al Trentino Book Festival, di cui abbiamo curato rifornimento e allestimento nell’estate del 2015.
La mia vita lavorativa era piuttosto precaria e dovevo continuamente inventarmi qualcosa per campare. Passare ad una precarietà indipendente mi sembrava già un netto miglioramento, in più ero allenata. 

Marta Bracciale: Quando ero piccola, da grande volevo fare, nell’ordine: la parrucchiera, nonna Papera, la scrittrice, l’astronoma. Quando sono diventata grande, ho studiato comunicazione e ho fatto diversi lavori in questo settore, soprattutto in campo ambientale, ma dentro di me avevo sempre il sogno di “cosa fare da grande” e questo sogno era aprire una libreria. Ai tempi dell’università, io e Grazia eravamo compagne di corso e coinquiline; non ricordo il momento preciso in cui abbiamo parlato per la prima volta di aprire una libreria, ma ricordo il quaderno in cui collezionavamo idee, spunti, ritagli di giornale a tema con il nostro sogno di aprire un caffè letterario. Una sorta di “Pinterest analogico” in cui tenere traccia di tutto quello che poteva tornare utile per rendere questo sogno concreto. Dico sempre che è stata Grazia secondo me, a fare davvero il primo passo, spostando questa idea dal mondo platonico a quello reale. Un giorno è andata a vedere un negozio sfitto all’Arcella e mi ha mandato delle fotografie, creando poco dopo un gruppo Facebook privato, si chiamava “Operazione libreria”, dove abbiamo iniziato a condividere informazioni e documenti utili. Per me è stato quello l’inizio di tutto, della nostra missione segreta, era il 25 ottobre 2013.

Marta Bracciale (foto di Giorgia Salinitro)

Mi interessa capire come sono andate concretamente le cose: come avete trovato il locale? C’erano altri candidati o siete andate a colpo sicuro?

Grazia: Io avevo più tempo per bighellonare nel quartiere e aggiornavo Marta con i bollettini delle mie ricognizioni. Nel 2014-2015 l’Arcella era decisamente più sfitta di oggi e dopo quel primo negozio vuoto ne abbiamo visti molti altri. I tratti tipici di questi luoghi erano: pessime condizioni, nessuna traccia di manutenzione da decenni, la pretesa di affitti di locazione altissimi e la rievocazione sistematica del vecchio conio.
Il posticino dove siamo, accanto al cinema MultiAstra, lo abbiamo trovato grazie alla soffiata di un amico. 
Dopo aver timidamente telefonato… abbiamo passato un’estate intera a contrattare il prezzo con la proprietà. Alla fine abbiamo accettato anche un po’ per sfinimento. E per fortuna!

Marta: Qui non ho niente da aggiungere, ha raccontato tutto perfettamente Grazia, è andata proprio così. Cercare un locale è stata forse la cosa più difficile ed estenuante di tutte, la fase che ci ha portato via più tempo. Avevamo idee diverse, ci sarebbe piaciuto avere più spazio, ma le nostre possibilità, soprattutto economiche, erano limitate, e ci è comunque poi sembrata una buona idea partire da un locale piccolo, per testare il nostro esperimento (scoprendo ben presto che l’esperimento funzionava e aveva bisogno di maggiore spazio). 

Arcella dall’alto

Il quartiere dove si trova la libreria ha dimostrato, specialmente in questo ultimo anno, un particolare attaccamento alla libreria – penso alla coda fuori dalla libreria per il quarto compleanno (l’immagine di copertina di questo post è un buon esempio di come il quartiere risponde a certe iniziative), e anche il premio che vi è stato conferito dal quartiere. Secondo voi, da dove nasce questo affetto e questo sostegno? Cosa può rappresentare, una libreria, per un quartiere?

Marta: Nel 2015 vivevo all’Arcella da 9 anni ed ero stufa di sentirne parlare male. E se lo ero io, arcellana di recente adozione, immaginate i suoi abitanti di vecchia data. L’insistente narrazione in negativo del quartiere era davvero frustrante e credo che vedere un gesto concreto come investire in una nuova attività abbia riportato un po’ di fiducia e speranza. Forse le persone hanno visto in noi e nella libreria una sorta di riscatto dell’Arcella. Siamo sempre state convinte che il quartiere fosse come un giardino, per viverci bene bisognava prendersene cura, e bisognava farlo in prima persona. È quello che abbiamo cercato di fare con la libreria come, soprattutto, spazio di condivisione e di rafforzamento della comunità. Penso che il motivo di tanto sostegno sia questo, la nostra ostinazione è stata un segno positivo e continua ad esserlo.

Grazia: Nel 2015 il quartiere Arcella non era il posto fico che è oggi. O meglio, tutti i semi fioriti in questi anni c’erano già, ma ad alta voce si diceva il peggio del peggio e nessuno ci avrebbe scommesso un soldo. Il fatto che due giovani scriteriate, senza un pedigree arcellano, anzi nemmeno padovane, decidessero di scommettere tutti i loro soldi – pochi – e tutte le loro energie – molte – in questa minuscola impresa dagli esiti incerti ha sparigliato le carte e deve aver commosso gli animi. 
Oltre a questo, la nostra capatosta ha contribuito ad innescare un moto di orgoglio di quartiere, è stato un sassolino che con altri sassolini ben lanciati ha generato una grande onda di valorizzazione e difesa del bello che c’è e che potrebbe esserci.

Le libraie al lavoro (foto di Giorgia Salinitro)

Come si costruisce l’identità di una libreria? I criteri per scegliere quali libri tenere in libreria sono rimasti immutati, in questi anni, o li avete aggiustati con il tempo? E se sì, sulla base di quali considerazioni?

Marta: Il fatto di avere uno spazio molto piccolo ci ha in qualche modo aiutate nella creazione del catalogo, perché ci ha per forza di cose imposto di fare una selezione molto curata (molto più di quella che avevamo comunque in mente). L’idea iniziale era di avere di tutto un po’ – accuratamente scelto dando spazio a editori indipendenti, proposte editoriali curiose normalmente poco in vista – dovendo accontentare un intero quartiere con una sola libreria, e con un focus sull’illustrazione, a cui tenevamo in modo particolare. Ci piaceva l’idea di differenziarci da altre librerie (a Padova ce ne sono tante!) e di ritagliarci una nostra specializzazione sdoganando l’illustrazione e la lettura delle immagini per tutti, adulti e bambini.
Una cosa che è sempre stata curiosa in questi anni è sentire come molti clienti ci dicessero che da noi ci sono “libri strani”, che non si trovano dalle altre parti. A volte è così, è vero, ma spesso si tratta di libri facilmente reperibili altrove, anche nelle librerie di catena, solo che non si notano in un’offerta così ampia e dispersiva e asettica.
Nel tempo abbiamo ridefinito varie volte il peso di alcuni generi su altri, anche sulla base dei gusti dei nostri clienti, che conosciamo bene e sono molto affezionati. Spesso ci capita di scegliere libri pensando “prendiamo questo, potrebbe piacere a…” e spesso ci lasciamo consigliare dai nostri clienti, a dimostrazione del fatto che la libreria è una piccola comunità. I nostri 24 mq sono la nostra personale proposta di quel che di valido e bello e interessante offre il mercato editoriale e sappiamo che i lettori si fidano di noi e dei nostri consigli. Poi diamo comunque la possibilità di ordinare qualsiasi cosa, offrendo un servizio aggiuntivo.

Grazia: All’inizio di questa impresa avevamo un’idea teorica – basata sulle statistiche – di quelli che avrebbero potuto essere i nostri clienti.
Il nostro catalogo di partenza teneva conto di quella vaga proiezione, ma partiva comunque dalla convinzione di voler ospitare in libreria soltanto libri che reputavamo validi.
Avendo così poco spazio a disposizione dovevamo per forza fare di necessità virtù.
Col tempo abbiamo aggiustato il tiro in base alla reale comunità dei nostri clienti e qualcosa è cambiato: per esempio lo scaffale di libri in altre lingue si è ridotto e gli studenti universitari non sono più un nostro target primario, nonostante le statistiche.

Con il passare del tempo, la libreria è diventata anche luogo di incontri per presentazioni, corsi, e laboratori. Pensate che sia questa una delle chiavi per battere la concorrenza de l’azienda-che-non-si-può-dire?

Grazia: Durante la quarantena ho pensato spesso ad Amazon, al fatto che Bezos abbia scelto il nome “Amazon” perché il rio delle amazzoni è il fiume smaccatamente più grande del mondo. Così grande che proprio non c’è gara con nessun altro. Fuori competizione.
Ho cercato un elemento che somigliasse a noi piccoli indipendenti impegnati a resistere e ho pensato al materiale più resistente del mondo: la tela di ragno. Chi lavora nell’editoria indipendente e soprattutto nelle librerie mi sembra come il piccolo ragno di Eric Carle, che tesse e tace, tesse da mattina a sera per cercare di catturare qualcosa. Tesse reti di relazioni, cerca e trova continuamente nuovi appigli, si abitua agli scossoni e alla possibilità di vedere distrutta la sua tela anche da un banale colpo di vento. E ricomincia. Le bestie grosse si fanno sentire, hanno molta più voce e possibilità di perturbare l’ambiente intorno. Il ragno no. Il ragno sta a testa in giù, fa le acrobazie, è l’ultimo di cui ci si occupa, e intanto tesse e tace.
Noi non possiamo competere con Amazon per tante cose, ma posso trovarne altrettante in cui siamo più forti noi. Nell’essere uno spazio-comunità con lunghe esili gambette, almeno otto, spesso concentrate su cose diverse e tutte dal tocco rispettoso e lieve, per esempio.

Marta: Ci viene spesso chiesto cosa pensiamo di Amazon e della concorrenza con le librerie indipendenti e nel tempo sono arrivata a una conclusione che riassumerò citando un grandissimo film: “non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport”. Una risposta esagerata (e sicuramente meno poetica di quella data da Grazia) che do per provocare un po’. Magari è lo stesso sport, vendiamo libri entrambi, ma una libreria indipendente è molto di più e ruota attorno alla PRESENZA. Amazon non vince il premio come arcellane dell’anno, non ha volto, non è radicato nel territorio, non valorizza la comunità. Amazon è un servizio, sicuramente vasto e veloce, come noi non potremmo mai essere, ma chi dice che lo vogliamo? Noi lavoriamo nella lentezza, nell’ascolto, nelle relazioni, nella presenza appunto. Su Amazon vai se sai già cosa vuoi e hai fretta (vorrei poi davvero sapere quanti iniziano a leggere un libro non appena gli arriva a casa col corriere) da noi vieni per lasciarti incantare, sorprendere, consigliare. Per creare un rapporto umano che va oltre la vendita di un libro. Certo, la presenza su cui si basa tutto il nostro lavoro è venuta meno a causa dell’emergenza sanitaria e ci siamo ritrovate sì, allora, a condividere lo stesso campo da gioco di Amazon, ovviamente senza essere in grado di competere davvero. Ma avendo creato una nostra comunità di persone che si fidano di noi e ci vogliono bene, molti in questi mesi hanno comunque preferito comprare da noi che online, per dimostrarci sostegno e affetto, come sempre hanno fatto in questi anni di amicizia e stima. 

Marta Bracciale dietro il bancone della Limerick (foto di Giulia Callino)

L’Italia sta attraversando uno dei periodi più drammatici della sua storia recente. Ma quali sono i vostri progetti per il futuro?

Grazia: Secondo me l’effetto più grave – perché più duraturo – del lockdown e delle varie misure restrittive di prevenzione è averci allontanato dai nostri clienti-comunità.
Siamo state costrette ad annullare corsi, laboratori, presentazioni, incontri con i gruppi di lettura e – insomma – tutte le attività collaterali alla semplice vendita di un libro, che però erano proprio quelle che facevano la differenza, costruivano comunità ed erano occasioni di incontro e di scambio.
Anche solo dover velocizzare il momento del consiglio e della scelta di un libro ci toglie tanto, dal momento che uno dei nostri punti di forza era proprio la disponibilità all’ascolto e la libertà di concedersi un tempo lento in libreria.

Marta: Ne abbiamo passate tante in questi anni, e in generale siamo abituate a navigare in mari mossi. Questo è stato comunque un colpo davvero grosso per la nostra attività e ancora non sappiamo dire se e come ci riprenderemo. Siamo passate e tuttora passiamo da momenti di sconforto totale ad altri di iper-reattività, in cui abbiamo mille idee per ripartire e sperimentare cose nuove. È molto difficile fare previsioni, si naviga un po’ a vista come stiamo tutti facendo in questi mesi difficili e incerti. Abbiamo dovuto fare delle scelte molto attente e prudenti, anche a livello economico, e abbiamo imparato che il tessere buone relazioni con editori e fornitori e lettori ci ha ripagate, permettendoci di reagire e riflettere su nuovi modi di essere presenti (sabato 6 giugno lanciamo una piccola novità, rimasta in ostaggio della quarantena e che abbiamo dovuto ripensare daccapo per adattarla ai nuovi tempi).
Il progetto per il futuro torna ad essere, purtroppo, sopravvivere. Speravamo di aver superato questa fase in cui abbiamo vissuto per la maggior parte del tempo, per questo 2020 il nostro obiettivo era fare un piccolo salto, assolutamente necessario, di qualità e sostenibilità (sembra incredibile, ma anche le libraie devono pagare l’affitto e le bollette, fare la spesa, e magari fare progetti di vita per cui è utile risparmiare qualche soldo…). Invece siamo costrette a fare un passo indietro, con tutta la frustrazione e la stanchezza che comporta. Ma teniamo le nostre antenne ricettive, pronte a captare nuove idee e nuovi stimoli e cerchiamo di affrontare quel che verrà con calma e senza rimpianti. Siamo pronte alle trasformazioni, cerchiamo di non perdere l’ostinazione che ci ha contraddistinte finora, nonostante sia davvero più difficile ora, e vediamo cosa ci riserverà il futuro.

Foto di Giorgia Salinitro

3 risposte a "Due chiacchiere con la Limerick"

Add yours

  1. “Siamo sempre state convinte che il quartiere fosse come un giardino, per viverci bene bisognava prendersene cura, e bisognava farlo in prima persona. ”
    🙂
    ( Grazie per la bella lettura e auguri di cuore a Limerick )

    Piace a 1 persona

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