Me stesso

C’è stato un tempo, dodici, tredici, quattordici anni fa, in cui scrivevo praticamente tutti i giorni. Curavo una serie di blog, nel tempo libero, con un impeto e una fame di scrittura dirompenti. intanto lavoravo, e lavoravo anche parecchio: avevo due piccole società, di cui ero amministratore delegato, e facevo il consulente in giro per l’Italia. Leggevo tanto – “Everyman” mentre fuori era buio e l’aereo stava atterrando a Palermo, e poi fuori era freddissimo, oppure qualcosa di Pasolini andando a Sondrio, mi pare, e “Money” all’uscita della stazione della metro “Bisceglie”, rossa, Milano – facevo sempre qualcosa. Avevo anche figli piccoli. Mi ricordo che arrivavo a venerdì sera che ero esausto; e siccome volevo ancora scrivere, buttavo giù un post sulle mie canzoni preferite, o qualcosa su una cena fatta qualche giorno prima – in surplace.

Da un anno questo blog è virtualmente defunto. Non ho nemmeno la forza di pubblicare alcuni bei racconti di altri autori. Facebook mi ha livellato: penso nei termini di uno status, quella lunghezza là. Altre volte mi era successo di stare un po’ lontano da qua, ma ora la mia assenza è diventata cronica. Tuttavia, oggi è venerdì e ho voglia di scrivere due righe senza pensarci troppo. Questa sera, mentre preparavo qualcosa per cena – una caponata, una frittata – mi è improvvisamente tornato in mente chi sono. Chi sono io. Sono quello che ama i libri. Ne ho letti a tonnellate. Ne ho amati tantissimi. Ho ricordi di storie come se fossero cose che ho visto: l’ombrellino di Emma, il sanbernardo di Tereza e l’ape, le praterie che attraversa Augie, gli alberi di mele sulle quali Levov allunga le mani per cogliere i frutti della sua felicità, Kersuzon che parla del buio nei pressi di Barbagny, il risveglio di Joseph K., Aldo Cassidy che si addormenta sulla riva di un fiume, di notte… Parlerei di libri tutto il tempo, tutta la vita. E ogni cosa, vista sotto questa luce, è una storia. Oggi ero in un bar a Volpago del Montello, e c’era un giornale, sul tavolo, che raccontava il segreto della lunga vita: “mai cenare”. Lo diceva una donna di 107 anni, che sei o sette anni fa era stata la protagonista di un servizio della RAI (quindi è esistita) perché un giorno sì e un giorno no andava a trovare sua figlia in casa di riposo. Poi siamo andati, io e miei colleghi, in riunione con un cliente, e poi siamo andati a pranzo in un posto molto particolare, dove ho mangiato ravioli di brasato di cinghiale con mirtilli di bosco su crema di formaggi. Eravamo sotto una tettoia; il sole andava e veniva. Nel pomeriggio ero in ufficio, e sono contento del lavoro che sto facendo – ecco un’altra cosa che contribuisce a definirmi: sono un lavoratore impegnato, ottimista, bravo a risolvere problemi. E quando sono tornato a casa, e mi sono messo a spignattare, ho pensato che io amo i libri, e mi sono quasi commosso, complice, forse, anche il cielo già scuro di settembre, così suggestivo. Amo le parole. Amo la struttura delle frasi, il loro ritmo, il loro incedere; amo i romanzi, e amo i racconti quando sono belli. Leggo tutto, ovunque. L’occhio sinistro è sempre più affaticato e presto andrò a farmi dare una controllatina. Questo problema rallenta la mia lettura, mi fa desistere dal cercare di leggere nella penombra, o libri scritti in piccolo, o tutto quello che mi passa sotto mano. Quando dipingevo i muri, a casa mia, ci mettevo giorni perché finivo per passare ore a leggere gli articoli dei giornali che c’erano per terra. Io leggo, sono un lettore, sono uno che legge, che pensa che i libri siano un valore enorme, che è meglio averne troppi che troppo pochi. A un libro preferisco sempre la “vita vera” – non dirò mai di no a una passeggiata perché sto leggendo; ma lo faccio solo perché so di avere una malattia, e devo combatterla, devo fare in modo che non mi occupi tutto il tempo, o tutta la vita. E’ amore, è passione, mania, feticismo, adorazione, venerazione, e divertimento, gioco, passatempo, spasso. Io sono questo: quello che legge. Sono un buon lavoratore, spero un papà decente, un marito decente, un amico decente, un figlio all’altezza, un bravo cittadino, e sono contento della mia vita, di quello che faccio, di dove sono, di come vivo e delle scelte che ho fatto. Ma il nocciolo alla base di tutto sono le parole, questo mistero quasi divino, ineffabile, inesprimibile. Mi piace la grammatica (e mi piace parlarne con il mio amico Alex); mi piace editare romanzi o cercare il trucco che sta dietro una bella penna, o il difetto dietro a una che avanza a fatica. Mi piace il mistero della lingua – come nasce? Come si forma? E quel popolo brasiliano che viola tutte i dogmi di Chomsky, come si chiamava? E a cosa pensa un gatto, con quali strutture? Come emerge la lingua in un bambino? Cos’è la rima, da un punto di vista neurologico? Perché una frase come “Dolce e chiara è la notte e senza vento” mi sembra così bella? Dove sta la sua forza? Perfino l’informatica mi piace per quel motivo: perché sono parole, sono un codice, un modo di comunicare che mescola regole rigidissime e fantasia senza fine.

Quindi libri, libri, libri. Ne ho così tanti, da leggere, che anche se smettessi di comprarli adesso comunque non riuscirei a finirli (a meno di smettere di cenare, come ha fatto la centosettenne). L’odore delle edicole: afrodisiaco. L’opulenza delle librerie di catena, il rigore di quelle piccole. Borges, Sebald, Marani, Cinquegrani, Cristò, Pezzoli, Salinger, Le Carré, Kundera, Sgambati, Turati, Raveggi, Tarabbia, Nabokov, Amis, Roth, Thirlweel, Twain, Cervantes, Shakespeare, Doyle (Conan è il secondo nome, non il primo cognome), Franzen, Hesse, Kafka, Camus, Celine, Flaubert, Caldwell, O’Connor, Steinbeck, Faulkner, Marcuzzi, De Paolis, West… Sono il mio rosario, il mio cielo stellato, le mie costellazioni. Leggere. leggere, leggere. Io sono quello che legge. Io sono quello che legge.

8 Comments

  1. Molto, molto bella la tua “confessione”. Chi ha la tua stessa malattia ti capisce, profondamente. Io ricordo che a 5 o 6 anni, leggendo avidamente le insegne dei negozi mentre mio padre guidava, scoprii che PROFUMERIA era l’unica che avesse tutte le vocali, e nessuna in più. Naturalmente lo tenni per me, perché sapevo – già ne ero confusamente consapevole – che la mia era una passione patologica e che difficilmente ne sarei guarito. Un abbraccio a tutti quelli che amano i libri e buon week-end (nonostante il tempaccio).

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  2. Dopo aver letto un post così bello, per me i casi sono due: o mettermi a scrivere un commento di trenta pagine (lo meriteresti, ma al momento non posso farcela) o lasciare un segno breve, simbolico e lapidario come quelli che imperano sui sorcial. Lo faccio in dialetto: Me piàs. 🙂

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  3. Buongiorno, ho avuto modo di conoscerla qualche anno fa in occasione di un corso di scrittura a Rovereto. Mi aveva colpito il suo discorrere sinceramente. E l’entusiasmo per le parole e la curiosità. Il mio sogno è scrivere e quando leggo cose come questo suo “Me stesso”mi chiedo se mai potrò essere all’altezza di cosi tanta onestà di scrittura. Un caro saluto

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  4. Paolo, mi sono commossa. Una dichiarazione d’amore bellissima per la lettura. E per quel che posso dire, sei un amico attento e premuroso, un aggregatore di persone eccezionali e un generatore di bellezza, non solo su carta. Un abbraccio.

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  5. oggi, mattinata plumbea e pesante a Napoli, il mio lavoro e le preoccupazioni mi cingono d’assedio…Poi ti leggo, paolo, ed ogni dettaglio (fintamente dettaglio) del tuo scritto, anche i ravioli brasati, mi riempiono di un’ineffabile felicità; e mi ricordo di un titolo di Sandro Penna, “Una strana felicità”. Grazie

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  6. Post molto bello, praticamente un’ode alla buona lettura. Ma questo, leggendoti, si sapeva già.
    Una cosa, però, non l’ho capita: ti sei allontanato dal blog causa molti libri da leggere o causa FB “che mi ha livellato: penso nei termini di uno status, quella lunghezza là”
    Non essendo su Fb stento a comprendere.

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