L’imperativo naturale

Quando si finisce di scrivere un romanzo, e non è ancora finito il processo di progettazione di quello successivo, allora è tempo di racconti, Ho passato il sabato pomeriggio scrivendo questo storiella la cui idea principale è nata una decina di anni. L’ho montato e smontato mille volte, fino a quando ho sentito di aver trovato la “quadra”. La foto di copertina è di Christian Baldin.

Quando era arrivato il momento di decidere a quale facoltà iscriversi, una volta che avrebbe finito il Liceo, aveva preso in considerazione quasi tutte le possibili scelte, un po’ perché i suoi interessi erano vasti, e un po’ perché non aveva alcuna vera passione. Andava bene in tutte le materie, senza fatica, e questa poliedricità gli impediva di escludere una qualsiasi delle strade che gli si aprivano davanti. Suo padre, che allora era ancora nel pieno delle forze, e che per questo non smetteva di esercitare una costante pressione su di lui, gli aveva passato alcune riviste, alcuni studi di settore, che sostenevano che quelli che si laureavano in Ingegneria Chimica trovavano lavoro ancora prima di finire, che chi faceva Economia poteva entrare in banca, in uno studio di commercialisti o in una grande azienda; che i matematici e i fisici, se rinunciavano all’idea di andare a insegnare, spesso venivano assunti come informatici per sviluppare modelli predittivi in ambito finanziario; e che gli psicologi, invece, facevano molta fatica a inserirsi nel mondo del lavoro, come i laureati in scienze politiche. Lui, però, in quelle tabelle piene di percentuali e indici, insisteva nel guardare la colonna di Medicina e quella di Lettere, continuando a oscillare tra una e l’altra.
Rimase in dubbio per mesi; prese, infine, la sua decisione in un sabato pomeriggio di settembre quando, girando per il centro con un gruppetto di amici – quelli che lo avevano accompagnato per tutti e cinque gli anni delle superiori –, era entrato in una libreria e per caso aveva assistito alla presentazione di uno scrittore di cui non aveva mai sentito il nome e che parlava del suo ultimo romanzo. La relatrice, una donna un po’ arcigna ma dotata di uno sguardo insolitamente conturbante, chiedeva a quell’uomo timido e tarchiato come fosse nato il libro che aveva appena pubblicato, sotto quali spinte, per quale particolare ispirazione; lui dopo essersi assestato sulla sedia, che scricchiolò con un lamento spaventoso, spiegò che la scrittura di quel libro non era nata per uno specifico impulso, qualcosa di simile a un fulmine che improvvisamente illumina la fantasia di un autore; il lavoro paziente con il quale aveva messo una parola dopo l’altra fino ad arrivare alla fine del libro era un preciso modo di stare al mondo. Nel suo caso, spiegava alla relatrice, che ora pareva sinceramente incuriosita da quello che stava ascoltando, scrivere coincideva con l’atto stesso di esistere, e viceversa. Il libro, che era esposto sopra un tavolino davanti alle loro due sedie, era una parte di lui – e lo diceva senza alcuna intenzione retorica. “Il mio corpo contiene, e conserva con riparazioni o ampliamenti, le parti che lo compongono: il mio intestino, i miei polmoni, il cuore che batte qui dentro” – indicava il petto. “Questa macchina chimica produce, in ogni momento, piccole quantità di anidride carbonica, brucia zuccheri, e scarta i nitrati, la cellulosa, le fibre, e regola la mia temperatura… Tutto questo avviene al di fuori della mia volontà: accade per il semplice motivo che esisto e sono vivo. Allo stesso modo, questo involucro produce i miei libri. Quel romanzo là sopra” – indicò il tavolino “è fatto della stessa sostanza di cui sono composto”.
Gli amici non volevano rimanere là dentro – c’era caldo e forse avevano meglio da fare. Lui, però, rimase ad ascoltare lo scrittore, perché gli pareva che le cose che stava dicendo lo riguardassero da vicino. Anche lui scriveva nei ritagli di tempo: poesie, brevi racconti, qualche aforisma. Una sua compagna di classe diceva, ormai da anni, che avrebbe voluto diventare una scrittrice e che presto avrebbe finito un romanzo a cui lavorava da quando aveva tredici anni. Lui, invece, non aveva alcun progetto, non ci aveva mai pensato. Ora, però, per la prima volta stava guardando il suo futuro da un punto di vista diverso: non avrebbe più pensato a cosa voleva fare, ma a ciò che avrebbe voluto essere. Per questo motivo, e forse anche per fare un torto a suo padre, che spingeva in modo sempre più insistente verso Medicina, si iscrisse a Lettere.

Sebbene Prospero affermasse che gli uomini sono fatti della stessa sostanza dei sogni, i primi anni all’Università gli fecero capire la sostanziale differenza tra la fantasia e la realtà. Gli esami erano, nella maggior parte dei casi, così noiosi da risultare insostenibili. Quando studiava a letto, non riusciva mai a tenere gli occhi aperti; spesso si svegliava di colpo per il tonfo di un libro che gli scivolava dalle mani e cadeva a terra. Agli esami, copiava, e suo padre raramente perdeva l’occasione di sottolineare l’errore di quella scelta; e allora lui, quando non ne poteva più, usciva per andare a infilarsi in una libreria. Leggeva i dorsi dei libri, sfogliava le pagine di alcuni romanzi, imparava a memoria le copertine bianche delle raccolte di poesie della Einaudi; tra queste, finì per perdere la testa per “La voce a te dovuta” di Pedro Salinas: sentiva che tra le parole scritte là dentro e la particolare conformazione del suo cuore esistesse una precisa corrispondenza, come se quel poeta spagnolo nella prima metà del Ventesimo secolo (così c’era scritto nella nota biografica), avesse vissuto in anticipo ogni aspetto della sua vita sentimentale. Anche lui, infatti, come Pedro, era innamorata di Paola, una ragazza che studiava a Medicina, e che ricambiava solo in minima parte l’amore che lui sentiva di provare. Con lei, era un continuo tormento: a una festa lei gli aveva dato un po’ di corda, e poi era sparita; un sabato, in una pizzeria dalle parti di Abano, aveva tubato con lui per tutta la sera ma quel tubare non aveva portato a nulla. Stava scoprendo, con domande e tentativi di carezze, la solitudine immensa di essere l’unico dei due ad amare.
Gli amici, più o meno gli stessi che aveva avuto nei cinque anni del Liceo, lo prendevano in giro, talvolta crudelmente. Gli dicevano che era diventato romantico, o perfino sdolcinato. Gli suggerivano di prendere la vita con più leggerezza, di lasciar perdere certe fantasie senza fondamento. Una volta andarono a cenare sui colli, in una trattoria che si spacciava per agriturismo e là, approfittando di un vino che costava meno della benzina, lo spinsero a ubriacarsi. Prima del dolce, con la bocca impastata dal vino, aveva elaborato una teoria definitiva sull’amore, ed era salito sopra una sedia per spiegarla a tutti i presenti: le parole che due amanti si dicono sono tanto reali, vere, concrete, carnali, quanto le carezze, le lingue che si toccano, e gli umori che ci si scambia. Subito dopo, si perse in ragionamenti sempre più astrusi. Una lettera di una pagina aveva lo stesso valore di una scopata; un dito infilato nel culo era Ingegneria Meccanica mentre una poesia scritta per amore rientrava, senza alcun dubbio, tra le espressioni dell’orgasmo. I suoi amici gli tiravano fette di polenta e resti di braciole. Il titolare uscì dalla cucina e minacciò di chiamare la polizia. Pagarono un conto salatissimo. Sulla strada del ritorno, lui, seduto sul sedile posteriore della macchina di un amico, appoggiò la testa sulle gambe di una ragazza un po’ sovrappeso, che gli accarezzava la testa mentre lui là sotto piangeva per il letale connubio di disperazione e vergogna. Cinque minuti prima di arrivare a casa lo fecero scendere per consentirgli di vomitare tutta la cena.
La mattina del giorno dopo, e nelle settimane successive, ebbe modo di riflettere sulla particolare piega che aveva preso la sua vita. Sentiva di aver sbagliato qualcosa, in qualche momento. Se la vita era una partita a scacchi, allora c’era stata una mossa mal ponderata che lo aveva spinto, senza che lui ne fosse consapevole, in una sorta di stallo. Ormai gli era chiaro che dopo la Laurea non avrebbe trovato alcun lavoro: nelle migliori delle ipotesi, sarebbe diventato un precario nel mondo della scuola. Provò allora a riprendere la scrittura, che aveva abbandonato quasi subito dopo aver iniziato l’università, ma non provava più alcun piacere; finiva sempre per applicare le cose che aveva imparato a ciò che stava scrivendo: i grafemi, i sintagmi, la paratassi e l’ipotassi, la fabula e l’intreccio, il climax, la freccia del tempo, l’inserimento dei flashback… Era come guidare pensando a quello che facevano i piedi là sotto con i tre pedali. Con il tempo, imparò, forse prematuramente, la dolorosa arte della rassegnazione. Gli esami presero ad andare meglio. Ottimizzava il tempo, e non ne perdeva mai in considerazioni sul senso della vita. Anche le visite in libreria si diradarono: ogni tanto prendeva un romanzo di Grisham dal comodino di sua madre, ci perdeva qualche sera e la storia si chiudeva là.
Un pomeriggio di novembre, però, mentre andava a seguire una lezione sul cinema di Kubrick, incontrò Paola, la ragazza che studiava Medicina e che lui non vedeva da almeno un anno: aveva i capelli raccolti a coda di cavallo, i capezzoli in rilievo sotto la maglietta e sorrideva per i residui dell’imbarazzo che aveva provato quando aveva l’apparecchio. Parlarono per cinque minuti; poi lui decise di saltare la lezione e la accompagnò a quella che doveva seguire lei – anatomia patologica. Entrò anche lui. La professoressa arrivò in ritardo; proiettò dei lucidi sulla lavagna, mentre tutti prendevano appunti; lui, guardava lei senza essere visto.
Si incontrarono altre volte, a pranzo, in mensa; lui ogni tanto seguiva qualche lezione con lei, cercando di non dare troppo nell’occhio. Paola era gentile, talvolta maliziosa, anche se in altri momenti ci teneva a frapporre una certa distanza tra loro, con silenzi improvvisi e senza spiegazione. Quando tornava a casa, la sera, da solo, lui si domandava come sarebbe stata la sua vita se si fosse iscritto a medicina: sbirciando i libri di lei, vedeva delle foto raccapriccianti, vomitevoli, disgustose; nel complesso, però, gli pareva che quel percorso di studi fosse più vicino alla vita.
Qualche volta, prima di un esame, lui la interrogava, fuori da un aula studio, tenendo il libro aperto sulle gambe e cercando di seguire come poteva. Gli piaceva sentirla parlare; gli piaceva il modo in cui lei guardava in alto quando cercava di ricordare un termine che le sfuggiva. Mentre esponeva un capitolo giocherellava con un orecchino a forma di conchiglia o con un ciondolo che teneva appeso a una collana, oppure infilava una matita tra i capelli per annodarli, scoprendo così la nuca. Era brava, sempre preparatissima.
Anche lei pareva divertirsi, in quelle sessioni di studio, specialmente quando lui si impressionava per certi dettagli terrificanti. Un pomeriggio, mentre prendevano il sole nel giardino della mensa del Piovego – quella mattina avevano dato entrambi un esame e ora cercavano di trovare una buona motivazione per ributtarsi sui libri – lei gli disse: “tu non riusciresti a sopravvivere a un’autopsia”.
“A subirla o ad assistere?”.
“Entrambe le cose, credo. La prima di sicuro, ma credo anche la seconda. Ma non c’è niente di male ad avere paura. Dipende da quanta empatia hai verso il genere umano: vedi un corpo, e pensi che quello potresti essere tu. Può scattare il panico. Sono forme di difesa. Allontanati dalla morte, sempre. È un imperativo naturale. Gli animali si terrorizzano alla visione di una carcassa abbandonata – a meno che non abbiano intenzione di mangiarsela”.
“E tu come fai a non scappare?”
“Forse ci si fa l’abitudine. O forse non siamo tutti uguali. Io non ti ci vedo a rimanere impassibile. Sei una persona sensibile, lo si capisce da tante cose”.
“Lo dici come se fosse un difetto”.
“Non lo è?”. Scoppiò in una risata. Ora che erano più intimi, lei rideva con la bocca aperta. Lui, allora, le guardava la lingua rosa, l’ugola, i molari regolari e si sentiva morire.
Poi parlarono di altro, ma prima di salutarsi lei gli disse che il giorno dopo lo aspettava in ospedale. Lui accettò – gli pareva che dietro quella richiesta si nascondessero tracce di un qualche piano seduttivo.

Non aveva mai visto un morto in vita sua. Sul tavolo, al centro della sala, un lenzuolo azzurro ricopriva il profilo di un corpo. Gli studenti presenti, pochi, indossavano la mascherina. Lei gli spiegava sottovoce quello che succedeva. Aveva un tono complice. Quando lei si avvicinava per sussurrargli qualcosa, gli veniva la pelle d’oca, dall’orecchio, giù per la schiena.
“Quello più alto è l’anatomopatologo, l’altro è il suo assistente”. Erano pronti. Lessero ad alta voce i dati salienti del defunto: sessantadue anni, maschio, un metro e ottanta, novantacinque chili, deceduto da trentasei ore, causa di morte presunta: infarto. Scopo principale dell’autopsia era verificare l’effettiva causa del decesso, la presenza di altre malattie pregresse e il tipo di morte. Le frasi pronunciate dal medico venivano registrate su un apposito supporto, che poi sarebbe state trascritte da qualche studente e allegate al referto.
Il tecnico scoprì il tronco del cadavere. L’anatomopatologo, dopo aver fatto un’attenta ricognizione della pelle (“sta cercando nei e cicatrici” gli disse lei sottovoce), prelevò un campione di sangue e, tramite una siringa infilata sopra il pube, dell’urina dalla vescica. L’assistente gli passò le radiografie; dopo aver dato loro un’occhiata frettolosa, si spostò sul corpo e praticò una grande incisione a “Y” da ciascuna spalla fino al centro del torace e poi scese fino all’osso pubico. Divaricò la cute (“sta controllando se ci sono costole rotte”). L’assistente gli passò una specie di enorme tronchese (“è il costotomo, adesso vedrai come lo usa” – pareva divertita): tagliò la cassa toracica con un rumore spaventoso, ed esaminò il polmone e il cuore, dal quale prese un secondo campione di sangue.
“Fumatore” disse l’anatomopatologo esaminando una fetta di polmone. “Camel blu” aggiunse, e tutti risero. Poi estrasse il cuore e lo mostrò agli studenti, che annuirono: evidentemente, era sufficiente quella rapida ispezione per confermare la causa.
Pesarono polmoni e cuore; quindi passarono agli organi della cavità addominale. Srotolarono gli intestini e li pesarono. Con una forbice il dottore ne tagliò mezzo metro e mostrò la sezione agli studenti: “nel giro di uno o due anni sarebbe morto per questo”. Poi fegato – altra sezione – e pancreas; la colecisti non era più presente; i reni (“sono minuscoli” le disse; “sono normali” gli rispose, e poi aggiunse: “ma hai visto il pisello? Ce l’aveva piccolissimo” e rise – c’era una complicità inaspettata). E mentre il medico continuava a tagliare, pesare, sezionare, ispezionare, divaricare, scuoiare, e il contenuto di quel corpo usciva e rientrava dall’involucro dal quale era stato protetto per tutta la vita, e gli studenti, con una diligenza maniacale, prendevano appunti su ogni cosa, come se quelle frattaglie stessero fornendo informazioni decisive per la scienza, o per il loro prossimo esame, lui spostò la propria attenzione verso la testa di quell’uomo, che nel frattempo era stata scoperta: la pelle del viso straziato dalla morte era tutta bianca, mentre la parte posteriore del cranio era scura di sangue rappreso. Era accigliato, come se un attimo prima di morire avesse avuto una parola sulla punta della lingua che proprio non gli veniva: cosa sarebbe rimasto in sospeso per l’eternità? E mentre lei continuava a sussurrargli il nome di ogni cosa che usciva da quella carcassa, facendosi sempre più vicina, lui riconobbe quell’uomo e fu come se l’anima che aveva abbandonato quel corpo, trentasei ore prima, fosse tornata a rivendicare lo spazio che le era sempre appartenuto. Di colpo, l’odore di quella sala si manifestò in tutta la sua repellenza: non era il tanfo della morte, ma l’urlo straziante di una vita che ancora si dibatteva tra quelle cellule, l’ultimo silenzioso e incontrollato tratto di una macchina in folle. Si girò verso di lei, che si stava grattando la fronte con il cappuccio di una penna, e le parve che le risatine con le quali accompagnava ormai ogni parola svelassero una turpitudine trattenuta – attorno alla morte si fuggiva, oppure ci si sedeva a tavola, come un branco di iene. Trattenne un conato di vomito. “Scusami, devo uscire” le disse mentre si faceva largo tra gli studenti. Una volta fuori, nel corridoio illuminato dalla luce abbacinante del sole, si tolse la mascherina e si lasciò cadere su una sedia. Tirò fuori il quaderno degli appunti, lo appoggiò alle gambe e iniziò a scrivere. Parlò dell’aria che aveva respirato là dentro e di quella che ora gli riempiva i polmoni, dell’amore che aveva avuto e della forma innaturale che aveva assunto, e del fragore della morte, del suo schianto, degli occhi dello scrittore che ora avrebbero affrontato il nulla, e mentre scriveva sentì che le poesie di Salinas si erano finalmente staccate dal suo cuore, lasciandolo libero di trovare la sua voce, e che da qualche luogo misterioso stavano arrivando parole nuove che prendevano il posto di quelle che aveva imparato quando era ancora ragazzo; sentiva che stava diventando grande, che lo sarebbe presto diventato, e ora era sicuro che avrebbe continuato a scrivere, che non avrebbe mai smesso, che lo avrebbe fatto per tutto il resto della vita.

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Christian Baldin, autore della foto di copertina, è nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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