La seconda volta

E se fossero state vere, tutte quelle storie raccontate in certi libri di duemila anni fa? Racconto incubato per almeno un anno, e finito questa mattina presto, con una piccola levataccia… La foto di copertina è di Christian Baldin (di lui in tutti i sensi)

Doveva esserci stato un errore di calcolo, o le informazioni fornite non erano state sufficientemente chiare, oppure qualcuno aveva trascritto male le date durante uno dei tanti passaggi di manoscritto in manoscritto; oppure Dio se n’era dimenticato, o aveva avuto qualcosa di più urgente da seguire, o aveva sottovalutato l’impegno necessario per realizzare un’impresa che con il tempo aveva assunto dimensioni titaniche – dopo la nascita di suo figlio era nata e morta così tanta gente che per tenerne il conto sarebbe servita una mente portata più per la matematica che per la geopolitica, la morale, la meteorologia, la geologia e altre specialità divine. Comunque, il 13 luglio del 2027 partì ufficialmente il miracolo della resurrezione: tutte quelle storie sui morti che sarebbero tornati in vita, alle quali per secoli si era creduto ciecamente, che poi erano state derise come fossero stupide superstizioni o vane speranze, e che infine erano state dimenticate, erano vere alla lettera. Qualche anno prima, uno studio del Population Reference Bureau aveva calcolato che, da quando l’uomo aveva smesso di essere una scimmia, avevano visto la luce centodieci miliardi di esseri umani, di cui otto ancora in vita: le spoglie di tutti quei defunti, sparse in giro per il continente, sotto metri di terra e chilometri di acqua, svolazzanti nell’aria in forma di cenere, o sciolti in liquami di varia natura, vennero improvvisamente richiamate alla vita.
Si scoprì poi che l’incomprensione non riguardava solo la data dell’evento: a differenza di quanto affermato nel Nuovo Testamento, infatti, la resurrezione non era un’esclusiva dei Cristiani; e come se quella beffa non fosse sufficiente, fu subito chiaro che non veniva applicato alcun criterio di selezione: per tornare in vita, era sufficiente essere morti.
La resurrezione procedette da est a ovest, con il sole. Iniziarono i samoani e gli abitanti delle isole Kiritimati, che per primi si sorpresero vedendo passeggiare, per le strade dei loro villaggi, nonni e vecchie zie che avevano seppellito da poco; poi fu il turno della Nuova Zelanda orientale e, un’ora dopo, delle province più a est della Russia – la provincia di Magadan, i territori di Chabarovsk e della Transbajkalia, le repubbliche di Buriazia e della Jacuzia, e il circondario autonomo della Čukotka… C’erano torme di esquimesi infreddoliti che vagavano in cerca di qualcosa – la casa di legno dove avevano passato la vita e dove erano morti di freddo, di fame, o per i postumi di una ferita mal curata, la barca con la quale erano andati a caccia di foche, le amache di pelle dove avevano messo a dormire i loro bambini; e proprio i bambini che erano stati colti dalla morte chissà quanti secoli prima, queste giovani creature strappate all’esistenza promessa, adesso avanzavano verso le città geometriche costruite durante il regime sovietico, scheletrici, quegli esserini, come il giorno in cui avevano esalato l’ultimo respiro, e pieni di tosse, nudi, con una gamba rotta o la testa fracassata, incapaci di trattenere l’ultimo pasto che era risorto con loro. Poi il miracolo puntò verso occidente, verso le ampie pianure disabitate della Mongolia, verso la steppa siberiana, l’India brulicante, l’Afghanistan polveroso; risorsero gli etiopi magri, i kenioti scolpiti, i sudanesi affamati; nella periferia del Cairo fu avvistata una lenta processione di faraoni con un lunghissimo seguito di schiavi, mentre i pompieri di Chernobyl cercavano la strada di casa, e Ceasescu e signora fermavano un camion per chiedere di essere riportati nel loro palazzo di Bucarest; risorsero Eraclito, Talete, Anassimene e Anassimandro, e poi Socrate che prese subito a discutere con Platone, così vecchio da non accettare più di essere trattato come un semplice discepolo; per Roma vagavano soldati, imperatori trucidati e i loro assassini, vecchi re etruschi, e mercenari stranieri, alti, biondi, baffuti, caduti alle porte della città, che subito iniziarono ad aggredire i passanti, mentre Caravaggio cercava qualcosa da bere, e Robespierre, a duemila chilometri da là, chiedeva informazioni davanti al Pompidou, con il linguaggio dei segni (la testa non si era ancora ritrovata); la regina Vittoria, grassa al punto da non riuscire a muoversi, ordinava tè a un cameriere indiano che subito si era messo al suo servizio: a Strattford, invece, un macilento Shakespeare si rifiutava di firmare autografi; poi toccò ai nani delle corti spagnole, ai tutsi e gli hutu che si erano macellati a vicenda, alle carovane di mercanti sepolti dalla sabbia, tra le dune del deserto, ai poveri abitanti dell’isola di Sant’Elena che ancora si ricordavano della presenza di un tizio chiamato Napoleone (che passava le giornate all’Hôtel des Invalides, rimirando la sua tomba monumentale), e poi a quelli che si erano gettati dalle Torri Gemelle e al manipolo di dirottatori che avevano tirato giù i grattacieli, agli Apache, ai Cherokee, ai Cheyenne, ai Sioux, ai Creek e ai Crow, ai Piedi Neri e ai Seminole, e a Buffalo Bill, al generale Custer e a tutto il suo reggimento, e poi a Eisenhower e Truman e Nixon e Al Capone, a Saul Bellow e a Sacco e Vanzetti, che vennero subito maltrattati, e a Zapata, a Bolivar, ancora baffuto, e a Peron, a Evita e a tutti i suoi amanti. Molti erano felici, taluni confusi, altri in preda al terrore: sbucavano risorti da ogni parte, come un fiume in piena che avesse tracimato oltre gli argini.
Nei giorni successivi, nel cuore dell’Europa si formò una colonna di sei milioni di persone silenziose che si mise in cammino verso Berlino; in Giappone, dei bambini facevano dei girotondi per le strade mentre vecchie donne con i capelli bianchi pulivano i vialetti davanti alle case, spostando una polvere che nessuno vedeva; uomini stanchi e piegati in due dalla fatica scendevano dalla Siberia, scrollandosi di dosso il freddo e le catene; migliaia di francesi smarriti chiedevano a incredule donne russe quale fosse la strada per la Francia. A New York, John Lennon incontrò Mark Chapman, che come tutti gli omicidi presto sarebbe stato scarcerato, e lo perdonò; a Roma, Aldo Moro cercò Andreotti, Matteotti i suoi assassini; a Berlino, Hitler riformò la sua cricca e cercò subito una birreria, mentre Bismark pubblicava poesie e aforismi su un giornale locale. Galileo Galilei visitò la sua vecchia cattedra di legno all’Università di Padova e non la riconobbe come sua.
I governi erano paralizzati. Non si sapeva cosa dare da mangiare a questa gente, dove farli dormire, quali diritti riconoscere loro. Si parlava di pensioni, reddito di cittadinanza, mense, recovery fund, case popolari, trasporti gratuiti. Tutto era complicato. I Lanzichenecchi che si trovavano in Italia incutevano enorme paura; i palestinesi di Tel Aviv chiedevano dove fossero finite le loro case; gli arabi spagnoli avanzavano pretese. Quelli più antichi cagavano in strada, sputavano a terra, mangiavano con le mani, e puzzavano come bestie; i peggiori, i più irrequieti, erano i milanesi del Seicento, i toscani del Trecento, gli Umbri dell’alto medioevo. Alcuni avevano ancora la peste e la attaccavano alla gente. C’era poi il problema della lingua: mano a mano che si andava indietro con i secoli, si capiva sempre meno; ma i linguisti colsero l’opportunità per studiare l’evoluzione del linguaggio, raccogliendo prove inconfutabili per le loro teorie. Finalmente, si scovò qualcuno che parlava in indoeuropeo: non si capiva nulla di nulla. Si trovarono degli uomini piccoli e muti in Africa, poco sopra l’equatore, ma nessuno aveva il coraggio di avvicinarli: erano combattivi, brandivano ossa e gridavano mostrando i denti bianchi. Piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori si spostavano nelle savane, rincorrendo gli animali dei parchi fino a farli schiattare.
Superato il primo momento di smarrimento, ogni morto cercava i suoi conoscenti, gli amici più stretti, i parenti, e tutti erano convinti che li avrebbero trovati come quando li avevano lasciati: ma scoprivano, con amarezza, che i giovani figli che promettevano così bene quando si erano chinati sulle loro fronti per l’ultimo bacio, erano risorti da ottantenni, piegati da vite di dolori e insuccessi; e scoprivano che le mogli, rimaste vedove, avevano trovato un nuovo marito che, risorto pure lui, ora reclamava diritti; nonostante quelle delusioni, preferivano comunque la compagnia di quegli antichi coetanei all’incomprensibile vicinanza dei moderni, di quelli che non erano mai morti. Qualcuno, più loquace, veniva invitato in televisione; Fazio, la Bignardi, Giletti, domandavano com’era stato tornare in vita, e uno diceva che era stato come svegliarsi da una notte tormentata, un altro che era come se non fosse successo niente, ma un altro ancora si era messo a piangere ricordando il giorno in cui era morto, il dolore immenso che aveva provato mentre sprofondava nell’orrido buio, convinto che non avrebbe più rivisto le luce del mondo. Intervistarono Giulio Cesare, con un latinista come traduttore, ma glissava sulle risposte, specialmente quando gli domandavano se era consapevole che la sua azione aveva posto fine alla repubblica romana, e chiedeva invece notizie sulla Gallia, sulla Britannia, sui Germani. Fred Astaire si esibì per beneficenza; la Duncan ballò con Pina Bausch; Sinatrà cantò con Michael Jackson; Giuda rilasciò una lunghissima intervista al Times in cui spiegò certi dettagli dei giorni che cambiarono il mondo; Pietro non si trovava; Mozart scrisse un musical a quattro mani con Beethoven su un testo di Tim Rice.
E poi, in autunno, a Stoccolma, ci fu una solenne cerimonia riparatoria: consegnarono il premio Nobel per la letteratura a Kafka, impacciatissimo nel suo smoking di una taglia sbagliata, a Joyce e Borges, che avanzarono ciechi a ritirare l’onorificenza, a Fitzgerald, che dovette badare a una Zelda scatenata per tutta la serata, e perfino a Nabokov, che si presentò con Vera al fianco, e con il figlio Dimitri ormai vecchio; e a Philip Roth, accolto con una ola di dieci minuti, a Dylan Thomas, ancora sbronzo per una delle sue colossali sbornie; e, già che c’erano, in una cerimonia collettiva, assegnarono il premio a Edgar Allan Poe, a Charles Dickens, che lesse un brano da “Casa desolata” tra gli applausi scroscianti del pubblico, e a una timidissima Emily Dickinson, a una spumeggiante Jane Austen, e a Shakespeare, che, tra il mormorio dei presenti, aveva mandato la regina Elisabetta I a ritirarlo, e a Cervantes (simpaticissimo), a Torquato Tasso, folle come sempre, e ad Ariosto, e poi a Dante (serio, accigliato, rancoroso), a Chaucer, che cantò una delle sue poesie, e giù giù fino a Virgilio, Orazio, Catullo (contestato da un gruppo di femministe), e al sommo poeta, Omero, che però non fu facile individuare tra i tanti aedi che ora giravano per le isole della Grecia e per le repubbliche baltiche, cantando le gesta degli Achei, o di un antico popolo del nord: ne presero uno a caso, come rappresentante di tutti.
Ma se su una scala planetaria c’era una qualche confusione (Stalin e Crushov si erano presi a pugni davanti al Teatro Bol’šoj di Mosca; Kennedy aveva regolato i conti con Johnson; la dinastia degli Hannover si era alleata con quella degli Stuart per scalzare i Windsor dal trono di Inghilterra), nel privato era tutto un fiorire di piccole gioie. Mio nonno Anacleto e mia nonna Olga, che non si vedevano da quarantacinque anni, celebrarono il loro secondo matrimonio nella chiesa di San Pantalon, a Venezia, giurandosi nuovo, eterno amore; poi vennero a trovarci, e mostrammo loro le foto di quando erano giovani e che avevamo ancora conservato, e le foto dei loro genitori e dei loro nonni, impegnatissimi, in quel periodo, a cercarsi una sistemazione; e conobbi finalmente mio nonno Pietro, il padre di mio padre (ora non più orfano) che era mancato nel 1941 in tempo di guerra, e riconobbi in lui certi tratti che mi appartenevano, e che io avevo trasmesso ai miei figli, e lui li riconobbe in me e nei miei fratelli. Una sera andai a trovare Mirco Buso, che aveva riaperto il bar vicino a via Savonarola, e mi feci un bicchierino del suo vino terribile; salutai la mia maestra delle elementari, e poi mi spinsi fino in Val di Sole, per abbracciare il mio professore di italiano delle medie, Sergio Pedrazzoli, e lo ringraziai di cuore per quello che mi aveva insegnato, per quella passione che avrei compreso pienamente solo qualche anno dopo: lui era timido e imbarazzato, come allora, e felice. Furono giorni incredibili. Elvira scrisse un post su Facebook, ringraziando tutti quelli che l’avevano pensata; un sabato pomeriggio, in centro, a Padova, a una presentazione di un libro di Giuseppe Berto, alla Zabarella, riconobbi la risata squillante di Simona, ed ebbi un tuffo al cuore; Mauro Gagni mi scrisse un messaggio su Whatsapp per dirmi che presto avrebbe letto un altro libro di Roth, e poi ne avremmo parlato insieme. Eravamo tutti increduli e felici. E sopra di noi, da qualche parte, ne ero sicuro, il capo stava facendo una sfuriata epica all’angelo pasticcione che aveva messo in moto tutto quel casino, e lo aveva sicuramente minacciato di spedirlo all’inferno per quello che aveva combinato; ma poi, magari, in un attimo di quiete, avrebbe buttato un’occhiata verso il basso, a quel mondo incasinato che lui stesso aveva creato, e per la prima volta avrebbe sorriso.

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Christian Baldin, autore della foto di copertina, è nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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