A novembre

Odio novembre, tunnel di tristezza, e oggi è solo il primo del mese. Mi difendo con un racconto sulla nebbia, su quello che nasconde, su quello che ci rivela con il suo bianco velo.

Quando si era alzato, sua moglie era uscita da poco: l’aveva sentita andare avanti e indietro dalla camera al bagno, due o tre volte – nel buio aveva intravisto la sagoma grigia e silenziosa del suo corpo impegnato a cercare un vestito – e sistemare qualcosa in cucina – i piatti dalla lavastoviglie, e le posate rumorose; poi si era chiusa la porta alle spalle ed era andata. La schiuma bianca scricchiolava ancora nel piatto della doccia; lo specchio era appannato: si salvava solo un ovale grande come un viso, al centro, dove lei si era riflessa per mettersi il trucco; e nel microonde, c’era una tazza con del latte ancora tiepido. L’aveva scaldato, si era dimenticata di berlo, o aveva visto l’orologio e si era accorta che era tardi. Allora, immaginava, aveva accelerato ogni movimento, come faceva quando era di fretta: si era infilata le scarpe mentre camminava, saltellando su un piede, aveva preso il soprabito leggero dall’attaccapanni in entrata e senza indossarlo era scesa di corsa, aveva messo in moto la macchina, era partita a tutta velocità.
Lui, invece, aveva fatto le cose con calma. Si era preparato il caffè. Aveva mangiato biscotti. Aveva sistemato il tavolo, lavato a mano le stoviglie rimaste nel lavandino la sera prima. Era uscito nel terrazzino a vedere com’era il tempo: non si vedeva nulla. El caigo, dicevano a Venezia, come gli spagnoli, come i latini; ‘a nigghia, dicevano invece in Sicilia, dove uno, se gli andava bene, la vedeva tre volte nella vita, quella muraglia bianca e silenziosa dall’aria esotica. Quando era bambino, certe mattine andava a scuola confidando solo sulla sua memoria – qui si va a destra; ora dovrei essere arrivato all’altezza delle strisce pedonali; e qui dovrebbe esserci l’entrata. Le macchine rimanevano a casa, in giro non c’era nessuno. Degli alberi scheletrici piazzati tra il marciapiede e la strada si vedevano solo le radici nere, umide, il muschio marcito. I muri delle case erano bagnati. Si sentivano le voci di altri bambini, più lontane, come se stessero ridendo sotto un cuscino Con gli anni, però, qualcosa era cambiato: li clima delle città non era lo stesso. Bisognava uscire in campagna, di notte, per ritrovare quel nulla, e adesso che era diventato grande faceva paura.

Il pullman era vuoto, un taxi da cinquanta posti solo per lui, che procedeva a venti chilometri all’ora nell’aria densa, verso la periferia. La gente aveva paura a uscire, e se ne stava a casa a lavorare, ma un giorno alla settimana lui era obbligato ad andare in ufficio. L’autista, barricato dietro una lastra di plexiglas, si sporgeva in avanti, verso l’enorme parabrezza, sperando di riuscire a capire cosa c’era là fuori. Tutto era bianco.
Arrivò con un quarto d’ora di ritardo e non c’era comunque nessuno. Secondo caffè alla macchinetta, bottiglietta d’acqua, nella cassettiera teneva un pacchetto di sigarette – fumava solo al lavoro, senza dirlo a nessuno. Uscì nel parcheggio davanti all’entrata, tra le automobili ferme. Le vetrate degli uffici davanti erano ricoperte di goccioline d’acqua. Con la nebbia, il fumo diventava subito freddo e lasciava un gusto amaro in bocca. Diede un’occhiata al cellulare. Su Instagram sua moglie aveva appena postato una foto: sullo sfondo, c’era il golfo di Napoli, il mare verdino, il cielo limpido. Era arrivata a destinazione e qualcuno era andato a prenderla all’aeroporto per portarla al convegno; poi lei e l’accompagnatore si erano fermati, avevano parcheggiato lungo la strada, erano scesi dalla macchina per guardare insieme il golfo, e lei doveva avergli chiesto di scattarle delle foto: con il sole sullo sfondo, ancora basso ma già luminoso, gli aveva sorriso. Quando era successo, lui era ancora nel pullman, con l’autista che cercava di non finire in un fosso, che tendeva la testa in avanti per riconoscere il rosso del semaforo in quel mondo che era diventato lattiginoso. Ingrandì il viso della donna che aveva sposato quindici anni prima. Sebbene le cose non andassero male, tra di loro, qualcosa era finito. Non facevano più l’amore – la sua vita sessuale era Pornhub sul cellulare, dove per noia guardava video sempre più brutti: le diverse combinazioni di corpi, di età, di sessi, con il tempo consumavano il loro potenziale e andavano sostituite con altre nuove combinazioni, sempre meno patinate; allora cercava una qualche forma di verità nei soprammobili che apparivano in un fotogramma, nella voce di un film in sottofondo, o in un lamento sfuggito, una preghiera di sottomissione, un gesto che tradiva vergogna, e vi si aggrappava, quasi con disperazione, accettando quell’inganno o sperando di riuscire a eluderlo per un momento. Lo appassionavano i cambi di posizione, quando uno dei due prendeva l’altro e lo girava, o lo spostava, o se lo metteva sopra o lo piegava: lo emozionava pensare al mondo interiore di quelle persone così semplici da farsi filmare nude mentre facevano l’amore, alla fantasia che le guidava. Per un attimo, volevano. E intanto che le immagini scorrevano sul telefono, e lui andava avanti veloce sulle parti che non lo interessavano, accedeva a taluni ricordi privati dell’adolescenza, a certi segreti, e recuperava, come poteva, i resti di quel desiderio fiammeggiante: il fantasma di un vecchio amore mai confessato balenava per un attimo davanti a lui, un profilo vago nell’oscurità di una camera da letto; allungava la mano verso quell’immagine sfuggente come se potesse toccarla, e gli pareva che fosse quasi vera.
Quando finiva, e lo sperma iridescente si raccoglieva in un pezzo di carta igienica, si sentiva umiliato. Ma non durava molto, quel tormento. Si era rassegnato alla propria umanità. D’altra parte, l’idea di accoppiarsi con sua moglie gli risultava sempre più imbarazzante: vedeva la loro intimità con la distanza che una volta provava un attimo dopo l’orgasmo, quando gli odori, i lineamenti, gli arti tornavano alla loro esistenza quotidiana, al dominio della funzionalità. Un piede era un piede, la bocca un buco per mangiare. Era stato un processo lento che da un certo punto in poi era diventato irreversibile.

Trascorse l’intera mattina nel silenzio dell’ufficio: rispose a mail minatorie, pianificò incontri e partecipò a due riunioni su Teams. A pranzo mangiò un panino al bar, da solo. Sua moglie non vedeva i messaggi che gli aveva mandato. Le notifiche di Google lo avvisarono che nel giro di qualche giorno la Francia avrebbe chiuso tutto e che presto sarebbe toccato anche a loro; che una donna aveva partorito quattro gemelli dalle parti di Ragusa; che l’Inter stava valutando se cambiare allenatore. Un cane dall’aria trasandata, il pelo sporco, il muso furbo, forse un randagio, trotterellò davanti alla vetrata che si affacciava sul parcheggio, annusò qualcosa e si ributtò nella nebbia. Gli alberelli piccoli che l’amministrazione comunale avevano piantato l’anno prima erano spariti; le macchine, i pali della luce, la strada che portava verso la zona industriale. Non c’era più niente. La mascherina gli appannava gli occhiali. Su un libro aveva letto che nelle campagne venete, tra il 1600 e il 1900, a novembre la gente moriva come mosche, e nessuno capiva perché. Sospettava c’entrasse la tristezza.

Dall’ufficio provò a chiamare sua moglie; poi lesse la mail di un amico; poi in un gruppo di Whatsapp arrivò una vignetta sulla pandemia; infine ricevette una foto oscena. Il sesso era diventato puntiforme – minuscoli impulsi che subito si spegnevano. Qualche volta pensava che il desiderio non era finito: semplicemente, non serviva più a nulla, e quindi si era fatto da parte. Si sarebbe accontentato della tenerezza: che sua moglie gli prendesse il viso tra le mani, lo guardasse negli occhi e gli dicesse “che bello che sei amore mio”. Non succedeva mai. Lo spazio stretto della cucina era l’unica opportunità di starle vicino, di appoggiarle le mani sui fianchi quando doveva spostarsi; lei non si sottraeva a quelle carezze così pragmatiche, non le rifiutava, ma non si accorgeva delle implicazioni che avrebbero potuto avere, delle conseguenze che non avevano mai. Finivano là, quei contatti; non se ne faceva niente, pensava ad altro, non ne aveva bisogno. Su Instagram, intanto, aveva messo altre foto della sua giornata: il convegno era andato bene, da quello che si poteva vedere; il pranzo era stato organizzato nei minimi dettagli. Sorrideva sotto il sole e ancora non aveva letto i suoi messaggi.
Al pomeriggio gli venne sonno. Un collega cercava di spiegargli qualcosa ma lui non riusciva a seguirlo. Sfogliò controvoglia un articolo tecnico, inserì la nota spese di ottobre, scambiò qualche messaggio con un’amica di Milano che aveva visto tre volte e verso la quale provava una qualche forma di attrazione. Attorno alle cinque, quando ormai aveva smesso di pensare al lavoro, fu coinvolto in una riunione su un problema che aveva seguito un mese prima; mentre discutevano sulle possibili soluzioni, su come affrontare il cliente, su come convincerlo a riconoscere quanto meno la buona fede che li muoveva, lui chiuse gli occhi e per un istante gli parve di vedere i suoi genitori abbracciati tra loro, con uno sfondo che non sapeva riconoscere. Gli capitava spesso, negli ultimi mesi, che un ricordo si presentasse da solo, spontaneamente, senza che ci fosse alcuna relazione con l’ambiente circostante: la suora dell’asilo che portava il pranzo nella mensa da nanetti in cui lui avrebbe mangiato, un incrocio dei pali che aveva preso un pomeriggio del 1983, nel campo d’asfalto vicino a casa, un paio di manopole bianche, di pelo, che aveva ricevuto per Natale, un disegnino che aveva tracciato a margine di una pagina del libro, una sera che si era fermato in aula studio per preparare un esame. Nel bilancio tra il passato e le promesse del futuro, tra il carico di eventi accaduti e quelli che ancora potevano succedere, iniziava a esserci un disequilibrio importante; nel suo inarrestabile avanzare, il tempo sollevava la foschia nella quale era immersa la vita, svelandone la trama nascosta: un incontro avvenuto trent’anni prima, al quale non aveva dato alcun peso, veniva spiegato a posteriori, attraverso le sue inaspettate e remote conseguenze. Tuttavia, aveva l’impressione che la parte più interessante della sua vita fosse già trascorsa: di giorno in giorno, aumentavano la vividezza di certi ricordi e l’aura luminosa che li circondava; si perfezionavano certi dettagli, che venivano liberati dal superfluo, dal rumore di fondo, dagli errori del caso, con un costante processo di levigatura. Allora si sorprendeva pensando a come certi momenti che aveva considerato marginali, nella storia della propria vita, fossero come diamanti dentro a una montagna. Nel grigio che avanzava, la trasfigurazione, e la paziente mistificazione, offrivano qualcosa di simile alla salvezza.

Arrivarono le sei. L’autista del pullman si accorse all’ultimo momento della sua presenza alla fermata. Dentro c’erano quattro persone, tutte con la mascherina: nella penombra, si vedevano solo gli occhi scuri e stanchi. Appoggiò la testa sul sedile davanti. La luce che scendeva dai lampioni pareva di gomma. Le palazzine lungo la strada, una farmacia, un bar, un centro commerciale avevano acceso i loro lumini colorati. Sua moglie era già in volo e forse, proprio in quel momento, l’aereo era impegnato nelle manovre di atterraggio, sopra di lui: dall’alto, lei guardava giù e vedeva la coltre bianca che ricopriva quella terra, e più su il cielo vuoto e nero, la luna bassa e il tremolio delle stelle, e l’orizzonte immenso; aveva gli occhi aperti e sorrideva nel riflesso del suo viso nel finestrino; lui, invece, là sotto, immerso nella nebbia, scrutava i visi coperti dei suoi involontari compagni di viaggio, la strada invisibile, i fantasmi degli alberi secchi, il mondo che si opponeva; e non vedeva nulla.
Poco dopo, mentre la periferia diventava città e gli oggetti si riappropriavano delle loro forme, e la luce tornava a perforare lo spazio, si disse che forse era solo questione di tempo e le cose si sarebbero sistemate, e anche lui avrebbe capito; ma il riflesso del suo viso smarrito sul finestrino appannato pareva dirgli che, una volta che quel muro bianco fosse venuto giù, non avrebbe trovato più niente, dietro la nebbia che ricopriva ogni cosa.


Christian Baldin, autore della foto di copertina, è nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

Christian Baldin con Francesco Coscioni

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