Corridoi

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Ho pensato a due finali diversi per questo racconto, per questa breve storia di un’ossessione con tanta paratassi e pochissima ipotassi. Sono stato tentato di lasciare entrambe le opzioni – ma alla fine ho preso una decisione. Magari un giorno cambio idea. Buon sabato sera!

Corridoi
di Paolo Zardi

Succede sempre così: siamo in riunione, stiamo discutendo di qualcosa attorno a un tavolo, e lui si alza e dice che deve andare al cesso; esce dalla saletta, percorre il corridoio che porta ai bagni e sparisce dalla mia vista. Dopo meno di un minuto lo rivedo comparire in fondo che si asciuga le mani sui pantaloni – ha sempre dei vestiti eleganti, anche se non ha il fisico giusto per indossarli – e quando torna, si lascia cadere sulla sedia girevole con una specie di tonfo, ci guarda e ci dice di continuare, che non serve che gli facciamo il riassunto. Si rimette subito in pista: prende a dare indicazioni, sistema la scaletta per l’ennesima volta, chiama un fornitore al telefono e lo mette in vivavoce e lo accusa davanti a tutti, lo sbugiarda, arriva perfino a minacciarlo, e quello da principio ha un tono di uno che prova a controbattere, ma poi inizia a ritirarsi, a trovare una via di fuga onorevole; lui allora lo incalza e quando sente di avercelo in pugno impone nuove condizioni – sconti ulteriori, pagamenti a seicento giorni, diritto di reso. Dall’altra parte arriva una voce sempre più flebile che alla fine si arrende: accettano sempre tutto, i fornitori, mandano una PEC di conferma con il nuovo listino mentre ancora siamo al telefono, e fanno fatica a salutare quando chiudiamo. Allora si sfrega le mani e batte pugni sul tavolo, e dice “sì, cazzo, li abbiamo fottuti” e ci guarda negli occhi, fa il giro del tavolo – io vorrei che si fermasse per un attimo sui miei ma lui passa avanti – e poi dice che non c’è niente che gli dia più soddisfazione di metterglielo in culo ai fornitori. Lo fa a tutte le riunioni: ci sediamo, iniziamo a parlare, e dopo qualche minuto ha il controllo di tutto – del monitor, del telefono, dell’aria condizionata. Se serve, manda a chiamare qualcuno (lui non ci va mai) e quando quello arriva lo lascia in piedi sulla porta, e gli fa una domanda secca, senza spiegargli il contesto, stando attento che lui non capisca il tipo di risposta che si aspetta – vuole informazioni certe e utili per i suoi scopi. Finisce, e lo caccia via con un gesto di sufficienza, è stufo di sentirlo; e quando quello è lontano, dice che è un mezzo coglione, o una mezza sega, o un cretino che non capisce niente e che hanno assunto per le quote obbligatorie; poi, però, si sfrega di nuovo le mani, e nel report che stiamo preparando aggiunge la risposta che ci ha dato il tizio, o la infila in una mail che manda a un cliente per fargli capire chi dei due ha ragione, oppure chiama il suo capo e gli spiega che ora è tutto sotto controllo, che ha messo in riga clienti e fornitori, e che li sta facendo sgobbare per bene. Subito dopo si alza e dice che deve andare al cesso. Io lo seguo con lo sguardo mentre cammina lungo il corridoio – butta i piedi in fuori, come fanno spesso quelli tarchiati – e poi entra in bagno e io conto fino a tre, e poi penso che ora si è aperto la cerniera e se l’è tirato fuori e ogni volta provo a immaginarlo – è grosso, esce tozzo da un mucchio di peli, oppure è più lungo e circonciso, e c’è una vena in rilievo che lo attraversa sul dorso, fa una circonvoluzione e poi si inabissa, la cappella rosa che risalta sulla pelle scura – e mi pare di sentirne l’odore di urina, o il sapore che avrebbe dopo che ha finito e si è tolto il preservativo. Una volta ero negli altri bagni e dalla finestra aperta ho sentito lo scroscio del suo piscio. Quando torna ha le mani ancora umide; si toglie la giacca, rimane con una camicia violetta, il gilè strettissimo, si rimbocca le maniche, scopre un tatuaggio sull’avambraccio destro, un cobra che lo avvolge, si sistema i tre o quattro braccialetti che indossa – uno di ferro, enorme come una catena, e una cosa in cuoio, e un altro fatto con uno di quei fili che si usano per le barche – e poi si passa le mani grosse sulla pancia, si sistema la cravatta blu, infila le dita nel colletto e tira il collo a sinistra come per mettersi comodo, si gratta la barba di tre giorni – sento il rumore dei polpastrelli sulla pelle ruvida. E’ peloso, come tutti gli uomini con pochi capelli. Qualche volta ferma tutto e dice che dobbiamo andare al bar a schiarirci le idee; allora scendiamo sotto, ordiniamo dei caffè, qualcuno prende una brioche, lui se ne mangia due, si fa preparare un bicchiere di vino italiano, scherza con la barista, le dice che oggi è più bella del solito – il marito della barista, girato a preparare toast per il pranzo, borbotta qualcosa e scuote la testa – e quando abbiamo finito guarda qualcuno di noi e dice “chi fa questa volta, che non sono Gesù Cristo che paga per tutti?” e ride, ridiamo anche noi, sebbene io non lo abbia mai visto pagare, e forse lui sta pensando che con questa storiella ha inculato anche noi, pensa che beve a sbafo da anni anche se lui è quello che guadagna di più, che in estate va in America a farsi le vacanze con i soldi di qualche fornitore che ha graziato. Ma quando siamo nella sala riunioni, si alza in piedi e passeggia attorno al tavolo passando dietro le nostre schiene, e cerco di non pensare che sotto i vestiti c’è il suo corpo nudo, i suoi capezzoli, le ascelle, e i piedi abbronzati, gli alluci grossi di uno che corre, i polpacci che salgono e scendono, i muscoli dei femori; e mentre cammina, porta in giro il cazzo che ha là sotto, grosso o lungo, circonciso o con la vena e le sue circonvoluzioni; e quando è dietro la mia sedia, in piedi, quel suo cazzo è vicino, a pochi centimetri da me, sotto i pantaloni, sotto le mutande, appoggiato ai testicoli, e se mi girassi, se voltassi la testa, potrei appoggiarci la guancia sopra. Lui continua a girare attorno al tavolo, si ferma, riparte, indica qualcosa sul monitor, si siede sulla poltrona e inizia a scrivere qualcosa, e poi detta una mail, e dice “scrivigli questo, che non abbiamo problemi a trovare un altro fornitore se le condizioni che intende fare rimangono le stesse dell’altra volta, perché purtroppo non siamo un’organizzazione di beneficienza senza fini di lucro, scrivigli, ricordagli che a fine anno dobbiamo stilare un bilancio e che in quel bilancio tutti i soldi che gli diamo finiscono nella parte a sinistra, in quella delle spese” e qualche volta scrivo io, qualche volta un altro collega, e ci dice di non farci scrupoli nel domandare sconti o nel chiedere dilazioni di pagamento, note di credito, storni; poi a volte succede che lui debba andare di nuovo in bagno e allora io lo seguo mentre si allontana lungo il corridoio, e poi sparisce nel bagno, si abbassa la cerniera e se lo tira fuori, e mentre noi di qua parliamo di chi deve mandare quella mail, perché poi il fornitore risponderà, prima o poi, e non sarà semplice da gestire, lui ha il suo cazzo tra le mani, lo tiene tra le dita mentre piscia – ce l’ha sotto gli occhi, lo vede, e poi se lo rimette nelle mutande, si alza la cerniera, si lava le mani, che asciuga sui pantaloni mentre torna verso la sala riunioni e io lo vedo avanzare, robusto e basso, con lo sguarda che punta in avanti, e quando si ributta sulla poltrona, e riprende a parlare o a scrivere sul pc, io guardo quelle mani e quelle dita. Lui poi alza lo sguardo e ci dice che non c’è niente che lo diverta di più che inculare i fornitori e di fottere i clienti – glielo metterebbe in culo a tutti, tutti i giorni, dalla mattina alla sera, solo per il gusto di vederli cedere; e nella sala riunioni tutti ridono perché non siamo noi i clienti o i fornitori, perché quest’uomo sta dalla nostra parte della barricata. Quando lo guardo lui di solito abbassa lo sguardo. Poi si alza e gira ancora attorno al tavolo, passando dietro le nostre poltrone, e qualche volta si affaccia alla finestra e guarda sotto sporgendo il mento in fuori, e dà l’impressione che essere là in alto corrisponda all’idea che ha di noi, dell’azienda, di sé stesso. I risultati che porta sono eccezionali: taglia le spese, aumenta le vendite, tutti i mesi su quello precedente, tutti gli anni sull’anno prima, superando perfino gli obiettivi che i suoi capi gli assegnano, stupendoli ogni volta, ricevendo premi stratosferici ogni dicembre, ed encomi ai meeting aziendali. E lui continua a ripetere che il segreto del suo successo è che se li incula tutti, lo scrive nelle mail, lo dice al microfono che il presidente gli passa dopo avergli fatto le congratulazioni davanti a tutti, prima di Natale – dice “se ci sono bambini in sala si devono tappare le orecchie perché ora sto rivelando il segreto del mio successo, che è lo stesso dell’anno scorso e dell’anno prima: io me li inculo, me li inculo con la sabbia” e la folla ride e batte le mani; poi lui scende dal palco, e io lo vedo in mezzo ai colleghi, una testa più basso di tutti, sempre con il gessato e la cravatta che ormai usa solo lui, vestito come se avesse una divisa che non vuole cambiare mai, più vecchio dei suoi quarant’anni, quasi paonazzo in viso, con i pochi capelli tutti spettinati, e il braccialetto di ferro che gli dondola ogni volta che alza il braccio, e stringe un po’ di mani, dà pacche sulle spalle, e a uno fa il gesto della pistola e poi gli strizza un occhio, prende in braccio un bambino, gli fa un buffetto ruvido, e quello non sa se ridere o essere terrorizzato, e una volta che l’ha messo giù, e il piccolo corre a buttarsi tra le gambe della mamma, fa come un cerchio attorno a sé, e quando quelli sono zitti ripete il suo segreto, lo fa con una voce grossa, bassa, e tutti ridono, come se stesse scherzando, o forse è lo stesso meccanismo che fa ridere i bambini quando hanno paura – quel modo di chiedere “non è vero, giusto?” E poi lo vedo che appoggia su un tavolino un bicchiere di vino che ha tracannato in due secondi, o lo passa a un cameriere che gli è a tiro, chiede a un altro dov’è il cesso e quindi si incammina da solo, incerto sulle gambe, si allontana dal vociare della festa, e mi pare di sentirlo ruttare in lontananza; poi entra nei bagni, si chiude dentro, gira la chiave, si abbassa la cerniera, lo tira fuori e piscia, e lo tiene in mano, tra le dita, e lo guarda con l’occhio alticcio mentre butta fuori tutto quel piscio, e poi lo rimette dentro, si lava le mani e torna nella sala del meeting, e prende dei salatini, degli arachidi, se li porta alla bocca e poi si pulisce sui pantaloni. Beve ancora, chiede altri bicchieri, impone brindisi a tutti, alza il calice, trova una bottiglia e alza anche quella; sale sul palco, prende il microfono, chiede un applauso per tutti noi, e alcuni iniziano a gridare il suo nome, e lui muove il bacino avanti e indietro, fotte l’aria e ride; poi porta la bottiglia alla bocca e beve a canna, si pulisce la bocca con il dorso della mano, scende sul palco, passa la bottiglia a un cameriere e va verso il corridoio dei bagni. Festeggia sempre. Ieri ci ha invitati a cena, perché ha concluso un affare che seguiva da mesi, ed è contento, vuole brindare con noi che siamo la sua famiglia, dice – ha mollato la moglie due o tre anni prima per una che lavora all’ufficio acquisti, ha anche un figlio che ogni tanto chiama dall’ufficio, un bambino piccolo, o ritardato. Vuole che ci mangiamo qualcosa insieme; andiamo al sushi, ordiniamo barche piene di surimi, tartare di salmone, alghe, i temaki, gli uramaki e i futomaki, i tiger roll e la tempura, e beviamo birra; poi dividiamo. Quando usciamo è freddo, gli alberi sono tutti morti, suona l’allarme di una macchina lontana, un gruppo di ragazzi rumorosi passa dall’altra parte della strada, il respiro fa il fumetto, dondoliamo sui piedi, siamo un po’ sbronzi. Gli chiedo un passaggio; salgo sulla macchina, lui accende la radio e parte, mi chiede se mi dispiace se si fuma una sigaretta, io gli dico di no, me ne offre una, gli accendo la sua e gliela passo, teniamo i finestrini abbassati, in giro non c’è nessuno, sembra che Helsinki sia stata colpita da un’epidemia; prende la Helsingegatan, poi va per Aleksis Kiven katu e quindi gira verso Hämeentie, continua sulla Tusbyleden, esce, arriva in Perkiöntie; l’insegna blu del K-Supermarket lampeggia nella notte; si ferma davanti a casa mia, spegne il motore, alza il volume della radio, mi appoggia una mano sulla gamba e io non dico niente. Si gira verso di me e nel buio vedo gli occhi che luccicano. Vorrei avvicinarmi e baciarlo, vorrei prenderlo per mano e portarlo su, e toccarlo, e togliergli i vestiti di dosso. Come un fornitore, gli direi: vieni qui come se fossi un tuo fornitore. Dopo, dalla camera da letto lo seguirei lungo il corridoio mentre va in bagno e mi siederei sul bordo della vasca per guardarlo mentre svuota la vescica. Questo, farei. Lo prenderei per mano e lo porterei di sopra. Lo fisso nella penombra dell’abitacolo. I nostri visi si avvicinano ma non succede niente: non succede mai niente, quando mi accompagna a casa. Stiamo zitti, immobili, lui non dice una parola, sposta lo sguardo e osserva la strada deserta davanti a noi, toglie la mano dalla gamba; scendo senza nemmeno salutarlo, faccio i dieci metri del vialetto e non mi giro indietro, salgo le scale due gradini alla volta, entro, mi tolgo il cappottino, mi sfilo la gonna, mi distendo sul divano, e tengo le luci spente mentre aspetto di sentire la sua macchina che riparte. Guardo la luce giallastra che entra dalla finestra per qualche minuto; poi, a tentoni nel buio, percorro il corridoio, raggiungo il bagno, mi siedo e ascolto il rumore della pipì che scende.


La foto di copertina è di Christian Baldin

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