Vinile

Ancora un capodanno, il cinquantunesimo. Da quello che so, il conteggio dei giorni, del ciclo della luna, delle stagioni e poi degli anni che si ripetono, è presente in tutte le culture del passato, o almeno in quelle capaci di scrivere e di contare. Ne “Il mulino di Amleto”, che prima o poi tornerò a rileggere, viene spiegato come molti dei miti del passato sono (anche) lo strumento con il quale venivano tramandate informazioni scientifiche sul moto degli astri. Gli antichi avevano capito che le costellazioni si spostavano – ora a quel movimento diamo il nome di precessione degli equinozi – ed è un movimento così lento (il suo periodo è di circa 25.000 anni) che nessun essere umano è in grado di percepirlo nel corso della sua vita; eppure, allora era chiaro che l’asse dell’Universo era uscito dal suo giunto e aveva iniziato a macinare stelle: gli dei erano caduti, era finita l’età dell’Oro, nulla era più come prima. Ne parlano innumerevoli poemi spuntati in giro per il mondo, migliaia di anni fa.
E in questo nostro contare, nella nostra organizzazione del tempo in strutture diversificate, c’è una componente periodica – gli anni si ripetono, il mio compleanno ritorna ogni 12 luglio, e così le lucette di Natale, la primavera, il respiro delle giornate che si allungano e si accorciano periodicamente, e la sveglia tutte le mattine alla stessa ora che ci spinge ad affrontare il nostro personale giorno della marmotta – e un’altra che invece continua a crescere in modo irreversibile. Il primo gennaio è sempre il primo gennaio, ma quest’anno sono più vecchio – e non è la stessa cosa.
Nel tempo della vita che ci è concesso, abbiamo queste tre cose con le quali ci confrontiamo quasi sempre: il presente, nel quale ogni cosa è importante; il futuro, pieno della nostra fantasia; e poi tutti i giorni che abbiamo vissuto, con gli eventi che sono accaduti. Con il passare del tempo, le proporzioni continuano a variare, e sempre con lo stesso segno: a una continua crescita del passato, corrisponde una riduzione sempre più marcata del futuro. Da ragazzo, tutto era ancora là, in quel grande calderone di anni che immaginavo davanti a me (ricordo bene quando pensavo al 2020, a quando avrei avuto cinquant’anni – ricordo bene cosa pensavo, di me quando avrei avuto questa età); ora, invece, mi accorgo di essere sempre meno interessato a ciò che accadrà. Il 21 febbraio dell’anno scorso ero in treno e tornavo da Roma. Avevo il raffreddore e un po’ di febbre. Pensavo a come avrei trascorso il fine settimana; il giorno dopo, il sabato sera, ho accompagnato mio figlio a una festa per un diciottesimo e poi sono andato a prenderlo poco prima di mezzanotte; mentre tornavamo a casa ho visto passare un’ambulanza con le luci accese e silenziosa – veniva da Ponte di Brenta, dove quel giorno c’era stato uno dei primi casi di Covid, e avevo pensato: “è così che iniziano le cose”. Quali progetti avrei potuto mantenere, nel 2020? Cosa immaginavamo allora dei mesi che sarebbero arrivati? Tutto succede per caso; il mondo travolge i piani; e alla fine, la vita che ne viene fuori, questo guazzabuglio di eventi imprevedibili, va bene lo stesso, non cambia niente di sostanziale – cioè il fatto che ci siamo, che siamo presenti – ed è questo casino, questa sequenza disordinata di fatti, quella che rimpiangeremo quando sarà il momento di levare l’ancora.
Il passato, al contrario, è diventato sempre più grande: enorme, immenso, sconfinato. A volte è un frattale che può essere esplorato sempre più a fondo; in altri casi oppone una resistenza impenetrabile. Ai primi di dicembre mi è arrivata una multa per aver oltrepassato un varco della ZTL. Ho cercato sul telefono e ho visto che mezz’ora prima ero a casa – avevo scattato una foto del mio gatto. Poi mi è venuto in mente che io e Dunja avevamo parcheggiato proprio in quella via; ma non c’è stato verso di ricordare dove siamo andati, dopo aver parcheggiato (ho usato gli Spostamenti di Google: eravamo andati a mangiare un gelato in centro). Ma cosa avevo fatto il giorno prima? Quello dopo, lo ricordo bene, sono andato a comprare una lavastoviglie (Google conferma).
Questi dettagli, tuttavia, non sono poi così importanti. Ciò che conta è che tutta la mia vita – cioè ciò che sono adesso – è là, in quei cinquanta anni e passa in cui sono sempre stato presente. Un tempo mi pareva che il ricordo fosse struggente perché tutto ciò che è stato non sarà più. L’esistenza come una sequenza di tante piccole morti: la morte dell’asilo (del salone dove giocavo con i miei amici), la morte del mio quartiere così come lo vivevo da bambino, la morte delle feste delle medie – dove se n’è andata Giorgia che a novembre o dicembre del 1983 aveva organizzato una festa a casa sua? – e la morte di quella particolare versione di Paolo… Ora, invece, inizio a percepire che le cose che mi sono successe – un sabato pomeriggio del febbraio del 1986, una cena nel novembre del 1987, il primo giorno dell’Università, la cantina di casa mia dove ho iniziato a diventare grande, il salotto della prima casa, il Paolotti, la nascita dei figli…. be’, esistono, ci sono: non sono affatto svanite.
Esistono momenti che con il passare degli anni si sono levigati fino a diventare perfetti; ci sono altri momenti che con il senno di poi hanno avuto poca importanza, eppure sono là intatti, precisi, misteriosamente vividi. Nell’estate del 1983, ad esempio, quando avevo 13 anni, ho passato un pomeriggio in un grande magazzino di Copenaghen: c’erano un televisore dove andavano a ciclo continuo i videoclip associati a “Flashdance” che in Italia sarebbe arrivato qualche mese dopo, e uno ZX Spectrum collegato a uno schermo; ebbene, di quell’ora io ricordo tutto, come se fosse successo ieri mattina: ricordo non solo ciò che era successo (praticamente niente) ma anche, e soprattutto, come vedevo io quelle cose – la consistenza dei tasti di quel minuscolo computer, la scritta lampeggiante che compariva sullo schermo, le singole scene dei videoclip, l’intero piano del grande magazzino, il fatto che non c’era alcun motivo per il quale mi sarei dovuto fermare tutto quel tempo in quel posto senza senso, eppure non me ne andavo. Ora, di fronte alla vividezza di questo ricordo – uno dei milioni che posso recuperare dal repertorio delle cose successe -, posso scegliere di considerarlo come una sorta di stravaganza, un accidente della memoria che per caso ha trattenuto qualcosa priva di valore, i detriti che rimangono nel setaccio; oppure posso cercare di spingermi più a fondo in quel giorno, nella sua ricostruzione personale, e cioè di cosa sentivo, di cosa pensavo e, soprattutto, di come vedevo e immaginavo il futuro che avevo davanti. Io ora so come sono andate le cose; quel Paolo, no.
So, per averlo sentito dire, che Proust dedicò la seconda parte della sua vita a ricostruire quella precedente. Lo capisco, ha fatto bene, è un’attività straordinariamente bella. Il futuro, e in questo sono d’accordo con Nabokov, semplicemente non esiste: è vuoto, privo di qualsiasi consistenza e realtà, è il nulla. Mi auguro, e lo auguro, che le cose vadano bene a tutti, ma non so cosa c’è dentro questo 2021 che sta iniziando. E questo presente…. che piccolo che è, rispetto a tutta quella mole di coincidenze, pomeriggi, passeggiate, notti, libri, baci, passeggiate, specchi, scoperte, cenoni, sbronze, corse, pianti e pugni, lettere, telefonate, lenzuola, odori, tiri in porta, peli, interrogazioni, prime volte, grembiuli appena stirati, tè con i biscotti, nonne, scale, patatine, nuotate, carezze, spiagge, laghi, sacchi a pelo, autostop e metropolitane, occhiate, caffè… E’ la mia vita, è ciò di cui sono composto, è l’unica cosa che posso dire di possedere realmente. Assomiglia ai solchi su un vinile, il passato: esiste solo se lo fai suonare.

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La foto di copertina è di Christian Baldin.

Christian Baldin, autore della foto di copertina, è nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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