Di tutte le anime che create esistono

Si svegliano alle sei per il fragore del primo tram. Subito dopo arriva la Direttrice, che percorre lo spazio tra le due file di letti, sussurrando i nomi di tutte e scuotendo con forza le strutture metalliche dei letti a castello. Allora le ragazze si alzano e scendono, e a piedi nudi, in fila disordinata, come fantasmi nelle loro camicie da notte, vanno verso le latrine senza porte, si siedono sulle tazze gelide e orinano; a qualcuna scappa un po’ d’aria, e una delle più giovani, che non riesce a evitare di ridere, cerca di non farsi sentire. L’acqua che esce dai lavandini è fredda; quella della caraffa che lasciano in un tavolino accanto all’entrata si è ghiacciata durante la notte.
In silenzio tornano nella camerata, rifanno i letti, si cambiano – ripongono le vestaglie nell’armadio comune. Sono assonnate. Arriva una donna con il tè caldo; le ragazze tendono il bicchiere al suo passaggio; bevono sedute sui bordi del letto, con piccoli sorsi; gli occhiali di Federica si appannano. Hanno pantofole di feltro, tute sgangherate, capelli sporchi che tengono fermi con cerchietti di plastica.
Vanno nella sala grande, si distendono sopra i materassi buttati a terra, accendono il dispositivo e iniziano a scrivere. Matilde ha male a una spalla, per la posizione scomoda, ma non si lamenta. Emilia, invece, ha il muso lungo.
“Cos’hai?” le chiede. Spesso Emilia è triste: mangia poco, scrive lentamente, e la sera, quando va a dormire, sospira .
“Niente, non ho niente” le risponde sottovoce. Ha gli occhi gonfi come se avesse pianto e la voce un po’ le trema. Una volta le ha confidato che teme di non farcela più. Matilde cerca di darle forza: le dice che bisogna resistere, che fuori è peggio. Emilia è come se non la sentisse. Dice: “non so più cosa scrivere”.
Matilde prova a distrarla. “Ieri sera la Direttrice mi ha portato Mansfield Park. Non lo avevo mai letto. Tu hai mai letto Jane Austen? Ci sono tante idee divertenti, là dentro. Una bella trama”. Con il tempo, ognuna di loro ha sviluppato una particolare inclinazione per un genere specifico. Matilde è brava a raccontare soprattutto le storie delle Famiglie Reali: all’inizio si è occupata di ridisegnare le personalità dei Windsor, rendendole più accattivanti; è stata lei, ad esempio, a inventare il matrimonio di Henry con la ragazza di colore. Le sue notizie finiscono quasi sempre nella sezione Cronaca rosa delle riviste.
Emilia, invece, è portata per scrivere storie tragiche di bambini. Una delle sue prime insegnanti è stata la donna che aveva ideato il dramma di quel bambino finito nel pozzo: l’ultima volta che l’aveva vista, la donna ormai vecchia le aveva confessato che se fosse stato per lei non lo avrebbe mai fatto morire; ma c’erano state pressioni in questo senso, delle richieste dall’alto. Con il tempo Emilia ha sviluppato uno stile personale, che si basa su due ingredienti fissi: violenze domestiche e malattie incurabili. La Direttrice una volta le aveva fatto i complimenti perché sapeva tenere intere nazioni con il fiato sospeso; da qualche mese, però, viene spesso richiamata. Manca qualcosa di importante, nelle notizie che produce. La gente clicca sul titolo ma non arriva quasi mai alla fine. Gli inserzionisti, ha detto la Direttrice, stanno scegliendo altro.
“Da ragazza sì”, dice Emilia come se si fosse svegliata da un sogno. “Da ragazza ho letto tutti i romanzi della Austen, ma non me li ricordo più”.

A mezzogiorno arrivano i panini. Le luci al neon tremolano sopra di loro: ogni tanto passa un tram. Quando parlano, tengono il tono di voce così basso che è difficile capire quello che dicono. I locali, i cui muri grondano di umidità, sono stati ricavati sotto una vecchia fabbrica di mobili. Il cibo arriva attraverso due botole, ed è preparato da persone che mettono a rischio la loro vita. Ci sono passaggi segreti, finte librerie, pertugi. La biancheria se la devono lavare loro, senza sapone, nei bagni della camerata e tutto ha ormai lo stesso odore. E loro sono diventate pallide, senza la luce del giorno: hanno occhi orlati di scuro. Qualche volta sentono dei passi proprio sopra la loro stanza: allora smettono di scrivere, trattengono il respiro e stanno zitte. Hanno paura perché temono di essere scoperte. La paura più grande, però, è che tutti smettano di leggerle.
L’anno prima qualcuno aveva inventato la notizia del virus. Era nata come una cosa marginale, una storia di province lontane; con il tempo, però, il filone si è evoluto in un crescendo di terrore. La Direttrice le ha spinte verso i libri distopici: “cercate qualcosa che sia al passo con i tempi”. La più brava è stata Federica, che non teme nulla. Matilde è riuscita a trovare comunque uno spazio in quella valanga di brutte notizie: storie di nonni e infermiere, beneficenza e pasti gratuiti, gli inni cantati in terrazza, la gente con il flauto. Emilia, invece, non sa più cosa scrivere. Le ha confessato che la notte sogna i bambini che manda a morire. “Ho perso la strada. Qualche volta mi pare di morire dal freddo”.

Il pomeriggio procede silenzioso. Rosella dice di avere mal di pancia: le portano una tisana che non sa da niente. Matilde pensa al vecchio re di Spagna: vorrebbe scrivere una commedia grottesca su di lui e provare poi a mandare il libro a qualcuno. Fuori, però, non esiste più nulla. Non riesce nemmeno a ricordare com’era, il mondo. Un mese prima sono arrivate due ragazze molto giovani: all’inizio erano spaurite ma poi avevano preso coraggio fino a diventare insolenti. Una aveva detto che quella era una prigione, ed era stata allontanata; ora l’altra rimane sempre per conto suo, in un angolo della sala, e dorme per terra, la notte; piange e trema e quando le chiedono qualcosa lei non dice niente.
Arriva l’ora della cena. Spengono i dispositivi e si mettono sedute sui materassi. Dalla botola scendono altri panini, sono al formaggio. Il salone sembra più caldo. Alcune si tolgono i calzini di lana e si massaggiano i piedi a vicenda; una si improvvisa parrucchiera e inventa nuove acconciature per le altre ragazze; le carezze furtive rimangono nascoste. La Direttrice porta un regalo, una bottiglietta di smalto rosso che consegna a Matilde, con la raccomandazione di condividerlo con le altre; poi si avvicina a Emilia e le dice di seguirla. Emilia si alza – in piedi sembra quasi uno scheletro – e va con la Direttrice in un’altra stanza, e quando torna, dieci minuti dopo, tiene lo sguardo basso e non vuole parlare con nessuna: si rannicchia in un angolo, con lo sguardo rivolto al muro, e si vede la sua schiena magra che un po’ sussulta e poi si ferma. Matilde cede lo smalto e le si avvicina in silenzio, camminando a quattro zampe tra i materassi, come un gatto e quando è vicina a lei, improvvisamente le torna in mente il ricordo di un cane che, legato a una catena fissata una rotaia, correva avanti e indietro, e ogni volta che arriva a uno dei due estremi della sua inutile corsa, si stupiva incredulo per lo strattone che lo bloccava. C’era anche un albero di susine, là vicino: a fine agosto la frutta cadeva a terra, mostrando gli ossi marroni. Cerca di ricordare dov’era, e chi c’era con lei, ma sente solo tanto freddo. Ha poco più di quindici anni ma pensa che forse che è così, diventare vecchi. Si distende dietro ad Emilia come un cucchiaio, e mentre l’ultimo tram della notte sferraglia, vuoto, sopra di loro, si addormentano in quel piccolo calore.


Christian Baldin, autore della foto di copertina, è nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Amanda ha detto:

    Un po’ “le assaggiatrici” bell’ambientazione/atmosfera ma molto, molto bello

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    1. Paolo Zardi ha detto:

      “Rosella dice di avere mal di pancia” 😉
      Un abbraccio e buon anno!

      Piace a 1 persona

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