Sul più lontano pendio

Da tempo gli faceva male un molare, a sinistra, nell’arcata superiore, una carie che aveva trascurato perché era un periodo non facile, dal punto di vista economico – a casa aveva avuto molte spese impreviste, per una drammatica sequenza di guasti di elettrodomestici e di gomme bucate, di tasse arretrate e perfino un albero che era caduto sul condominio tirando giù il tetto: stava ancora pagando le rate. Ma un giorno era andato a pranzo con un collega, che aveva insistito tanto affinché si vedessero in un ristorantino in centro, una sala sei metri per sei per un totale di otto posti stretti, che presentava tutta una serie di specialità senza senso, a prezzi fuori mercato: solo con il primo bicchiere di vino, tra l’altro un po’ marsalato, si era giocato due buoni pasto. Il cameriere, poi, insisteva come se avesse una provvigione sul conto. A questi piccoli dispiaceri economici, si era aggiunto un errore del cuoco: mentre preparava i loro piatti, gli era caduto un pezzo di guscio di noce tra le patate che accompagnavano una fettina di manzo sottile come una particola e poco più grande di quella; lui l’aveva addentata e il molare, già compromesso, era andato in frantumi, lasciando scoperto la radice, la parte sensibile del dente. Il titolare si era scusato in ogni modo, e avrebbe applicato uno sconto del dieci per cento sul totale se il suo collega non si fosse rifiutato di accettarlo, categoricamente.
La sera, dopo un pomeriggio da incubo, era andato a cena dai suoi. Sua sorella, che da giovane avrebbe voluto fare la dentista (ma era rimasta incinta a diciotto anni), e che ora viveva nella casa paterna, dopo che il figlio si era trasferito dal padre che li aveva lasciati, gli aveva dato un’occhiata; con il manico di una forchetta aveva dato due colpetti che lo avevano fatto sussultare.
“Qui è tutto rotto” aveva detto alla fine. “Devi farti fare un ponte”; e poiché sapeva che lui non se la passava bene, aveva aggiunto “Croazia”.

Cercò in Internet. Trovò delle cliniche dalle parti di Parenzo. Quasi tutte venivano a prenderti fino a casa, con un pulmino. I prezzi erano bassi, tanto che si convinse che dietro a quelle attività si nascondessero truffe, riciclaggi, rapimenti. Chiese consiglio alla sorella e poi a un amico, ed entrambi lo rassicurarono, spiegandogli che da quelle parti i dentisti occupavano, nella scala sociale, lo stesso gradino dei parrucchieri, dei podologi e delle estetiste, tutta gente che per denaro era disposta a prendersi cura degli aspetti più disgustosi dei corpi umani, e come quelli, come i parrucchieri, le estetiste e i podologi, si facevano pagare il giusto: nessun dentista croato era diventato ricco, se non sgobbando dalla mattina presto fino alla sera tardi, tutti i giorni della settimana compresi i festivi, per anni e anni.
Mandò una mail e quelli gli risposero dopo cinque minuti, con una lettera scritta in un italiano perfetto con la quale gli dicevano che erano contenti che si fosse rivolto a loro e che erano sicuri che da quell’esperienza avrebbe tratto un’enorme soddisfazione: il dolore ai denti, avevano spiegato, è, tra tutti i dolori che tormentano l’uomo, uno dei peggiori, perché il percorso che collega la radice di un molare, o di un incisivo, al cervello è così breve che il segnale non perde di potenza. Allegato alla mail, c’era il listino prezzi che comprendeva tutto, dal viaggio di andata e ritorno fino agli antidolorifici che gli avrebbero consegnato al termine dell’intervento. Il pullman, attrezzato con le più moderne tecnologie – c’era anche il bagno e il collegamento wifi – sarebbe passato a prenderlo a casa e là lo avrebbe riportato alla fine della giornata. Gli chiedevano la carta di credito per garanzia, ma non avrebbero prelevato un euro fino a quando non fosse tutto finito, e per il verso giusto. Avrebbe voluto pensarci almeno qualche giorno, come era solito quando doveva prendere quel genere di decisioni, ma poiché il dente non aveva smesso di fargli male, e anzi, ora lo tormentava anche la notte, quando cercava di dormire, accettò la proposta: compilò il modulo, mandò i suoi dati, i riferimenti della carta di credito e il numero di telefono, e immediatamente fu chiamato da un numero sconosciuto – dall’altra parte c’era una voce di donna con un leggero accento slavo che lo ringraziava per la preferenza che aveva loro accordato; visto il particolare problema di cui soffriva, avevano deciso di dare massima priorità al suo intervento, e se quindi lui non aveva impedimenti di qualche tipo il giorno dopo, alle sei e un quarto, avrebbe trovato il pullman ad aspettarlo sotto casa.

Il giorno dopo, alle sei e un quarto, sotto casa c’era un pullman bianco che lo aspettava. L’autista, un omone grosso e sorridente, lo aiutò a sistemare la borsa nel bagagliaio e poi, una volta che furono saliti, gli mostrò il posto che gli aveva riservato. I pochi compagni di viaggio indossavano mascherine per coprire gli occhi e sonnecchiavano con la bocca spalancata; a occhio, erano tutti molto più anziani di lui. Nel doppio sedile accanto al suo, separata dal corridoio, c’era una coppia, un uomo e una donna, entrambi magri, quasi secchi, lei con i capelli bianchissimi, lui quasi calvo, e dormivano con le fronti appoggiate l’una all’altra, la mano di lui nella mano di lei, le ginocchia che si sfioravano.
Nel corso delle due ore successive attraversarono il Veneto in lungo e in largo, per tirare su altri vecchi; con alcuni si erano dati appuntamento in un autogrill dopo San Donà di Piave e quando li trovarono davano l’impressione di essere brilli, perché ridevano, erano rossi in viso e si davano gomitate come se si conoscessero da anni. Il più giovane di loro aveva superato l’ottantina.
Arrivati al confine con la Slovenia, con il pullman praticamente pieno, salirono due donne bionde, quasi identiche tra di loro, ma diversissime nell’altezza, con una valigia enorme che appoggiarono alla prima fila di sedili (su richiesta dell’autista, era rimasta vuota, nonostante le tante insistenze di qualcuno); collegarono quindi un microfono rosso all’impianto audio del pullman e si presentarono: erano Irina e Jagoda, la alta e la nana, gli stessi occhi azzurri, entrambe con l’espressione imperscrutabile e la pelle di alabastro che caratterizzano talune donne dell’est. Come due prestigiatrici, iniziarono a tirare fuori dalla valigia una serie interminabile di pentole di tutte le dimensioni. Le vecchie parevano contente di quello spettacolo e commentavano ad alta voce ogni nuova uscita, gridando i nomi dei piatti che avrebbero voluto preparare, e specialità della loro tradizione culinaria. Nel frattempo, forse disturbata da quel vociare, la coppia si era risvegliata: lui lo guardava con un viso provato e sorridente, mentre lei pelava una mela, e la faceva a cubetti per poi passarli a lui.
“Anche lei va a Parenzo per i denti?” gli chiese la signora.
“Uno solo, a dire il vero. Un molare che si è rotto a causa per il guscio di una noce”.
“E si fa tutto questo viaggio per un dente?”. Il signore appoggiò una mano sul braccio di lei, come per dirle di non essere troppo impertinente.
“In realtà no” rispose lui, “sono interessato alle pentole delle due signore” e sorrise.
“Lei ci prende in giro solo perché siamo anziani” gli rispose la donna, ma rideva. Aveva un viso piccolo, rugoso ma luminoso, e un paio di occhietti vispi. L’uomo, invece, sembrava stanchissimo, anche se cercava di non darlo a vedere.
“Tra tre mesi facciamo cinquantacinque anni di matrimonio. Tre mesi e due giorni, a dire il vero. Sa come si chiamano le nozze a cinquantacinque anni?”
Ci provò, anche se con scarsa convinzione: “Di marzapane?”
“Smeraldo. Sa di che colore è lo smeraldo?”
“Verde, mi pare di ricordare”.
“Come la speranza” aggiunse il vecchio, sottovoce. Intanto Jagoda e Irina avevano tirato fuori una piastra di ghisa larga un metro con la quale era possibile, dicevano ora l’una, ora l’altra, cucinare anche dieci bistecche contemporaneamente.
“Andiamo a rifarci i denti davanti” continuò la donna. “Faremo tante foto, nel giorno dei festeggiamenti, e vorrei che non sfigurassimo. Abbiamo due figlie e molti nipoti, tutti con quei telefoni che si usano adesso. Dobbiamo essere pronti”.
Poi la signora chiese permesso e, indicando l’angolo dove c’era il gabinetto, si allontanò lentamente. Non appena rimasero soli, il signore gli fece cenno di venirgli più vicino.
“Senta… Mia moglie è una brava signora, lo avrà visto anche lei. È buona e ha fatto molto per la nostra famiglia. Ma io, non si spaventi, glielo dico in confidenza, io non sto bene, ormai da qualche mese. Il cuore fa le bizze. Lei si comporta come se non lo sapesse, perché è convinta che se dice che non è vero allora non succederà. Ha un indole da comandante, un po’ una dittatrice – una dittatrice buona, si intende, tipo Mussolini. Ci ha sempre messi tutti in riga, ma con gentilezza. Adesso non so se riuscirà ad accettare che qualche volta le cose sfuggono al suo controllo…”. Dietro all’uomo, oltre il finestrino, si vedeva il mare in lontananza che luccicava sotto il sole di mezzogiorno. Presto sarebbero arrivati nella clinica dentistica, dove li aspettavano per gli interventi. Dai video pubblicati sul sito aveva visto che c’erano un’organizzazione bellica, e receptionist alte due metri con divise da infermiere porno che dirigevano il traffico dei pazienti all’interno della struttura, e dentisti giovani e sorridenti con gli occhi azzurri. L’uomo gli toccò una mano. “Se succede oggi, dia una mano a mia moglie”.
“Se succede cosa?”
Le bionde delle padelle stapparono una bottiglia di spumante per festeggiare l’acquisto di un intero set per il barbecue, piastra da un metro compresa, da parte di una signora corpulenta che dalle ultime file si era sbracciata come se fosse a un’asta di quadri. Sua sorella gli mandò un messaggio per chiedere come stava andando. Pochi minuti dopo arrivarono a destinazione.

Il campanile di Parenzo, in stile veneziano, lo si vedeva in lontananza: la clinica, infatti, era nella prima periferia del paese, immersa in un bosco di pini marittimi, corbezzoli e alberi di mirto, al quale si arrivava scendendo per una strada sterrata. Il luogo, i servizi, l’accoglienza si discostavano di poco da quanto era stato promesso. Le infermiere erano davvero molto alte, ad esempio, anche se alcune assomigliavano a delle cavalle, e non avevano l’inclinazione pornografica che invece risaltava in maniera così evidente nei video promozionali – lo scarto incolmabile tra marketing e realtà; tutto era pulito e in ordine, e chi voleva poteva sedersi su una delle panchine del giardino, e dal là godere della brezza gentile. Ripensò al suo dentista, alla sala d’attesa con il divano di finta pelle verde, inspiegabilmente basso, e i giornali sul tavolino che non cambiavano mai, e il rumore dei trapani che arrivava dalle due salette, i lamenti, le parole incomprensibili degli sfortunati che cercavano di parlare con il tubo aspira saliva in bocca, e l’odore di medicamenti che riempiva tutta l’aria disponibile; ogni tanto il dentista si spingeva fino alla sala d’aspetto per verificare di persona la situazione che l’assistente aveva tentato di spiegargli per un’ora, e cioè che ormai non sapeva più dove mettere i pazienti in attesa: metteva dentro la testa – aveva una ridicola cuffietta, e la mascherina azzurra a coprirgli la bocca, gli occhiali di plastica contro gli schizzi di sangue e saliva – e la scuoteva da una parte all’altra, come se non si spiegasse tutta quella concentrazione di persone. Prima di lui, c’era sempre qualche caso umano – ragazzi con denti mangiati dallo zucchero – o una tettona alla quale il dottore dedicava sempre un tempo sproporzionato. Quando poi, dopo un’attesa infinita, arrivava il suo turno, veniva piazzato sulla poltrona appiccicosa, e l’assistente subito gli attaccava un tovagliolo sotto il mento, fissandoglielo con una catenina di palline di metallo, e lo obbligava a sciacquarsi sul lavandino, rifiutandosi poi di spiegargli grazie a quale meccanismo veniva riempito il bicchiere fino all’orlo, senza che l’acqua uscisse. Dopo qualche minuto, a causa della lampada sparata sugli occhi, il dentista compariva avvolto in un alone di luce insopportabile, come se fosse un santo o un inquisitore, e poi gli si piazzava su un fianco, sempre troppo vicino, per i suoi gusti, e nei minuti successivi pareva dimenticarsi che attorno a quella bocca spalancata, attaccato a quei denti, c’era un essere umano. Sacramentava quando qualcosa andava storto; insultava quei molari così recalcitranti – se avesse potuto, li avrebbe fatti esplodere con il tritolo.
Là a Parenzo, invece, sembrava di essere in una spa, o in uno di quei centri di ritiro spirituale dove le persone si trovano per fare meditazione e raggiungere nuovi livelli di consapevolezza. Forse, prima di partire, sarebbe riuscito anche a farsi una sauna.

Attorno alle cinque, avevano finito tutti. Il suo intervento era stato rapido e indolore. La dentista profumava di mentine e preservativi. Una delle receptionist gli diede un questionario da compilare con il suo grado di soddisfazione: dieci su tutti i punti. Già cercava di immaginare quale sarebbe stato il prossimo dente che sarebbe venuto a sistemare.
Salirono sul pullman – valeva la regola priva di senso per la quale, nonostante i posti all’andata fossero stati dati a caso, al ritorno ciascuno si sentiva in dovere, o riteneva di avere il diritto, di occupare esattamente lo stesso. Due vecchie discussero animatamente per un sedile che reclamavano entrambe, e dovettero chiamare altre vecchie a testimoniare; queste, tuttavia, non riuscivano a emettere un verdetto unanime: una di loro era perfino convinta di non averle mai viste. Lanciarono una moneta in aria, la persero, si accusarono a vicenda di furto; intervenne l’autista, che si dimostrò salomonico spedendo le due contendenti agli estremi del corridoio del pullman.
Ripartirono. Le venditrici di pentole ora passavano di sedile in sedile proponendo un libro su Medjugorje, con santini e altri amuleti originali del posto – una di loro, la nana, era tornata da poco da un viaggio al santuario, dove aveva avuto modo di vedere anche lei la Madonna dal vivo. Quella vendita ebbe più successo delle pentole: lui fu l’unico a non comprare nulla.
Dopo aver varcato il confine con l’Italia, molti dei passeggeri presero sonno, cullati da una raccolta di notturni che l’autista aveva trovato chissà dove. Qualcuno iniziò a ronfare. Lui chiuse gli occhi. Non gli sembrava vero di non sentire più il dolore al dente. Poi sentì una mano che gli toccò il braccio: era la donna del sedile accanto, che dalla penombra la guardava con uno sguardo allarmato.
“Credo che mio marito non si senta bene”.
Si alzò e si avvicinò a loro. Chiamò il vecchio ma non rispondeva. Provò a scuoterlo, gli appoggiò le dita sulla gola e non sentì alcuna pulsazione. Prese gli occhiali della donna e li piazzò davanti alla bocca dell’uomo: non respirava.
“Da quanto è in questo stato?”
“Non lo so” piagnucolò la donna “mi ero addormentata” e lo diceva come se fosse una colpa. Aveva mollato la presa per un attimo e le cose non erano più andate per il verso giusto.
Prese il corpo dell’uomo – non pesava più di quaranta chili – e lo distese sul corridoio, e poi gli salì sopra e iniziò a massaggiargli il cuore, a insufflargli aria nella bocca, e di nuovo a spingere sul torace magro. Chiese anche se c’era un medico tra i presenti. Alzò lo sguardo per un attimo: davanti a loro, alla fine dell’autostrada, un sole rosso, quasi africano, stava tramontando con un certo gusto per la metafora. L’autista trovò una piazzola abbastanza grande e si fermò là. Lui continuò a pompare aria nei polmoni del vecchio per dieci minuti e a battere con i pugni: pensava al verde dello smeraldo, alle foto con i denti nuovi, a tutti i nipotini. Ma non c’era nulla da fare. La moglie, che aveva assistito da vicino al disperato tentativo di salvarlo, si sedette sul sedile e si coprì il viso con le mani.
“Credo che si debba chiamare qualcuno” disse lui all’autista.
“Perché?” chiese la donna con voce ferma.
“Non lo possiamo lasciare qui”. Sembrava che il corpo stesse diventando ancora più piccolo. L’autista andò verso il posto di guida dove teneva un quaderno che sfogliò alla ricerca di un numero di telefono.
La donna, invece, mentre nessuno la vedeva, si era spostata vicino ai piedi del marito e aveva iniziato a tirarlo con fatica. La vecchia tarchiata, quella che aveva comprato l’intero set di pentole, le diede una mano: insieme alla donna, trascinò il corpo fino alla fine del pullman e poi li lasciò soli. La donna si tolse la giacca leggera che indossava e la posò sopra al marito perché non prendesse freddo, e poi si distese accanto a lui. Erano piccoli, insieme – non facevano neanche una persona normale. Le altre vecchie rimasero in silenzio per qualche istante; poi la venditrice, quella alta, Irina, tirò fuori uno dei libri sulla Madonna che aveva venduto per tutto il viaggio di ritorno, girò qualche pagina e infine trovò una preghiera. Le voci, dapprima timide e tremolanti, presero coraggio e iniziarono a seguire quella di Irina, come il coro attonito di una tragedia greca. Il sole era tramontato e tutto l’orizzonte, a ponente, era diventato azzurrino. Lui guardò la coppia distesa e per un momento gli sembrò che si stesse sollevando dal suolo; era convinto che, se solo lei lo avesse voluto, sarebbero usciti insieme da uno dei finestrini, e avrebbero volato verso il cielo blu come un unico corpo, eternamente sorridente.


Christian Baldin, autore della foto di copertina, è nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

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