E qualcosa è strano – dentro

il

insieme meditiamo
se eravamo proprio noi –

Emily Dickinson

Una volta laureato – fuori corso al terzo anno, con un voto che mal rappresentava la fatica, il dolore e le umiliazioni di quel percorso – si era trovato all’improvviso di fronte alla grande muraglia che il mondo del lavoro gli opponeva. Aveva cercato annunci ovunque, aveva mandato curriculum e scomodato amici, conoscenti, lontani parenti; dopo un mese lo avevano chiamato a fare un colloquio in un’azienda che allevava tacchini – si sarebbe dovuto occupare di garantire il corretto funzionamento di un’incubatrice alta sei metri grazie alla quale ogni anno si schiudevano otto milioni di pulcini. Gli orari erano tremendi, perché la schiusa poteva avvenire a qualsiasi ora, anche nei giorni festivi, o perfino durante la notte di San Silvestro; allora, gli aveva spiegato il responsabile dell’impianto, un tedesco con un paio di baffetti sospetti, il neoassunto avrebbe dovuto mollare tutto quello che stava facendo, partire, raggiungere l’incubatrice e assicurarne il corretto funzionamento. L’ambiente era quello che vedeva: un gigantesco pollaio il cui pavimento era perennemente ricoperto di guano; la paga era scarsa, non c’erano possibilità di carriera, gli straordinari non venivano pagati. Accettò senza alcuna esitazione, ma il tedesco lo invitò a pensarci ancora qualche giorno; una settimana dopo lo chiamò una segretaria dell’azienda dicendogli che poteva considerarsi libero: avevano già trovato.
Sebbene i genitori non intendessero esercitare alcuna pressione, non potevano fare a meno di domandargli come stava procedendo la ricerca, e se c’erano possibilità che trovasse un’occupazione anche provvisoria, nel caso non si trovasse di meglio: qualcosa che gli consentisse comunque di diventare autonomo, emanciparsi, trovarsi una stanza da qualche parte e iniziare a vivere la sua vita da adulto. Lui, allora, a cena, a pranzo, mentre facevano colazione – in quei momenti in cui tutti e tre erano seduti attorno allo stesso tavolo – spiegava che il mercato del lavoro era fermo, praticamente in coma, e poiché rilevava una certa perplessità, specialmente nello sguardo di suo padre, che era uomo mite ma severo, aggiungeva che la causa andava forse ricercata nell’attività svolta dai sindacati che, ormai da diversi anni, si preoccupavano solo di garantire chi aveva già un lavoro. Mentre abbozzava queste spiegazioni, a cui si aggiungeva, talvolta, considerazioni sull’evoluzione dell’Occidente, sulla distanza dell’Università dal mondo del lavoro, e altre riflessioni ancora più astratte, non riusciva a togliersi dalla testa l’idea che, in fondo, si trattava soprattutto di sfortuna – una sequenza di coincidenze negative che, in modo del tutto casuale, si stavano opponendo alla realizzazione del suo sogno. Soffriva molto, per questo: durante il suo percorso di studi, per certi versi accidentato (e anche in questo intravedeva tracce di sfortuna), non aveva mai smesso di immaginare come sarebbe stata la sua vita una volta uscito dall’Università. Riteneva, senza per altro avere alcuna prova, di essere più portato per il lavoro che per lo studio. Aveva ambizioni sane e concrete; sapeva relazionarsi con le persone; aveva spirito di sacrificio, abnegazione e voglia di fare. Si trattava solo di trovare qualcuno che gli desse un po’ di fiducia.
Le provò tutte. Contattò un’impresa di pompe funebri ma scoprì che il settore era interamente occupato da un manipolo di famiglie, un monopolio su base genetica, impermeabile a qualsiasi influenza esterna. Al Mc Donald, al Kentucky Fried Chicken, al Roadhouse e al Burger King erano pieni; idem all’Autogrill. Passava metà delle sue giornate su LinkedIn e Monster: le aziende cercavano gente con esperienza. Alla fine, trovò un posto come food rider, alla Glovo. Da principio, bastava mezz’ora di pedalata per fargli mancare il fiato; con i giorni, però, aumentò la sua resistenza. Aveva anche un certo talento per trovare il percorso più breve e i viali alberati che doveva percorrere a tutta velocità, le strade più strette del centro, le sequenze interminabili di palazzoni in periferia, e il cielo che continuava a cambiare aspetto sopra di lui, gli avevano fatto riscoprire le due dimensioni che aveva studiato per tanti anni, all’Università, sui libri, e delle quali si era dimenticato: lo spazio e il tempo. Ma quando arrivava a destinazione, e suonava il campanello, e consegnava il cibo a ragazzi più giovani di lui, a coppie che avevano deciso di passare una serata romantica in casa – intravedeva candele accese nella tavola apparecchiata in salotto –, a uomini sulla quarantina che alle otto di sera indossavano ancora la cravatta e che mentre gli aprivano la porta, e cercavano i soldi per la mancia, continuavano a parlare di affari al telefono, sentiva di essere dalla parte sbagliata di quella transazione. L’euro che qualcuno gli regalava era un’umiliazione, un atto che certificava il suo personale fallimento. Quando si era visto nello specchio di un ascensore con l’enorme borsa termica gialla e verde, aveva fatto fatica a riconoscersi: la sua identità e il corpo che la portava in giro, immerso negli accidenti della vita, avevano preso strade opposte.

Un giorno – un giovedì di marzo, una mattina gelida con nuvole gigantesche sullo sfondo –, mentre beveva un caffè in un bar della prima periferia dove si era fermato per prendere un po’ di fiato finito il giro delle brioche a domicilio, aveva incontrato un vecchio compagno delle superiori: aveva sentito una voce che lo chiamava da dietro, e per un attimo era trasalito, come se qualcuno gli avesse improvvisamente ricordato il fatto che anche lui possedeva un nome; aveva alzato lo sguardo e nell’acciaio del bancone aveva visto avanzare il riflesso di una figura che gli pareva di conoscere: si era girato ed era rimasto sorpreso. Non lo vedeva da otto anni: l’ultima volta, così gli pareva, era stata all’esame di maturità – avevano l’orale lo stesso giorno. Poi si erano persi di vista: da quello che aveva saputo tramite amici comuni, era andato a studiare a Bologna, probabilmente al DAMS. Frequentavano mondi diversi.
Si abbracciarono, come si usa fare in questi casi. L’amico era gioviale, come da ragazzo; era più grosso, più robusto, ma gli occhi non erano cambiati; e non aveva perso una certa empatia umana perché capì subito che le cose non andavano per il verso giusto.
“Cos’è che non va? Problemi di cuore?”. Gli aveva appoggiato una mano paterna sulla spalla ossuta.
“Lavoro. Non riesco a trovarne uno”. La voce aveva quel curioso effetto vibrato che di solito precede il pianto.
“Brutto periodo, questo. Me lo dicono in tanti”.
Nel frattempo, l’amico aveva ordinato un tramezzino e un bicchiere di prosecco e gli aveva chiesto se aveva voglia di fermarsi a fare due chiacchiere. Si sedettero a un tavolino. Fuori il vento faceva volare cartacce e ombrelli. Sulla strada, due donne di colore litigavano prendendosi a borsettate in testa, mentre un bambino, il figlio di una delle due, faceva volare un aereo che teneva in mano.
“A volte è solo questione di saper aspettare” gli diceva mentre buttava giù un po’ di prosecco.
“Ormai è quasi un anno. Inizio a perdere le speranze”. Era così sconsolato che si sentiva vecchio.
“Ci sono così tanti fattori che influenzano il destino… Da qualche settimana sto lavorando alla messa in scena di un’opera minore di Biasella, una commedia dei primi del Novecento che sembra stata scritta due giorni fa. I problemi che affliggono le persone sono più o meno sempre gli stessi, cambia solo il nome che gli si dà. Prendi Cechov: metà dei suoi personaggi cerca una sistemazione nella vita. Vanno da una città all’altra, e sono sempre infelici, o si ritirano in campagna, o scelgono di andare in pensione e perdono il senno. In Kafka, invece, lavorano tutti e nessuno si sposta. Forse a Praga le cose andavano meglio che nella Russia degli zar. Ma anche quelli sono infelici, forse ancora di più. Il lavoro, a ben guardare, è solo una copertura per poter parlare d’altro, o poter dare la colpa a qualcosa”.
“Vorrei andare via di casa. Vivo ancora con i miei. Loro guardano Masterchef e Ballando con le stelle, io vorrei vedere film coreani. Amo la cucina cinese, quella indiana, e il sushi; mia mamma ha la passione per lo spezzatino, i tortellini in brodo, l’insalata russa fatta in casa. Non c’è nulla che non vada bene, in loro, ma dopo una certa età si dovrebbe essere messi nelle condizioni di farsi una vita secondo le proprie inclinazioni, i propri gusti”.
“La mia ragazza l’hanno buttata fuori di casa a diciannove anni, dopo le superiori, i suoi genitori le hanno detto di trovarsi un lavoro, e lei si è dovuta dare da fare, ha sputato sangue ma ora li ringrazia. A quell’età si è pieni di coraggio e iniziativa, ci si adatta, si è veloci e si cambia spesso, si cambia anche città, se serve, e si riesce a prendere tutto alla leggera. Ha lavorato per Glovo, sai, quelli che portano il cibo a casa – un lavoro da indiani, se mi passi la scorrettezza, il gradino più basso nella scala sociale – ma lo ha fatto volentieri, ha imparato molto sul mondo, su come funzionano le cose, sulla forza di volontà, è stata una spinta a fare meglio”.
“Sono anch’io con Glovo” disse abbassando la testa. “È al limite della perdita della dignità. Chi compra non ti vede, non percepisce la tua esistenza al di là del servizio che gli offri. Non sei diverso dalla bicicletta, dalla borsa. Aprono l’app, ordinano con il dito, dopo mezz’ora sentono suonare il campanello e ricevono esattamente quello che hanno chiesto. Succede come con la carne, che la mangiamo tutti i giorni solamente perché non vediamo come vengono macellate le mucche, come vengono sgozzati i maiali. Not in my bakcyard. È come inviare i missili terra-aria oltre il confine: una cosa è premere un tasto, un’altra è strangolare a mani nude il tuo nemico”.
“Ehi, ti sento piuttosto duro, su questi argomenti!”
“Ciascuno recita una parte – da un lato c’è l’acquirente con la sua app, e dall’altro ci sei tu, la rotellina dell’ingranaggio, il cameriere, il servo della gleba. Gli schiavi conservavano una buona opinione di sé stessi, perché possono dire di essere stati costretti a piegare la schiena: ci sono catene, coercizione, violenza, minacce e frustate. Noi, invece, ce lo scegliamo da soli, il nostro tormento. Ho dovuto insistere, per fare questo lavoro, capisci? Nessuno mi ha chiesto di farlo. C’era la coda. Chi ha i soldi non ti obbliga a morire per loro”.
L’amico rimase pensoso per almeno un minuto; poi gli si fece più vicino e gli parlò a un tono di voce più basso. “Non ho un lavoro da offrirti, ma forse ho qualcosa per le mani, un’attività per certi versi delicata, ma divertente. Saresti pagato, ovviamente. È per la commedia di Biasella, quella che stiamo mettendo in scena”.
“Io non so recitare”.
“Alle superiori avevamo partecipato a quel corso di teatro con la scuola, tu avevi portato un pezzo del Giulio Cesare, se non ricordo male. È possibile che fosse il monologo di Antonio? Quello sulla tomba di Cesare, la storia del testamento? Eravamo in un’aula a pian terreno, e fuori c’era un cielo tetro, plumbeo. Prima di te una ragazza aveva fatto Ofelia, quando impazzisce, aveva acceso una candela e quella fiammella era l’acqua, era stata proprio una bella trovata, artistica, e l’insegnante l’aveva apprezzata – te lo ricordi, l’insegnante?”.
“Io mi sono vergognato del mio pezzo. Era lunghissimo, e alla fine ero esausto. Mano a mano che procedevo, mi rendevo conto che stavo andando malissimo, che mi mangiavo le parole, che non avevo fiato. Ho un ricordo orribile, di quel pomeriggio, perché fu come se qualcuno avesse piazzato un cartello con il divieto di accesso davanti a una parte del futuro che potevo immaginare. Non so se avrei mai voluto fare l’attore, ma quel giorno ho capito che, se avessi deciso di scegliere quella strada, non avrei avuto nessuna possibilità. Ne ho preso atto e mi ha fatto male”. Si massaggiava le tempie e cercava di non pensare alle corse che lo aspettavano. Erano le undici – ancora una mezz’ora e poi sarebbero iniziate le ordinazioni. “Cosa dovrei fare, nella tua commedia?”
“Sono due battute in tutto e neanche troppo difficili”.
“Tra le persone che conosci non hai trovato nessuno che vorrebbe farlo?”
“Ora ti faccio sorridere. Quattro anni fa, quando non avevo ancora finito di studiare, cercavo un modo per pagare l’affitto della camera dove vivevo, a Bologna – avrebbero continuato a pagarlo i miei ma sentivo il bisogno di dimostrare loro qualcosa. Sono entrato in un giro strano, limitrofo a quello del mondo nel quale mi muovevo. Sto parlando di pornografia, per chiamare le cose con il loro nome. Mi hanno chiesto se mi andava di partecipare a qualche ripresa. Era un periodo in cui ero curioso di provare tutto, mi piaceva l’idea che la morale non entrasse più nelle mie scelte personali, come accadeva, d’altra parte, ai personaggi dei libri che amavo, e quindi mi sono ritrovato sul set di un filmino che un regista ungherese, o almeno così sosteneva, stava girando dalle parti di Anzola dell’Emilia. Era un appartamento dal quale avevano portato via quasi tutti i mobili, in modo che ci fosse spazio per muoversi. Erano rimasti solo un divano e un letto al centro del salotto, qualche mobile della cucina per scaldarsi un caffè e il bagno. Mi sono reso conto quasi subito che erano tutti uomini: all’inizio pensavo che l’attrice fosse in ritardo ma poi ho capito. Va bene, nessun problema, mi sono detto. Il punto è che gli altri erano tutti molto più belli di me. Poi mi hanno spiegato. L’attore principale, che avrà avuto poco più di vent’anni, aveva un cazzo grande come quello di un asino. Dal punto di vista cinematografico, funzionava molto bene. Peccato che nessuno volesse… oh, insomma, mi hai capito. Dovevo fare la controfigura nelle scene anali. Ero lo stuntman, per così dire. Pagavano bene, e quando il ragazzo l’ha tirato fuori ho capito anche il perché. Come vedi, ci si deve adattare un po’ a tutto”.
“Mi stai chiedendo di prenderlo in culo?”
Risero entrambi.
“Il genere non è quello. La commedia, che secondo me è più una tragedia, ma non voglio sottilizzare, prevede che a un certo punto entri in scena un uomo piuttosto agitato, un tizio che gli altri personaggi hanno già nominato più volte, una sorta di presenza oscura, immanente, un convitato di pietra. Il pubblico ha atteso il momento fino a metà del terzo atto. Quando compare sul palco è un vero colpo di scena. Chiama una donna per nome, e questa è la prima battuta. Poi dice per me è finita – lo deve gridare guardando il pubblico. Non deve dire altro”.
“Dove sta la fregatura?”
“Dopo aver detto per me è finita, si gira e si dirige verso l’uscita, e non comparirà più. Un attimo prima di sparire, però, fa due passi indietro, si avvicina a un grande specchio, gli tira un pugno e lo manda in frantumi”.
“E poi?”
“Poi basta. Ma tu sai quanto sono scaramantici gli attori… È tutto un merda qua, merda là, non le cose viola, no gli auguri, e tutto il resto. Non si trova una sola persona disposta a compiere un simile gesto. Sospetto che Biasella, quando aveva scritto la commedia, lo sapesse bene. Aveva sempre avuto il gusto per la provocazione. Contiamo di fare otto rappresentazioni, quindi otto specchi da rompere. Duecento euro a serata, e poi ceni con noi, dopo lo spettacolo. Arrivi in teatro alle sette di sera, ti fai truccare, ti vesti, aspetti il terzo atto, entri, fai le due battute, rompi lo specchio prima di uscire e te ne torni in camerino. Alla fine dello spettacolo, esci sul palco, fai l’inchino con tutti noi, ti prendi gli applausi, poi ti togli il trucco, restituisci i vestiti di scena, ti rimetti i tuoi, e andiamo a mangiare tutti insieme. Alle due sei a casa con duecento euro in tasca. Nessuna corsa, niente pioggia, niente mancia. Che ne dici?”

Accettò. Ruppe lo specchio tutte le sere; e poiché lo spettacolo andò bene, aggiunsero altre date. Fecero anche una piccola tournée. Dopo un mese, aveva seimila euro in tasca. Un pomeriggio ricevette una telefonata: un cacciatore di teste aveva visto il suo curriculum e voleva incontrarlo. Il colloquio andò bene. Fu presentato a un’azienda che si occupava di ossigeno liquido, e che stava cercando un responsabile di filiale – quello precedente si era suicidato. La proposta era buona: firmò, e iniziò a lavorare. Gli diedero una macchina aziendale, ferie e straordinari pagati. Gli affari andavano a gonfie vele e i clienti continuavano ad aumentare. C’era molto da fare, e per questo era il primo a entrare in ufficio e l’ultimo a uscire. Una sera si fermò con lui anche una degli ingegneri dell’ufficio tecnico; parlarono molto e poi andarono a bere qualcosa insieme. Stavano bene insieme: si fidanzarono dopo una settimana, l’anno successivo si sposarono ed ebbero due figlie. Comprarono una casa più grande, una porzione di bifamigliare da trecentotrenta metri quadrati. Dalle finestre del salotto si vedevano le colline; un beccofrusone aveva fatto il nido sul ciliegio davanti alla cucina e la mattina lo si sentiva cantare per una buona mezz’ora. D’estate, mangiavano le loro mele e in autunno sua moglie preparava una marmellata con i cachi che fiammeggiavano sui rami di un albero, ai margini del loro giardino. Ogni tanto i suoi genitori venivano a trovarlo, e si fermavano là a dormire per la notte. Nessuno dei due riusciva a nascondere la soddisfazione per la piega che aveva preso la sua vita, e anche una certa incredulità. “Hai vinto una lotteria” gli diceva ogni volta sua padre. Lui allora stringeva la moglie a sé, le baciava la testa e diceva che era andato tutto per il verso giusto.
Una sera di autunno sua moglie fu invitata ad andare al cinema con alcune amiche dell’Università. Lui preparò la cena alle bambine e dopo averle fatte mangiare, le aveva messe a dormire: si addormentavano nel giro di pochi minuti, come due elettrodomestici che si spegnevano a un orario prestabilito. In salotto, ravvivò il fuoco e poi accese lo stereo: nel lettore c’era la sesta sinfonia di Beethoven, la Pastorale. Rimase in piedi per qualche minuto, con le luci spente. Poi vide passare, sulla strada davanti, un ragazzo in bicicletta: aveva la borsa della Glovo sulle spalle, era scuro e pedalava in piedi per andare più rapido. Da qualche parte, c’era qualcuno che aspettava che arrivasse la sua cena. Per un momento, gli sembrò di rivedere i viali che aveva percorso a tutta velocità, tanti anni prima. Ricordava il freddo, la pioggia, le macchine che non lo vedevano, le inchiodate agli incroci dove nessuno rispettava la precedenza. Era passato così tanto tempo, che gli pareva di non essere più nemmeno la stessa persona.
Accese la luce, si sedette sul divano e rimase fermo a guardare il soffitto; poi, trovò una rivista, uno di quei settimanali legati a un quotidiano, e sfogliandolo a caso trovò una foto dell’amico del teatro. Aveva fondato una sua compagnia e con quella era arrivato a esibirsi in tutti i teatri d’Europa: nella pagina successiva lo si vedeva davanti a una chiesa a San Pietroburgo, abbracciato a una donna che, lo si leggeva sotto, era stata la stella del Bol’šoj. C’era anche un’intervista, dove gli facevano alcune domande sulla sua vita: alcuni particolari erano palesemente inventati, e non citò il periodo in cui faceva la controfigura nei film porno, ma per il resto gli sembrò che emergesse la sua natura di uomo libero e appassionato. Era stato bello il mese che aveva passato con loro, durante la rappresentazione della commedia di Biasella. Per quanto la sua apparizione sul palco fosse fugace, gli piaceva essere al centro dell’attenzione, anche se per un brevissimo momento. L’ultimo giorno, però, aveva guardato per un attimo il suo riflesso nello specchio e aveva visto la sua faccia andare in frantumi, e per un attimo gli era sembrato di intuire qualcosa, come una sorta di presentimento.
Una delle domande dell’intervista era sulla fortuna.
“Decide tutto lei, non ci possiamo fare niente. E’ così da sempre. L’unica abilità consiste nel saper cavalcare l’onda. E’ anche necessari proteggersi, nei limiti del possibile. Noi, uomini di teatro, siamo notoriamente attenti a certe piccole cose”.
“Un uomo superstizioso, dunque?” aveva chiesto il giornalista.
“No, per niente. Ma non passerei mai sotto una scala, e mi guarderei bene dal rompere uno specchio: non mi va di incappare in sette anni di disgrazie”.
Chiuse la rivista e sorrise. Gli si chiudevano gli occhi dalla stanchezza – il giorno dopo lo aspettava una riunione durissima con un gruppetto di venditori che non si impegnava abbastanza. Aveva ritirato il completo tornando a casa, quel pomeriggio. Fece due conti con le dita: ancora sei mesi, e i sette anni sarebbero finiti. Doveva solo tenere duro ancora un po’ e poi qualcosa sarebbe cambiato, e forse sarebbe tornato di nuovo a vivere.


Christian Baldin, autore della foto di copertina, è nato timido e tecnico in quella parte di Veneto fatto di provincia, nebbia, campagne e telefoni a disco combinatore, nel tempo coltiva e abbandona a più riprese la fotografia come passione. Solo quando, una dozzina o più di anni fa, decide di trasferirsi nella città di Torino, finalmente capisce perché gli piaccia così tanto e, soprattutto, che gli rimarranno sempre nel cuore le immagini della sua provincia. In qualche social si fa chiamare A Little Come Back.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Raffaella ha detto:

    La tua capacità di fondere disagio e bellezza mi fa una stanza eco dentro ogni volta che leggo un tuo racconto.
    È come se tu non volessi mai rinunciare ad avere coraggio.
    Hai uno stile unico.
    Che in qualche modo crea dipendenza.

    "Mi piace"

  2. amleta ha detto:

    Mi piace molto il finale asorpresa dello specchio rotto e della recita teatrale. Veramente un’idea ottima 😉🤗

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