Gli impercettibili

Ieri pomeriggio, nella playlist di Spotify che ascoltavo mentre ero al lavoro è comparsa “Reality” di Richard Sanderson, colonna sonora de “Il tempo delle mele”, film francese che uscì in Italia nel gennaio del 1982, o alla fine del 1981 – film che io vidi con due compagni di classe (prima D, scuola media Giotto, Padova) e con la mamma di uno dei due (Ivana), credo al cinema Eden (ora pizzeria Da Pino), in piazza Cavour. Quel film era migliore di quello che potevano far pensare a prima vista il titolo e la locandina, con almeno due piani di lettura – sono quasi convinto che quello che vedemmo quel sabato pomeriggio, io, Fabrizio e Tommaso, fu molto diverso dalla storia problematica di due genitori in crisi che invece, ne sono abbastanza sicuro, aveva riconosciuto la signora Ivana, che allora aveva 41 anni, cioè quasi dieci in meno di quelli che ho io adesso. Quello a cui assistemmo (e credo di averne scritto fino alla nausea, qui si Grafemi) fu la prima storia che ci rappresentava, la prima testimonianza concreta, visiva, di quello che stava iniziando a muoversi dentro di noi. La sera (forse ci eravamo fermati a mangiare a casa di Tommaso, che viveva in una famiglia estremamente ospitale) ne parlammo in una delle camere vuote di quel grande appartamento, una stanza le cui finestre si affacciavano su casa mia.

Gli affacciati

In quella camera, c’era un’elettricità nuova. Avevamo undici anni e mezzo, piena pubertà, i peli che iniziavano a sbucare ovunque, i primi brufoli, una curiosità per certe cose che iniziava a mettersi a fuoco. Non credo di essere mai stato “innocente” – avevo idee vagamente sessuate già in prima elementare, da quello che ricordo, e fantasie complesse, non sempre limpide, che nascevano da non so dove; nondimeno, “Il tempo delle mele” aveva dato consistenza a qualcosa che galleggiava in modo indistinto e che stava prendendo forma. Poco dopo acquistai il 45 giri di “Reality” (non ho alcun ricordo di me che vado in un negozio di dischi: potrebbe essere successo a febbraio, a Venezia, in un negozietto dove poi avrei comprato, in altre occasioni, altri 45 giri), con musica di Vladimir Cosma (era scritto sulla copertina, come se fosse qualcosa di cui andare orgogliosi). Cosa me ne facevo? Non lo so. Non credo di averlo ascoltato più di due volte, o così spero retroattivamente. La canzone era stucchevole, ma conta tanto, nella mia vita, perché fu la prima canzone sulla quale ballai un lento.
L’aspetto più curioso di questa storia, che credo di aver raccontato due o trecento volte, in non so quanti post, è che con il tempo alcuni momenti della vita passata assumono un peso sempre maggiore, con un processo di selezione che tende non solo a rimuovere il superfluo, ma a ingigantire certi eventi che allora significavano già tanto, ma che ora scopro essere stati assolutamente decisivi per definire ciò che sono, giorni unici, tipo il 14 luglio del 1789 o il 12 ottobre del 1492. Il giorno in cui ballai il mio primo lento è uno di quegli avvenimenti sui quali potrei ritornare un milione di volte. Provo a riprenderne gli elementi essenziali, con spirito tassonomico:

  • era un giorno infrasettimanale (mi viene da dire un giovedì)
  • a breve ci sarebbe stata la prima festa delle medie
    • quasi sicuramente era quella di Fernanda, che compieva 12 anni alla fine di maggio
    • era dunque il mese di maggio, attorno al 15
  • era una bellissima giornata di sole
  • a casa mia c’eravamo io, Tommaso, Fabrizio (i tre del cinema), Elisabetta (della quale ero innamorato da sempre), Caterina e Michela
  • eravamo nel mio salotto, dove c’era un giradischi della Technics con la luce stroboscopica rossa per regolare la velocità
  • lo scopo di quell’incontro era di provare a ballare un lento, per arrivare preparati alla festa di Fernanda
  • nessuno di noi sei aveva mai ballato un lento!
  • non sono sicuro che il mio primo ballo fu con Elisabetta – ho un vuoto di memoria, al riguardo, ma ritengo che, per timidezza, il primo fu o con Caterina, amica che poi sarebbe diventata “storica” per tutti gli anni passati in classe insieme (dalla prima elementare all’ultimo anno di Liceo), o Michela (anche con lei una carriera scolastica quasi coincidente), che era anche la figlia della mia ex-maestra
  • credo comunque di aver ballato anche con Elisabetta
  • gli aspetti sui quali si concentrava la nostra attenzione erano:
    • dove appoggiare le mani
      • le ragazze sulle spalle dei ragazzi
      • i ragazzi sui fianchi delle ragazze
      • solo negli anni successivi, le mani delle ragazze si sarebbero spostate dietro la nuca dei ragazzi, e quelle dei ragazzi sulla schiena delle ragazze
    • la velocità a cui girare
    • il tipo di conversazione da tenere in quel frangente così imbarazzante
  • la musica era stata sempre “Reality”, tutte le tre volte (mi pare di ricordare) in cui ballammo

Con il senno di poi, quel pomeriggio fu caratterizzato più dall’imbarazzo che dalla gioia. Era stato tutto troppo “freddo” perché la cosa fosse realmente divertente. Ma se penso alla festa di Fernanda, mi pare che ci sia stato un salto enorme, in quel breve periodo passato tra il salotto di casa mia, e noi sei che giravamo intorno, e il pomeriggio che sarebbe arrivato; o forse la situazione da Fernanda (un sabato pomeriggio, un sacco di dodicenni ammassati in una stanza) era più adatta a quel genere di emozioni: fu dunque quella festa, e non il primo ballo a casa mia, a fare da spartiacque nella vita di quel Paolo che stava crescendo.

REALITY - GOTTA GET A MOVE ON = RICHARD SANDERSON (DAL FILM IL TEMPO DELLE  MELE)
Ce l’avevo

Perché raccontare tutta questa storia? Mercoledì, mentre ero al lavoro e Spotify ha tirato fuori “Reality”, io mi sono emozionato; tuttavia non è questo il punto interessante, perché mi sono emozionato tante altre volte: mi è sembrato un mercoledì speciale per quello che ho pensato mentre mi emozionavo: “cosa mi lega a quel bambino di quarant’anni fa?”.
La domanda è scontata, e forse un po’ ridicola, ma non sono riuscito a togliermela dalla testa. Mi sono reso conto di avere una confidenza intima e profonda con un dodicenne che non esiste più: vedo, in qualche stanza del mio cervello, le immagini che aveva visto lui, e sono in grado di provare i suoi stessi sentimenti con il semplice ascolto di una canzone – di vivere le precise emozioni che lui aveva vissuto nel momento esatto in cui stava entrando, per la prima volta, in un mondo che io, adesso, credo di conoscere alla perfezione.
Della festa di Fernanda trattengo l’euforia generale di quel sabato pomeriggio (potrebbe essere stato il 29 maggio del 1982), il colore della luce che entrava dalle finestre della cucina e delle stanze che si affacciavano a… solo ora mi rendo conto che la festa si svolgeva nella grande entrata di quella grande casa, o, almeno, era quella la sala da ballo; in giro per la casa c’era anche la mamma della nostra compagna di classe, e qualche altro adulto che passava di là non so se per controllare o per chiacchierare. E c’è anche un dettaglio di una precisione quasi perfetta: io stavo ballando (credo con Fernanda, questo è una delle due zone grigie di quell’immagine in 3D), e poco più in là c’era Laura (anche lei stava ballando: altra zona grigia, ma comunque semidefinita: era con Alessio (70%) o con Pierfranco (30%)), che conoscevo dai tempi dell’asilo (c’eravamo anche sposati, a cinque anni, nel grande salone dove giocavamo ai cowboy, dove ci tiravamo dietro cubi di Duplo), e a un certo punto io avevo detto qualcosa di spiritoso – ero un tipetto a cui piaceva far ridere le persone – e lei, Laura, aveva detto sorridendo “sei troppo togo”; e io fui felice, di quel complimento – “togo” vuol dire divertente, come può essere un giocattolo, un precursore di “figo”, ma meno forte – e allo stesso amareggiato perché improvvisamente intravidi quella che poi sarebbe stata la caratteristica dominante negli anni successivi: ero “togo”, sì, ed ero simpatico, perfino divertente, credo, ma non ero interessante nell’unico modo che interessava a me. Ero il migliore amico di tante ragazze, ero stimato, e mi invitavano sempre alle feste… ma non avevo quel tipo di appeal per il quale avrei dato, che ne so, una gamba.

Ma quello era solo un dettaglio – certo, importante se lo ricordo a distanza di tutto questo tempo, ma non è quanto è riemerso mercoledì pomeriggio, al lavoro. Ascoltando “Reality” mi sono trovato a farmi qualche domanda sull’identità – non da un punto di vista filosofico (“Nessuno è riuscito a trovare una filosofia che sia al tempo stesso credibile e coerente” – Russel), dove non credo di avere molte cose intelligenti da dire, ma da quello fisiologico, sensoriale, neuronale. Mi domandavo: cosa garantisce questa continuità così incredibile? Non ne ho idea! Perché mi sento più vicino a quello sconosciuto che visse quei mesi, che a qualsiasi altra persona con la quale condivido ogni singolo momento? Quel ragazzo ero io, ma in che modo quel corpo, quella mente, quel batticuore, sono legati al me di adesso? In qualsiasi momento posso compiere questo miracolo: posso accedere alla sua vita, quella che ha vissuto, e ripercorrere gli spazi che percorreva lui – luoghi che ora non esistono più – e rivedere, ad esempio, la cara Ivana, mamma di Tommaso, che ci raggiunge in cucina con gli zoccoli, la gonna, il maglione nero, i capelli corti, mentre si sfrega le mani per scaldarsele (credo che si sia appena alzata dopo un breve riposino), questa donna che ora, purtroppo, non c’è più – e posso sentirla parlare, e posso vedere il tavolo della cucina dove ogni tanto facevamo i compiti, la luce che arrivava dalla grande finestra della terrazza che si affacciava su via San Giovanni da Verdara, e la sorella Elisabetta (i nomi che ricorrono: ma di lei, che pure era bellissima, non mi innamorai mai), un anno più grande di noi, che arriva in cucina con una sua amica (Laura?), e c’è Fabrizio che ci racconta di come i genitori di Elisabetta (non la sorella: di Elisabetta “mia”), della quale anche lui è innamorato, gli abbiano dimostrato, a suo dire, una certa simpatia (aveva 11 anni, e l’anno successivo si sarebbe trasferito in Sicilia, terra natale di suo padre Enzo, tenente colonnello e allenatore di basket, un Audi 80 bianca che parcheggiava in una piccola rimessa nel giardino della loro casa, che comunicava direttamente con l’ospedale militare dove Enzo lavorava – e ogni tanto andavamo a trovarlo, lo raggiungevamo camminando in uno dei chiostri (forse l’unico) di quel vecchio ed elegante edificio, e poi corridoi semibui…), e tutto questo ricordare, questo richiamare quelle cose alla memoria, mi commuove intimamente e mi lascia quasi sopraffatto, come se fosse allora – cioè non è il solo fatto di ricordarlo, che mi commuove, ma il fatto di rivivere quella parte della mia vita che, ora lo so, fu bellissima (la selezione dei ricordi ha realizzato il suo compito).

Mi piacerebbe ora trovare un modo simpatico di finire questo ragù di ricordi: non ne trovo uno. Posso solo dire che vivere è bello, non c’è che dire, ma anche aver vissuto non scherza.

1 Comment

  1. Il 28 novembre 2010, nel post “La cena delle medie / Limonare, palpare e altri piaceri” hai scritto: “Il primo ballo “lento” della mia vita fu proprio con Elisabetta”.
    Concetto ribadito il 4 ottobre 2012 in “La prima volta”: “La prima volta che ho ballato un lento: maggio 1982, con Elisabetta Brendolin”.
    Adesso ritratti.
    Come la mettiamo? E’ proprio vero che in questa epoca non abbiamo più certezze…

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