Lo scrittore, di Simone Bachechi

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Conosco Simone Bachechi da tempo, anche se, come ormai capita con la maggior parte delle mie conoscenze, non ci siamo mai incontrati di persona. Come me, anche lui è un appassionato di Battisti – è uno dei pochi, insieme a Nicola Manuppelli, in grado di recitare a memoria le canzoni del Lucio nazionale nel periodo Pasquale Panella (che personalmente considero il periodo migliore). E’ uno dei pochi utenti che riescono a creare contenuti su Twitter.
Buona lettura!

Lo scrittore
di Simone Bachechi

“Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”

(Centochiodi, Ermanno Olmi)

Il ragazzo entrò nella camera senza bussare, la porta era accostata e il Dottore, come lui lo chiamava con ossequiosa deferenza, lo incrociò nella penombra e lo vide farsi avanti con i suoi timidi passi sul tappeto persiano posto al centro della camera. La luce radente di metà pomeriggio creava nell’ampia camera, che era anche il soggiorno e la biblioteca dello scrittore, ombre e fiochi riflessi circonflessi che davano a tutto l’ambiente tonalità verdi, gialle e marroni dall’atmosfera soporifera. La pesante tappezzeria imbottita di quell’ampio vano, nei pochi spazi delle pareti lasciati liberi dai libri, aveva dei disegni dalle arzigogolate e magnetiche figure barocche. La libreria incassata occupava tre pareti e mezza della stanza, lasciando solo poco spazio libero agli angoli e del tutto sgombra la zona posta a destra della porta di ingresso, dove era sistemato il letto dello scrittore. Un’ampia finestra tagliava in due la parete dal lato ovest. La finestra era ombreggiata e coperta da un pesante tendaggio dagli ampi drappi color senape con i bordi dorati. Di fronte a un paravento cinese antico disegnato con scene di caccia alternate a motivi floreali c’era uno scrittoio con ribalta con le gambe a scabriola. Il centro della stanza era occupato da una grande scrivania dove erano accatastati libri, manoscritti, riviste e fogli sparsi. Il ragazzo con una specie di inchino si rivolse allo scrittore dicendogli:

“Dottore, fuori c’è una persona che dice di essere un fan, ma è particolare, ha detto:

– Bisogna essere disposti a guardare onestamente se stessi e le motivazioni che ci fanno credere a quello in cui crediamo e a farlo in modo più o meno costante –

“Lo devo far entrare?”

Lo scrittore fece un cenno al ragazzo, come per dirgli di avvicinare la carrozzella. Il ragazzo fece alcuni passi in avanti e dopo aver spostato la coperta di flanella che era stata accuratamente ripiegata sulla seduta della carrozzella gliela avvicinò. Lo scrittore prese gli occhiali con le lenti fumé viola e tramite la pulsantiera che teneva attaccata al collo chiamò i suoi due tutori in servizio per un consulto.

Il ragazzo era stato selezionato da quello che rimaneva della famiglia dello scrittore e dai suoi tutori che erano intervenuti dopo il precipitare delle sue condizioni di salute. Era stata la Marselli Associati che aveva assegnato i tutori. La casa editrice che aveva in esclusiva le opere dello scrittore, visto il volgere degli eventi, aveva assegnato la procura a tempo indeterminato a una società di consulenza, la quale a sua volta aveva girato la procura dello scrittore a dei suoi uomini di fiducia. La procura era stata legalmente depositata dalla Marselli, e le persone fisiche designate avevano la piena legittimità giuridica ad agire per suo conto.

Il ragazzo, da vero maggiordomo, aveva studiato in una scuola svizzera, quelle dove ti insegnano anche a porgere un fazzoletto nella maniera adeguata. Aveva ottime referenze, una anche da parte di un Marchese di discendenza Asburgica, presso il quale aveva prestato servizio in una sua tenuta estiva nella Stiria.

Quando lo scrittore aveva bisogno di qualcosa i due tutori in servizio, al richiamo, che era costituito da un bip bip che risuonava sul cicalino che tenevano sempre appeso al collo, scendevano dallo studio posto su un piano ammezzato con vista sul giardino sul retro della villa, dove altrimenti rimanevano per tutta la loro giornata di lavoro e lì si adoperavano a riordinare le carte sparse sulle quali il Dottore scriveva ultimamente le sue cose, più che altro scarabocchi, i manoscritti originali delle sue opere in vista delle prossime ristampe ricevuti tramite la Marselli Associati, oppure corrispondevano via e mail con riviste, università, istituzioni culturali italiane ed estere, la stampa e altri scrittori, fissando partecipazioni a letture pubbliche, possibili interviste a domicilio, rassegne, convegni, anche se da oltre due anni lo scrittore non aveva presenziato a nessun evento al quale era stato richiesto, a dispetto dei cachet milionari a lui proposti. I tutori si alternavano su turni di lavoro di otto ore per sei giorni a settimana. Erano quattro in totale, due in turno la mattina e uno la sera o viceversa. Per i periodi di ferie veniva assunto un turnista.

I due tutori arrivarono nella stanza dello scrittore e chiesero ragguagli al ragazzo. Era consuetudine che fuori dalla porta di ingresso della villa dello scrittore che dava sul corso principale, la lunga strada porticata che era anche il centro della cittadina, stazionassero costantemente, anche la notte, fan, paparazzi, giornalisti e curiosi. Erano state appositamente messe delle transenne sul marciapiedi per creare dei canali di scorrimento in quei giorni nei quali c’era maggiore afflusso. Lì, sotto i portici, fra il bar e il fioraio, c’era l’ingresso della villa dello scrittore. Era una dimora di pregio, méta di grandi pellegrinaggi laici in occasione di giorni di festa o qualche ricorrenza come anniversari di uscita di qualche suo libro e soprattutto nel giorno del suo compleanno. In quei giorni doveva intervenire la forza pubblica con blindati e camionette per contenere tutta quella calca che si addensava a ridosso della semplice vetrata all’inglese che era l’ingresso della villa.  La porta d’ingresso era un robusto infisso in rovere massello che dava una sensazione fisica di potenza e solidità, sicurezza e inviolabilità. Il suo stile country si sposava alla perfezione con il classicheggiante degli interni. Al centro della finestra c’era la botola, una fessura e protuberanza nel vetro che assomigliava a una piccola nicchia, come quelle dove si mette da mangiare e da bere nelle gabbiette dei canarini. La porta sembrava più il portale inviolabile di un qualche tempio egizio. Aveva delle finiture e bordature fatte con intarsi complicatissimi che sembravano tanti serpenti attorcigliati. Veniva aperta solo nelle occasioni ufficiali e solenni, alla presenza di tutte le rappresentanze e onorificenze, stemmi, gagliardetti e gonfaloni.

I tutori avevano istruito il ragazzo circa il fatto che non si accettavano visite di nessun tipo, tantomeno dai fan. La villa sarebbe diventata una pubblica piazza. Nessuno avrebbe potuto prendersi la briga di far entrare qualcuno. Per le maestranze e i fornitori c’erano gli ingressi di servizio sul retro. La domanda del ragazzo, piuttosto che divenire inopportuna, goffa e sfrontata, come uno che fosse lì da due soli giorni, lo innalzò a un più alto livello di complicità e quindi di piena appartenenza al sodalizio dello scrittore. Quella frase pronunciata da quel giovane là fuori era una cosa della quale solo in pochissimi e della più stretta cerchia dello scrittore potevano essere a conoscenza. Il ragazzo venne a conoscenza della frase e sapeva cosa questa significasse dall’interno, direttamente, essendo il maggiordomo dello scrittore ormai da più di due anni. Ma chi altro e perché poteva sapere? Nel frattempo furono chiamate anche le infermiere per spostare lo scrittore dalla poltrona alla carrozzella. All’operazione partecipò anche il ragazzo. Le due infermiere, assunte tramite un’agenzia interinale, lo presero da sotto le fragili e ossute scapole, destra e sinistra, mentre il ragazzo lo cinse da sotto le gambe piegate in posizione fetale, e in un batter d’occhio lo scrittore fu velocemente trasbordato sulla carrozzella, pronto a essere spostato nella stanza adiacente, quella che dava direttamente sull’ingresso della villa, quella con la finestra inglese, la botola e il portale. Ci fu prima un rapido consulto con i tutori. Lo scrittore parlava con gli occhi, i tutori lo capivano al volo. I due uomini sembravano gemelli. Erano di figura slanciata, un po’ incurvati, vestivano in un casual elegante e sembravano due salici piangenti o due aironi tristi e sinuosi pronti a spiccare il volo. Dopo aver capito che lo scrittore avrebbe voluto ricevere il giovane, dissero al ragazzo di prepararlo per trasportarlo nella sala d’ingresso, ma prima con il giovane fan ci avrebbero parlato loro. La porta della camera si chiuse non prima che il ragazzo potesse indicare con il dito ai due tutori chi fosse il giovane che aveva pronunciato quella frase. I due tutori uscirono nella sala di ingresso confabulando fra di loro e avviandosi al portale. La piccola folla di curiosi presente quel giorno si scostò, come accadeva a ogni movimento all’interno della sala, nella speranza che lo scrittore si avviasse alla botola per pronunciare una qualche sentenza. 

Quando lo scrittore riceveva visite i tutori assumevano anche il ruolo di guardie armate e riuscivano a nascondere a malapena sotto i loro lunghi maglioni di cachemire dalle tinte pastello che cadevano sulla cintura dei pantaloni, il bordo della fodera della fondina che conteneva le loro Beretta 84 calibro 9. La sala d’ingresso aveva al centro un ampio tavolo da fumo rettangolare in vetro smerigliato e adagiato su un tappeto di tipo Kashan di fine Ottocento che occupava la quasi totalità della stanza, lasciando lo spazio laterale a due specie di corridoi che facevano risaltare il cotto rosato toscano del pavimento. Sulla parete di destra, la stessa dalla quale si accedeva alla camera, studio e soggiorno dello scrittore, un ampio arazzo di scuola fiamminga intramezzava due ampie specchiere con delle robuste cornici dorate. La parete opposta era occupata centralmente da un camino in stile Luigi XVI. Il camino sembrava una bocca di leone, forse solo la suggestione che davano dei piedistalli in ceramica ai suoi lati con rilievi di fiere e animali mitologici che sembravano urlare e fuggire dalla loro forma. I piedistalli sorreggevano dei busti classici di consoli romani. Anfore panatenaiche a figure rosse erano poste a ogni angolo della sala, altri piedistalli con vasi cinesi con fiori sempre freschi occupavamo tutti i bordi della stanza. Ai lati del camino, appesi alla parete, grandi tele a olio ritraevano corruschi e severi nobili in tuniche nere e colletti a ventaglio che sembravano delle rigide vele spiegate. La parete in fondo alla sala divideva quella zona pubblica dal retro della villa, dalle stanze di servizio e dalle cucine. Dal soffitto a cassettone della stanza pendeva un ricco e pesante lampadario in cristallo stile impero con lampade a goccia zigrinate. In quella stanza sarebbe stato fatto accomodare il giovane.

Il portale si aprì rapidamente per farlo entrare e dopo una breve perquisizione, destra e sinistra, avanti e dietro, alto e basso, al giovane furono spiegate le modalità di quell’incontro e fu mostrata la poltrona sulla quale si sarebbe dovuto accomodare durante il colloquio. Fu specificato che lo scrittore sarebbe rimasto sulla sua carrozzella. Nella camera il ragazzo stava passando del cerone sul volto dello scrittore, stava impomatando il suo collo con una crema emolliente, frizionando i capelli e la curatissima barba, tanto da farla sembrare dipinta sul quel volto altrimenti smunto e rinsecchito. Dopo la breve perquisizione i due tutori invitarono il giovane a recarsi alla cartoleria che si trovava lì vicino, poco dopo il bar sotto i portici. Gli dissero di fare  con calma e che sarebbe potuto tornare anche mezz’ora dopo. Aggiunsero che nel frattempo il Senatore, così lo chiamarono, si sarebbe preparato. Gli dissero che lo scrittore aveva richiesto un evidenziatore fucsia del quale evidentemente nessuno aveva bisogno in quella casa e di un temperino. Sull’evidenziatore uno dei tutori cercò di rimarcarne un’importanza particolare e scrisse su un foglio il tipo, perché non si sbagliasse. Era evidente che era un modo per prendere tempo e fare allo scrittore durante l’assenza del giovane una breve relazione sulla sua figura.

Andare a quella cartoleria per il giovane fu come la fine di un round o del primo tempo di una partita di calcio. Servì a stemperare la tensione che lo stava assalendo progressivamente da quando era arrivato davanti alla vetrata e stava aspettando con il viso praticamente spiaccicato alla botola un cenno, un sì da parte dello scrittore e del suo entourage alla sua strana richiesta di udienza. Si avviò per il breve tratto in leggera discesa lungo il porticato rinascimentale. Questo conduceva fino alla piazza principale della piccola cittadina. Passò di fianco al bar storico accanto all’ingresso della villa, sorpassò altri negozi eleganti e poco dopo arrivò alla cartoleria dove acquistò quanto richiestogli. Sulla via del ritorno decise di fermarsi al bar accanto all’ingresso della villa per un caffè. Si avvicinava l’ora dell’aperitivo e il bar si stava lentamente riempiendo dei locali che si soffermavano di ritorno dal lavoro a fare due chiacchiere. Il giovane vide entrare i due tutori; parlottavano fra di loro e sembrarono non vederlo nemmeno pur essendogli passato accanto. Li udì parlare pigramente di alcune scadenze delle quali avrebbero dovuto prendersi cura, di faccende riguardanti questioni di proprietà della villa, di cose riguardanti dei figli, di programmi per il fine settimana e altre cose che non riuscì a mettere a fuoco. Incuriosito, cercò ancora il loro sguardo, che trovò, ma nessuno dei due si soffermò su di lui più di quanto possano fare due persone che incrociano per un attimo e per caso gli occhi di un perfetto sconosciuto in un bar affollato mentre si appoggiano al banco in attesa del loro aperitivo. Si lasciò precedere dai due fino alla porta d’ingresso della villa e quando i due tutori furono rientrati si affacciò di nuovo alla vetrata in attesa di essere invitato a entrare.

Di fronte alla vetrata c’era come poco prima la stessa piccola calca di curiosi, in quell’occasione per lo più persone anziane e solitarie. Cercando uno spiraglio fra di loro, il giovane notò all’interno, nella sala del camino, un ragazzino con i capelli a spazzola che avrà avuto nove o dieci anni e che scorrazzava fra le poltrone e il tavolo da fumo dando dei calci a un pallone di gomma piuma. Il giovane scoprirà successivamente dai tutori che quel ragazzino era il pronipote dello scrittore, figlio della figlia della sorella della sua defunta moglie. Erano gli ultimi parenti rimasti allo scrittore e salivano periodicamente in villa dalla città trascorrendovi alcuni giorni nei quali, nei bei pomeriggi soleggiati, la madre del ragazzino spingeva la carrozzella dello scrittore fino nel giardino sul retro della villa, cercando in qualche modo di distrarlo o alleviare la sua sofferenza.

I due tutori riapparvero e guardando verso la vetrata cercarono lo sguardo del giovane che si trovava ancora di fronte alla botola. Gli fecero un breve cenno di assenso e subito dopo di invito all’attesa. Sparirono ancora nello spazio della porta che conduceva alla camera soggiorno e poco dopo apparve lo scrittore sulla carrozzella. Ci fu un breve brusio fra la piccola folla sotto il porticato e lo scrittore fece un breve cenno con l’indice, come in film western. Fu l’assenso dello scrittore a che il giovane gli si facesse incontro. Finalmente il portale si aprì e il giovane poté entrare facendosi largo tra la piccola folla che lo osservò con un misto di invidia, scherno e stupore. Il giovane fu di nuovo brevemente perquisito dai due tutori che lo guidarono affiancandolo e facendolo accomodare sulla poltrona che già gli era stata indicata in precedenza.

Il volto del giovane tradiva l’emozione del trovarsi davanti al grande scrittore sul quale aveva sempre fantasticato e del quale aveva letto tutti i libri. Gli tremavano le ginocchia e un sudore freddo gli imperlava la fronte e il volto rendendolo pallido come un cero. Il ragazzo, da buon maggiordomo, se ne accorse e gli porse un fazzoletto di lino con le iniziali dello scrittore ricamate a mano, che con un gesto elegante e rotondo tirò fuori dal taschino della sua coreana blu notte. I due tutori se ne stavano lì davanti, in piedi, pensosi e immobili come due cariatidi. Fuori tutti quelli sguardi appesantiti osservavano, silenziosamente e morbosamente. Lo scrittore indossava gli occhiali con le lenti fumé. Ci furono degli attimi di stasi che uno dei due tutori ruppe dicendo al ragazzo che era lui che doveva iniziare con le sue domande e osservazioni. In quel momento il bambino fece di nuovo ingresso nella sala del camino ballonzolando con la sua palla di gomma piuma che prendeva a calci. La madre, la figlia della cognata dello scrittore, irruppe anche lei nella sala all’ inseguimento del bambino con un gesto goffo che non le si addiceva e dovette scusarsi con tutti i presenti. Prese il bambino scalciante per un braccio e scomparve con lui oltre la vetrata oscurata. “Magari inizi dalla frase” disse uno dei tutori. Il giovane smise di attorcigliarsi le dita e cercò una posa più composta che gli potesse dare la giusta autorevolezza e forza per spiegare come era riuscito a carpire quella frase che pronunciò circa un’ora prima alla botola e che ora lo aveva catapultato faccia a faccia con lo scrittore più importante del secolo. La frase del libro, a seguito della diatriba legale che ne scaturì fu subito tolta dopo le prime copie in prenotazione, che in realtà andarono solo a pochissime biblioteche pubbliche. Era uno dei suoi primi romanzi, nella fattispecie quello che ne determinò la definitiva consacrazione e risaliva a più di cinquant’anni prima, durante quello che fu poi definito il suo periodo “storicizzante”. Fu una specie di pietra dello scandalo, anche se solo all’interno del ristretto campo degli addetti ai lavori, poiché la cosa non divenne mai di dominio pubblico. Lo scrittore era già ampiamente conosciuto, ma uno scrittore semisconosciuto aveva fatto denuncia per plagio. Erano in gioco grandi interessi economici, editoriali, e più avanti si scoprirà anche politici, per poter permettere che una frase potesse minare l’ascesa definitiva dello scrittore. La cosa su cui fece leva lo scrittore semisconosciuto, destinato poi a rimanere tale, era in realtà un tentativo di dimostrare che c’era stato il plagio completo della sua opera, cosa che per essere provata avrebbe implicato da parte dello scrittore semisconosciuto il dover mettere in campo delle risorse economiche immense che non avrebbe mai avuto a disposizione e lo scontrarsi con poteri più o meno forti e occulti che lo avrebbero fatto a pezzi. Fu quindi pensato, tramite la casa editrice dello scrittore, di giungere a un veloce conciliabolo che si concretizzò in un grande esborso per mettere a tacere l’accusatore, il plagiato. Questa cosa era nota solo a pochissimi addetti ai lavori, oggi quasi per la totalità scomparsi, agli avvocati che naturalmente avevano il vincolo del silenzio e forse a qualche bibliotecario distratto che non aveva posto l’attenzione necessaria agli avvisi ricevuti tramite circolari interne che arrivarono direttamente dal Ministero circa la restituzione alla casa editrice delle copie che dovevano essere mandate immediatamente al macero. Non si andò nemmeno in causa; lo scrittore semisconosciuto non pubblicò mai più niente e pochi anni dopo mise su un agriturismo con i soldi ricevuti. Che dopo più di cinquant’anni qualcuno, sotto le vesti di un giovane appassionato di letteratura, mescolato alla solita calca di fan e curiosi che stazionavano all’ingresso della sua villa, potesse riesumare la frase e implicitamente tutta quell’oscura vicenda, dovette sembrare uno strano scherzo del destino. L’apparizione di questo giovane, grande amante dello scrittore, e forse emulo lui stesso di colui che era il suo mito e la sua stella d’oriente nel suo velleitario percorso di aspirante uomo di lettere, dovette avere lo stesso l’effetto sullo scrittore e sul suo entourage dell’apparizione di un fantasma.

A occhi esterni sarebbe potuto apparire solo come un fan accanito, uno che poteva aver preso queste notizie da blog e flames retrodatati di totale indimostrabilità, oppure un autentico paranoico al quale nessuno avrebbe dato ascolto, in ogni caso costituiva una potenziale minaccia. Per questo gli occhi dei due tutori non gli si staccavano di dosso e si fecero severi.

Il giovane invece, come se si fosse destato da un sogno, non cominciò dalla frase ma iniziò a parlare con un’improvvisa spigliatezza del fatto che anche lui voleva fare lo scrittore, ma che era arrivato fuori tempo massimo. Lo scrittore continuava a guardarlo come inebetito, come fin dall’inizio di quella strana convocazione. Il giovane non fece nessun accenno al fatto che aveva letto tutti i suoi libri, proprio per non incrociare lo sguardo dei pericolosi sgherri sotto forma dei due tutori che gli si sarebbero gettati addosso con un’interrogatorio stile Gestapo sulle sue fonti, sulle sue conoscenze, su chi diavolo fosse. Riuscì addirittura a portare la conversazione per un po’, per crearsi un campo, sugli arredi della sala, sugli splendidi broccati d’oro e d’argento che rivestivano le poltrone e su dove si trovasse la famosa sala delle conferenze, la mitica Sala Rossa, quella che aveva visto lì pervenire nel corso degli anni tutta l’intellighenzia mondiale per convegni internazionali, seminari, summit politici di vario livello, nel lungo periodo nel quale lo scrittore era stato ai massimi livelli della vita politica del paese. Lo scrittore aveva dismesso il suo impegno politico già da anni e il titolo di senatore a vita che gli era stato conferito sapeva solo di commemorativo, quasi un “a futura memoria”. In parlamento, per lavori di aula del resto negli ultimi dieci anni c’era stato non più di cinque volte, per l’elezione dei Presidenti della Repubblica, per quella volta che fu dichiarato lo stato di guerra e quella che si doveva votare l’abolizione della costituzione contro la quale riuscì a organizzare niente di più che un’inutile raccolta di firme. La sala conferenze era, soprattutto all’uscita di un suo libro, la sede di svolgimento della conferenza stampa ufficiale alla quale presenziavano sempre le massime autorità politiche, militari e religiose. Ora invece appariva come un ampio salone della grandezza di un campo da tennis in fase di smobilitazione. Avrebbe potuto contenere con disposizione a teatro fino a duecento persone e invece ora le sedie in fodera di velluto rosso erano malinconicamente accatastate in lunghe pile agli angoli e lungo le pareti, facendole assomigliare a dei piccoli menhir. I cordoni separatori con i pali ottonati giacevano a ridosso del tavolo relatori sul fondo della sala. La pesante moquette rossa sprigionava un forte odore di polvere, delle infiltrazioni si notavano venir giù in spire dal solaio e l’unico tratto di un colore diverso dal rosso avvolgente di quella sala deserta era la consolle in un vivace verde e giallo di un gioco interattivo sul calcio, con tanto di porta e rigorista, evidentemente lo svago principale del bambino, il pronipote dello scrittore. La sala era posta sul retro della villa e ci si arrivava da uno scalone di marmo di una sola rampa che conduceva al piano ammezzato che era l’uscita cieca dello scalone e anche il foyer della Sala Rossa.

Lo scrittore pareva essere assente da tutta quella conversazione che in teoria doveva essere un colloquio del quale avrebbe dovuto far parte. Il giovane ormai si stava sciogliendo e cominciò a parlare un po’ di sé cercando di spiegare in modo confuso come realizzò anche lui di poter diventare uno scrittore. Disse che questo accadde quando si rese conto che i suoi occhi registravano tutto, quando si accorse di pensare come uno scrittore e quelle immagini si articolavano in pensieri, concetti e fantasticherie che avrebbe dovuto elaborare in qualche modo su un foglio. Disse, senza che lo scrittore sembrasse capire o solo seguisse il filo dei suoi ragionamenti, che aveva iniziato a buttare giù delle cose ai tempi della terza media, delle specie di racconti hardboiled, con finali sempre violenti. Successivamente passò allo splatter; si poteva presumere venisse direttamente dai fumetti, come del resto accadeva spesso ai ragazzi della sua generazione che hanno una qualche velleità di tipo letterario; immagini sovrapposte alle parole, ma aggiunse che da quando lo aveva conosciuto, letterariamente si intende, aveva avuto come una folgorazione, un’illuminazione come San Paolo sulla via di Damasco. Il suo piccolo monologo fu interrotto da uno scalpiccio veloce e progressivo in avvicinamento e da urla soffocate che precedettero l’ingresso a corsa nella sala del bambino inseguito dalla madre alla quale evidentemente era sfuggito alla presa. Fece degli slalom fra le poltrone e il tavolo da fumo fra gli occhi stupefatti del giovane e gli sguardi insofferenti dei due tutori. Giocò ad acchiapparello per un po’ con la madre, mettendo a rischio per ben due volte i vasi cinesi. La madre nella sua foga per riacciuffarlo riuscì per un po’ a non dover affrontare l’imbarazzo per quella scena a suo modo comica e riuscì a bloccarlo non prima che il bambino fosse riuscito ad arrivare fino alla botola della vetrata dove infilò dentro le braccia rimanendoci incastrato e mettendosi a fare la linguaccia alla folla di curiosi che rimasero a bocca aperta. La folla intanto era aumentata e si sentiva un gran tramestìo: urla sguaiate e cartelli con slogan e fotografie. Era un gruppo di infervorati di qualche associazione ecologista. Si avvicinarono alla botola proferendo le ingiurie più truculente all’indirizzo dello scrittore, perché lui era da buon conservatore contrario agli e book e quelli pensavano a tutti quegli alberi uccisi per stampare tutti quei suoi insulsi libri, come quelli di tutti gli altri suoi simili che la pensavano come lui. Nei cartelli si parlava della deforestazione e dei danni incalcolabili che questa stava causando. Nelle foto si potevano vedere grandi ceppi di alberi tagliati con il sangue che fluiva copioso tutto intorno. Questo tipo di manifestazioni contestatarie di sparuti gruppi di vario tipo erano quasi giornaliere, un po’ come succede a Roma dove addirittura ce ne possono essere anche cinque o sei al giorno e può capitare di incrociare qualche cittadino che ti chiede; “J’avete menato?” e qualcuno dei manifestanti risponda in perfetto romanesco “J’amo menato, J’amo menato”. Lì davanti alla villa dello scrittore queste cose invece non erano tollerate e doveva essere rotto immediatamente lo stato d’assedio. Così, come le altre volte, furono chiamate con urgenza le forze dell’ordine per farli sgomberare da sotto il porticato di fronte all’ingresso della villa, dove fu concesso di rimanere solo agli inoffensivi anziani curiosi. Dopo quell’insolito intermezzo e dopo che il bambino fu divincolato dalla botola, la madre con la piccola peste ancora scalciante sotto il braccio come una tavola da surf, cercò di scusarsi spiegando che il problema era che lui lì si annoiava e che c’era da capirlo. Scomparve ancora dietro la vetrata oscurata, non prima che il bambino riuscisse ad assestare un piccolo buffetto sulla testa dello scrittore che si scosse appena, come se gli si fosse posata una mosca sulla fronte.

Il giovane ricevette il cenno severo dei due tutori che avrebbe potuto continuare. Lui avrebbe voluto in realtà che fosse lo scrittore a chiedergli qualcosa, ma quello taceva. Era chiaro che doveva essergli accaduto qualcosa, ma di questo online il giovane non era mai riuscito a trovare niente. Era come se si fosse creato un black-out informativo intorno a quello che era successo allo scrittore negli ultimi tre anni, esattamente da quando la sua amata moglie era scomparsa, un vuoto, un non senso che coincideva evidentemente con lo sviluppo di quella malattia che affliggeva lo scrittore e che lo rendeva come catatonico.

Il giovane, a dispetto delle domande che avrebbe voluto porre ma che intuì non avrebbero mai ricevuto risposta, se non dei gesti convulsi, abbassò lo sguardo per una frazione di secondo e poi disse allo scrittore, avvicinandosi al suo orecchio sotto lo sguardo severo del ragazzo e dei tutori,  che lui aveva un grande quaderno di appunti che poi riportava su un file word chiamato “spunti recuperato”. Disse che lì metteva le sue folgorazioni, quelle che chiamava le sue illuminazioni  che avrebbero costituito secondo lui le basi del suo futuro romanzo che stupire il mondo avrebbe fatto. E tutto questo era potuto accadere solo grazie a lui, allo scrittore, alla sua grandissima lezione etica e vocazione civile, quantomeno quella della prima fase “storicizzante”, anche se pure nelle successive, l’alto valore morale delle sue opere, così disse il giovane, seppure trasfigurato sotto un incombente pessimismo, non era mai venuto meno. Schematicamente i periodi artistici dello scrittore in tutte le biografie e i saggi critici erano raggruppati in tre grandi gruppi:  il “periodo storicizzante”, quello che con i suoi romanzi storici lo elevò a coscienza nazionale; quello cosiddetto “esistenzialista”, al quale si ispirarono direttamente tutti i francesi e che fu anche ribattezzato il “periodo blu” e l’ultimo che era definito il “periodo cosmico”, ribattezzato anche il “periodo bianco”, come spesso accade con l’avanzare dell’età, quella fase nella quale ci si dà al misticismo e a una qualche forma di religiosità che negli ultimi grandi successi dello scrittore si era tradotta in un vago spiritualismo e progressivo allontanamento dalla sua vocazione civile, cosa che una certa critica militante volle a tutti costi far passare per un amore panico per il creato.

Nessuno parlò mai di quell’ultimo periodo, quello del silenzio. Erano passati ormai tre anni e lo scrittore non aveva più pubblicato alcunché, nemmeno un elzeviro per qualche giornale. Tutto questo appariva al giovane dovuto a una qualche forma di malattia di tipo neurovegetativo, della quale comunque nessuno aveva avuto alcun tipo di notizia, come se da tre anni fosse calato un silenzio fatato, come una premonizione di streghe che si fosse avverata, come un fantasma che fosse venuto ad annunciare un’amara sorte, come il lucido delirio inascoltato di un sonnambulo che cerca di scacciare via una macchia. Il giovane continuò, parlando con scioltezza allo scrittore del fatto che era importante in quei momenti annotare quelle sensazioni, metterle su carta, non lasciarle andare come seme che si disperde. Cercava naturalmente un cenno di assenso da parte dello scrittore, ma lui non dava nessun segno di una benché minima reazione. Il giovane non era nemmeno convinto che lo scrittore stesse capendo ciò che lui gli diceva. Uno dei due tutori gli fece presente di stringere, perché il Dottore, così lo chiamò, avrebbe dovuto riposare. Sarebbe stato riportato, così come era venuto, nella sua stanza, biblioteca, soggiorno, camera da letto, dove era ormai confinata la sua vita. Eppure la villa era grandissima, esisteva anche una sala da pranzo che si trovava sul retro, accanto alle cucine, ma anche quella era inutilizzata. I pasti frugali dello scrittore erano serviti su un vassoio che gli veniva portato in camera da letto e dove gli venivano somministrati dal ragazzo. Le altre uniche distrazioni erano la passeggiata nei bei pomeriggi soleggiati nel giardino della villa con la figlia della cognata, quando lei era presente, oppure con il ragazzo stesso. Il giardino aveva dei vialetti in finissima ghiaia tonda multicolore che dava il minimo scuotimento alla carrozzella dello scrittore e al tramonto rilasciava nell’aria riflessi e fosforescenze. Al centro, all’ombra di una quercia secolare, zampillava una fontana decorata con putti gaudenti, pesci-serpenti e draghi che spalancavano le loro fauci mostrando aguzzi e minacciosi denti su tutto il loro tronco che appariva disegnato in un degenerato colore verde che doveva essere l’effetto dell’ossidazione. Il giardino si sviluppava su un piano scosceso che aumentava progressivamente di pendenza, trovandosi su una collina di roccia calcarea. “Il colle”, come era denominata quella gobba imponente che era la parte alta del giardino, con la sua ripida pendenza era del tutto inutilizzato, facendo eccezione degli inservienti e i giardinieri che lo percorrevano come semplice passaggio per recarsi alla legnaia, una piccola casupola dalla forma di una baita di alta montagna che ora fungeva da rimessa per gli attrezzi da giardinaggio. Il “colle” oscurava la vista a nord e manteneva ombreggiato per la quasi totalità della giornata il giardino. Ai bordi c’era una semplice rete a scacchiera di acciaio a delimitare la proprietà che aveva un allarme perimetrale di ultimissima generazione. La villa si trovava in una valle umida e buia solcata da un piccolo fiume a carattere torrentizio, spesso completamente secco durante l’estate e lungo il quale si erano comunque indaffarati a voler costruire delle cartiere. All’interno della vallata, inerpicandosi per dolci colline, nascoste da boschi decidui e spesso immerse nella bruma, vi erano antiche residenze nobiliari, alcune delle quali prendevano il nome da Cardinali, il cui nome risaltava nelle indicazioni turistiche poste sulla strada principale. Nei secoli passati vi avevano preso dimora diversi porporati e stirpi di alto lignaggio. Quella oscura e fresca vallata, quella villa sotto i portici di quella cittadina di provincia era diventata da anni il buen ritiro dello scrittore. Lui ora era confinato in quelle due stanze, la sua camera-soggiorno-biblioteca e la sala del camino, che era un po’ la sua finestra sul mondo, la botola in particolare, dalla quale i fan e i curiosi spiavano e sparivano dentro e lui, lo scrittore, che da lì ogni tanto si affacciava sul mondo. Sembrava la botola del suggeritore, come a teatro, anche se non si capiva chi suggerisse cosa e a chi. La sua vita si svolgeva in quelle due stanze, benché la villa ne avesse altre, ma ormai erano state quasi tutte chiuse. La cucina stessa, con l’annessa sala da pranzo dove occhieggiavano nella penombra trumeau dai piani in marmo pieni di servizi di porcellana decorati a sfoglia d’oro e argenterie baluginanti, veniva utilizzata solo dalla figlia della sorella della defunta moglie dello scrittore, quando lei vi soggiornava con il figlio. C’era anche un’altra sala che era chiamata la sala veneziana ma era in totale disuso e i mobili erano stati coperti da teli bianchi sotto i quali si intuivano vasi di ogni dimensione e foggia, antiche cassepanche e mobili tarlati, dando a tutto l’ambiente un aspetto spettrale. Era chiamata così perché le pareti erano ricoperte di quadri di vedutisti veneti e veneziani, per lo più artisti minori, allievi di Canaletto, Carpaccio e Tiziano. Nella penombra si potevano scorgere in un affascinante gioco di chiaroscuri, vedute di Palazzo Ducale dalla Giudecca, panoramiche dei sestieri di Cannaregio, Dorsoduro e l’Arsenale. Era il salotto della villa, quello dove nei tempi che furono lo scrittore aveva gli appuntamenti ufficiali con le personalità che lo adulavano, il suo salotto letterario insomma. Anche questa era sul retro della villa, lontana da occhi indiscreti e vi si arrivava da una breve scalinata con un corrimano di ottone, dal lato opposto della sala rossa, ma sempre su un piano ammezzato.

Lo scrittore avrebbe voluto parlare in qualche modo con quel giovane che era riuscito a violare l’inviolabile, con un segreto, con un plagio o con i soli effetti di un plagio, vero o presunto che fosse. Di questo nella conversazione che si poteva presumere stesse volgendo al termine non ci fu più cenno, nemmeno negli sguardi dei due tutori che apparivano ora corrucciati e distratti. Questo fu comunque un successo per il giovane. Lo scrittore, non fosse stato per la malattia, avrebbe parlato al giovane dei suoi più reconditi pensieri e ossessioni, di come avesse sempre corteggiato la morte nelle sue opere, anche nel periodo “storicizzante”, sensualmente, come i romantici, Eros e Thanatos, con grandi slanci, vagheggiando passioni assolute, misterici echi e richiami, con un trasporto così intenso che sconfinava nel soprannaturale, confessandogli che tutta la sua opera fin dall’inizio era stata interpretata erroneamente. Avrebbe provato a dare dei consigli a quel giovane, ricordandogli che un buon scrittore doveva avere le doti del buon arrampicatore: la calma, la pazienza, l’attenzione e la tenacia. Gli avrebbe confidato che il fulcro di tutto era sempre nella natura, che era nell’osservazione e assorbimento di quello scrigno di segreti che c’era la chiave di tutto e che la natura stessa era l’essenza del vivere e dello scrivere.

Il giovane fece ancora riferimento ad alcune interviste dello scrittore nelle quali ripeteva sempre che una buona abitudine per giovani scrittori o aspiranti tali era quella di trascrivere fedelmente i propri sogni aggiungendo che lì dentro ci sono già tutti i mostri, diceva che sì, c’erano anche le farfalle, ma più mostri travestiti da farfalle e chissà quali mostri e fantasmi si agitavano ora nella mente dello scrittore, perché anche se la sua bocca e tutto il suo corpo non davano che dei segnali convulsi e contorti, almeno quella doveva mandare ancora degli impulsi e sentire con tutto il resto di quel corpo malato e sofferente. Forse impulsi, segnali della moglie scomparsa tre anni prima, cose che non esistono, fantasmi di azioni di sangue, magari realizzando solamente quello che gli era rimasto: un’aristocratica dimora solitaria troppo grande per lui che si poteva solo muovere in due stanze guidato da un maggiordomo nel fiore degli anni; una nipote  che parlava sempre seccamente e con grande educazione e tranquillità  e che veniva a fargli visita ogni tanto insieme al suo figlioletto indisciplinato con il quale lui non era mai riuscito a parlare; una torma di servitori e lacchè indispettiti che cercavano solo di succhiargli le ultime stille di sangue.

Per il giovane alla fine tutto quanto fu troppo. Lo scrittore anche a quelle ultime sollecitazioni non parlava, o sembrava non vi riuscisse. I movimenti della sua bocca producevano delle cose afone e sgradevoli a vedersi. Il giovane si mise a piangere, un pianto vero, sincero, che nascose fra le mani che si portò al volto per non farsi scorgere dallo scrittore che salutò quasi repentinamente chiedendo al ragazzo di essere accompagnato fuori, rimuginando fra sé una frase presa in prestito che diceva  più o meno che  “la vita è solo un ombra errante, un guitto che in scena s’agita un’ ora pavoneggiandosi e poi tace per sempre, una storia narrata da un idiota, colma di suoni e di furia senza alcun significato” e gli sembrò di ricordare che questa cosa era diventata un po’ lo slogan di quegli esistenzialisti francesi che avevano attinto a piene mani anche dalle cose dello scrittore, come dei comuni usurpatori di un trono. I tutori lo lasciarono andare e capirono, anche loro capirono se mai non lo avessero saputo. Capirono che quel giovane sarebbe stato inoffensivo e lo videro uscire dal portale facendosi largo fra i curiosi, qualche giovane come lui, ma con lo sguardo spiritato, gli anziani che continuavano a guardare dentro quella botola come se stessero assistendo a dei lavori in corso in un cantiere, e la classe di un istituto tecnico commerciale lì da poco convenuta. Evidentemente la cultura era diventata una qualsiasi merce di scambio, nella migliore delle ipotesi una semplice attrazione turistica. Erano ragazzi fra i quindici e i sedici anni e il giovane, prima di scomparire lungo il porticato, udì la professoressa dire ai ragazzi di avvicinarsi uno alla volta alla botola e che potevano fare una sola foto a testa.


Simone Bachechi

Simone Bachechi è nato e cresciuto nella campagna toscana, fra campi di mais, zucchine, melanzane, carote e aie piene di galline, oche e anatre. Più tardi pensò di trasferirsi a Firenze per studiare filosofia teoretica passando gran parte della sua gioventù su testi di Rudolf Carnap, Saul Kripke, Ludwig Wittgenstein, il Circolo di Vienna e altre amenità di questo genere: quando si dice due braccia rubate all’agricoltura. Poi ha fatto altre cose e per resistere legge, soprattutto racconti, ogni tanto ne scrive, sia dei libri che ha letto che   racconti da lui stesso scritti, e non sopporta quelli che dicono ci aggiorniamo, perché le parole sono importanti.

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