Marina e l’aria

Ho notato che ultimamente (o così sembra a me) escono meno raccolte di racconti di “autori vari”. Servono a qualcosa, le raccolte di racconti vari? Secondo me sì, soprattutto agli autori, che hanno modo di conoscere persone con tratti in comune, passioni simili: per la mia esperienza, posso dire che molte delle persone che conosco in questo mondo di libri le ho incontrate per la prima volta come “compagni di raccolta”.
Nella prima raccolta a cui ho partecipato, ad esempio (avevo ancora la barba nera e una concentrazione di capelli per centimetro quadrato che non mi metteva in imbarazzo), cioè “Giovani cosmetici” curata da Giulia Belloni per Sartorio, casa editrice di Parma, ho conosciuto Francesco Coscioni (che allora scriveva), Nicola Manuppelli, Michele Ruol, Emanuele Kraushaar e Marina Sangiorgi.

L’ho scritto un sacco di volte, anche qui su Grafemi: per me, Marina Sangiorgi è una delle migliori autrici di racconti in Italia. Ricordo di aver letto la sua raccolta “Rubare tempo all’allegria” mentre ero alle terme, una domenica, con Jurij e Matija, i miei due figli allora ancora piccolini – in quei giorni, in quegli anni, a dire il vero, ero tormentato da un dente del giudizio che la mia dentista diceva che “dovevo accogliere”. Quando alla fine me lo sono tolto (in ospedale, perché non c’era altro modo, ormai), è stato uno dei giorni più felici della mia vita… Ma tornando alla raccolta “Rubare tempo all’allegria”: è composta da una serie di racconti intrecciati tra di loro, che si svolgono nella bassa pianura padana negli anni venti e trenta. Una scrittura classica, con tantissimi riferimenti alla letteratura italiana – una riscoperta di quella tradizione narrativa che era stata poi travolta dalla letteratura americana.

La prima volta che ho incontrato Marina dal vivo è stata a una presentazione a Imola nel 2012, dove mi aveva invitato per presentare “La felicità esiste” – ma ci eravamo già “quasi incrociati” a Lugo di Romagna, alla prima fiera del libro a cui aveva partecipato la Neo edizioni; lei, che era di quelle parti e conosceva Coscioni grazie alla raccolta “Giovani cosmetici”, era venuta allo stand della casa editrice, un tavolino da scuola (senza rotelle) con 4 titoli in catalogo; ma lei era passata la mattina e io ero arrivato il pomeriggio, e non ci siamo visti. La fiera si svolgeva nel cortile di un Liceo, con i tavolini lungo il chiostro, sotto un cielo che sembrava latte spanto. Proprio lì feci la prima presentazione ufficiale di “Antropometria”. Il pubblico era partecipe e si chiamava Claudio; alla fine della presentazione, il pubblico, che nella vita faceva l’agricoltore, consegnò due manoscritti a Francesco – ricordo che uno dei due aveva la peculiarità che poteva essere letto dall’inizio alla fine o dalla fine all’inizio, dando vita a due storie diverse ma tra loro legate. Francesco gli chiese chi erano i suoi autori preferiti e lui rispose che non leggeva perché non voleva venire influenzato nella scrittura. La presentazione era stata fatta in una delle aule del Liceo che ospitava questa fiera (credo la fiera più piccola del mondo) e fu un buon allenamento: se sbagliavo le risposte, o mi intortavo, dicevo: “ok, questa la rifacciamo” e ripartivo dall’inizio.
Quel giorno comprai un libro bizzarro e giovanile di Nathanael West. Poi mi ero fermato a cena con Coscioni e Alessandra, che allora era ancora la sua ragazza e che poi è diventata sua moglie: Lugo, che è un ridente paesino della Romagna, sebbene non mi fosse chiaro, allora, che cazzo avesse da ridere, sembrava un quadro di De Chirico. Nella piazza centrale, fascistissima, c’era una statua enorme – occupava metà paese – dedicata a Francesco Baracca che era nato là.

Alla presentazione di Imola del 2012, io non conoscevo Marina – sono entrato in questa libreria che ci ospitava, molto grande, era della Coop, in un centro commerciale, e ho girovagato fino a quando l’ho riconosciuta…. Aveva qualcosa di Emily Dickinson, e come la Dickinson era molto ironica. La presentazione era organizzata da un’associazione culturale, ViaEmiliaVenticinque, un gruppo del quale facevano parte, tra gli altri, Marina e Muriel Pavoni, autrice e persona molto in gamba, che avrei voluto presentare a Padova qualche anno fa, con “Vedute di pianure con dame – Partigiane in Romagna“. Facevano cose bellissime – reading, scrittura, rappresentazioni teatrali – e raramente ho trovato persone così genuinamente appassionate: parlavano solo di libri e di nuovi progetti. Dopo la presentazione, eravamo andati a mangiare in una piadineria gourmet, la “Calma e gesso”, in centro a Imola – avevamo parlato e bevuto, ed era stato bellissimo, e quando siamo usciti nevicava, tutta Imola era bianca (il viaggio di ritorno fu un incubo, a 50 chilometri all’ora in autostrada, ma non rovinò la magia di quella serata).
Una volta, credo fosse aprile o maggio del 2013, era venuta a una presentazione di “ESC – quando tutto finisce”, a Bologna – quello fu il giorno in cui conobbi Federica De Paolis (tolta la prima volta a Roma, alla minimum fax che lei però non ricorda) e strinsi un’amicizia più seria con Stefano Sgambati. Passammo un pomeriggio tutti insieme, come degli artisti, tra bar e librerie. Ma questa è un’altra storia.

Tornai a Imola per “Il giorno che diventammo umani”, nel 2013. Un anno dopo la invitai a scrivere per la raccolta “L’amore ai tempi dell’apocalisse” che sarebbe uscita per Galaad alla fine del 2015. Il suo racconto si rivelò uno dei più belli, una storia incredibilmente attuale, in quest’anno: viene descritto l’inizio del lockdown con una precisione quasi profetica.
Poi un giorno chiedo un racconto a Marina per il blog, per questo blog, e lei mi manda “Mi basta l’aria“. Leggendolo, mi ero commosso fino alle lacrime: era un racconto diverso dai suoi, meno equilibrato, meno composto, e però devastante. Poi, mi si è gelato il sangue, perché improvvisamente ho capito (sperando di non aver capito giusto) cosa le stava succedendo…

Il racconto, uscito qui su Grafemi nell’ottobre del 2014 – quattro anni dopo il mancato incontro a Lugo – era questo:

Mi basta l’aria
di Marina Sangiorgi

Se fossi Dio non metterei alla gente le piaghe nel petto, non l’appenderei alle croci coi chiodi a mani e piedi. Se fossi Dio darei a tutti una lunga vita infinita senza strappi e tagli e ferite. Darei rose senza spine, rose e gigli, profumati, colorati, ai miei figli.
Da fine maggio alzo gli occhi andando, e ho visto finalmente che il cielo è così bello, l’azzurro del cielo, le nuvole, l’azzurro e il bianco, e il calore del sole sulla schiena e le braccia.
Non ho ringraziato abbastanza per i tramonti in fondo alla via Emilia e i platani del viale della stazione, i loro tronchi bianchi. L’importante, nella vita, la cosa veramente importante, è l’aria sulla faccia. Sentire l’aria sulla faccia. Socchiudo gli occhi, l’aria e basta, pura e semplice, l’aria sulla faccia in bicicletta, quell’aria a tratti sulla faccia mentre cammino la sera.
Non sono mai stata male. Prima. Prima di adesso. Credevo di essere stata male. L’anno della supplenza ho pianto tutti i giorni, ma non era quello stare male. I due licenziamenti in via Bondi, quei due pomeriggi di gran pianto sul divano. Non era quello star male, mi ricordo che il divano era strano e verde e i tigli dietro la finestra. Lui mi ha piantato su una panchina in fondo a via Corticella, piangevo con le amiche in via Varthema e andai a comprarmi una maglia da Coin. Non era poi veramente quello stare male. Mi ricordo dopo quel colloquio di lavoro a Ravenna, sentivo un tale freddo sulle gambe, sotto i jeans, sentivo quel fastidioso freddo e gelo sulle cosce sotto i jeans e pensavo, credevo di stare male. Non stavo male. Non stavo poi così male. Ho pianto molto, da bambina in cima agli scivoli, nei bagni del 38, dopo quella cena di donne a San Luca, quel giorno che rimasi a sbobinare in via Mascarella, non mi ricordo nemmeno perché, – anzi mi ricordo, piangevo e non stavo ancora male.
Piansi disperatamente, lo lasciai e andai a prendere il treno, seduta alla stazione guardavo i binari, i prati, la luce rosa del mondo, stavo male e non poi così male.
Dio, ridammi la mia vita di fallimenti, il tepore dei ripetuti fallimenti della mia dolce vita.
Il medico mi ha chiesto se sento dei dolori. Se sento dolore. Lo sento.
Mi sembra di cominciare a sentire la ferita del dolore totale, perfetto, di me stessa, di ognuno, di tutti. Mi arriva l’eco del dolore dei continenti, del Purgatorio, dell’universo.
Aspetto il giudizio universale. Quando mi sarà ridato il mio corpo originale, autentico, vero. Rivoglio il mio corpo integrale, non un corpo aggiustato, artefatto, tagliuzzato e tumefatto. Lo voglio sano, non risanato. Il mio corpo puro e purificato. Che tenerezza per il mio povero corpo, il mio corpo tenerello, che ora che è malato, è bello.
Aspetto i secoli e i secondi che mi separano dal risalire dalla polvere, il tornare a essere, perché voglio la salute e la salvezza, voglio la libertà nella salvezza, la voglio ora e invece devo aspettare, vegliare nella notte per miliardi di secoli. I miliardi di secoli sono come un battito di ciglia, eppure i giorni sono lunghi come l’eternità, ogni giorno ho tutto il tempo di pensare, di soffrire, a questa morsa nel petto, questa tenaglia, il bisturi che mi taglia la carne.
Sto male e mi accorgo che l’aria è bella e gli alberi alla sera sono bellissimi, si imbrunano e le foglie si muovono all’aria leggera, e tutto è dolce, una meraviglia, una bellezza spropositata e immeritata. Mi piace tutto: i bambini nei passeggini, la musica, la gente, – ah la gente! ma li guardo abbastanza i visi, i sorrisi, le mani, le attaccature dei capelli? Dio, mi piace tutto! I sandali, le seggiole, le lampadine, il pavimento che scorre sotto i piedi, ogni momento, ogni andamento, oleandri e magliette e risate, le voci, il chiasso della vita, voglio restare per guardare, guardare ancora, guardare e basta. Ogni giorno è clamoroso, è un clamore di desiderio e amore, ogni giorno è tutto, e non voglio niente, non chiedo più niente, mi basta l’aria.


A ottobre del 2016 sono stato invitato a Imola per una commemorazione di Marina, nella stessa libreria dove mi aveva presentato nel 2012. C’erano il fratello e tutti i ragazzi di ViaEmiliaVenticinque, ed è stato un momento dolce, straziante, commovente e ironico, come era Marina…. Muriel si è poi prodigata, con amorevole cura, per portare alla pubblicazione il romanzo a cui Marina stava lavorando: La vera gloria, pubblicato da CartaCanta.
Ho rivisto Muriel e gli altri a ottobre del 2018, sempre a Imola, in una bella libreria del centro. Dopo la presentazione, siamo andati a bere qualcosa insieme, tutti quanti, in un bar che anche nel ricordo mi sembra molto bello. Il gruppo, da quella sera che avevamo passato a mangiare piadine e bere vino rosso mentre Imola diventava bianca, si era ingrandito, mi pareva; ma in mezzo c’era un vuoto doloroso, mitigato solo dal ricordo gentile di quella persona speciale che avevamo perso.

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Marina Sangiorgi

La foto di copertina è di Christian Baldin.

2 Comments

  1. Ricordo molto bene questo racconto di Marina. Seguivo da alcuni mesi Grafemi, c’ero arrivata per caso dopo aver letto Sei minuti, all’epoca non scrivevo ancora e non sapevo di voler scrivere.

    “Il pubblico era partecipe e si chiamava Claudio…” ❤.

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  2. L’idea del romanzo che si legge al dritto o al rovescio deve venir fuori da un sogno di Cortazar. Spero che Claudio sia stato pubblicato.

    Il racconto è straziante… ma è poi davvero un racconto pero?

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