Memorie di un dittatore

Nei giorni scorsi pensavo a una classifica immaginaria dei temi di cui si occupa la letteratura. Updike, in un suo discorso della fine degli anni sessanta, a un gruppo di scrittori inglesi, sosteneva che il romanzo nasce quando si inizia a parlare di amore, e che senza questo elemento nessuna storia sta in piedi per più di qualche pagina. In particolare, lui parlava dell’amore contrastato; la rimozione definitiva di ogni possibile ostacolo alla realizzazione di una storia d’amore, che potremmo situare attorno agli anni Sessanta del secolo scorso, ha costretto gli scrittori a guardarsi attorno, in cerca di altro che fosse all’altezza – secondo Updike: “la violenza”. I francesi, dei quali si dice che per formare una coppia debbano essere in tre, erano convinti che senza adulterio, senza questa particolare forma di amore, non può esserci romanzo.
Martin Amis, mi pare in London Fields, dice che il contrario dell’amore non è l’odio, sentimento che solo il perfido Jago di Otello è riuscito sublimare, ma la morte, che è l’antagonista per eccellenza di tutti i personaggi, da Ettore in poi.
Nell’Ottocento, già a partire da Jane Austen, entrano in gioco i soldi. Piketty, ne “Il capitale nel XXI secolo”, calcola la rendita in Inghilterra nel 1800 partendo da Orgoglio e pregiudizio, arrivando a dire che la remunerazione del capitale al 5% annuo è una caratteristica costante nel tempo. Dickens, e molti dei suoi amici, non riescono a scrivere un romanzo senza che a un certo punto non salti fuori un testamento con tanto di eredità. Mrs Emma Bovary non sarebbe stata costretta a mangiare arsenico per quel fastidioso problema di debiti: nell’Essex, dove Dickens l’avrebbe fatta nascere, vivere e amare, sul più bello muore sempre una zia che nessuno aveva mai sentito nominare, e che lascia una somma di denaro sufficiente a pagare il sarto e poi a vivere nell’agio per il resto dei giorni.
Infine, il quarto elemento, potere. Shakespeare ha costruito metà della sua fortuna, sul potere – su come lo si conquista, su come lo si perde. I romanzieri per qualche secolo non se ne curano; ma nel Novecento iniziano a fare i conti con la sua presenza ingombrante: Kafka (sempre metafisico, ma per questo non meno efficace), Huxley, Orwell, e Welles nel cinema. Il Ventesimo secolo, soprattutto la sua prima metà, è il momento in cui l’esercizio del potere assume le sue forme più estreme, pervasive, fatali. Impossibile non accorgersi di questo. Poi, come diceva Marx, la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa, e questo è il XXI secolo.

Non mi sottraggo ai miei doveri di autore e nel mio piccolo sto giocando, ormai da una decina di anni, con questi ingredienti, mescolandoli secondo proporzioni variabili. Nei miei racconti, non c’è dubbio che prevalgano l’amore e la morte (che comprende la malattia, il dolore, la perdita), forse perché sono più semplici da mettere in scena, nella loro immediatezza. Di soldi (soprattutto della loro mancanza) mi sono occupato in “XXI Secolo” e in “Tutto male finché dura”, dove addirittura lo sgangherato personaggio principale elabora teorie specifiche sull’argomento; il potere, era invece rimasto un po’ sullo sfondo: compariva solo nelle sua forme minore – il potere aziendale – ne “La Passione secondo Matteo” e ne “L’invenzione degli animali”. E’ quindi arrivato il suo turno.

Il 25 febbraio del 2021, un anno dopo l’inizio del periodo più stravagante per il mondo-come-lo-conosco, esce “Memorie di un dittatore” per Giulio Perrone Editore (confesso una piccola debolezza: quando qualcuno dice “che fa anche rima” per sottolineare l’assonanza di due parole vicine, è bene che io non abbia un badile a portata di mano). Ho iniziato ad allevare la larva ancora inconsapevole di questo romanzo nel 1986, nutrendola con “Eliogabalo” di Antonin Artaud. Poi, mille altre letture, e per anni ho girato attorno al nocciolo di una storia che parlasse del potere smisurato nelle mani di un uomo solo. Quando finalmente ho creato il file “Memorie di un dittatore.docx”, nel gennaio dell’anno scorso, è stato come scrivere sotto dettatura. Non credo di essermi mai sentito così tanto a mio agio nella scrittura come in questi ultimi dodici mesi – non so se in generale questo sia un bene (il fatto che io mi diverta a cantare le canzoni di Mika in doccia e che la cosa mi dia molto piacere non garantisce la qualità del risultato) ma di sicuro ho sentito di avere finalmente i mezzi per raggiungere il risultato che volevo, e di aver costruito le condizioni (voce, struttura) che mi avrebbero permesso di fare cose altrimenti impensabili. Anche se tra tutti i miei libri è il meno intimista, devo ammettere che è quello che parla in modo più chiaro di me.

Inizia quindi una nuova avventura con una casa editrice, la Giulio Perrone Editore, che mi ha voluto e che io ho voluto (nel 2009 avevo mandato a loro il mio primo manoscritto!). Abbiamo lavorato bene, secondo me, e si è creata subito una bella complicità e comunione di intenti.
Più passano gli anni, e più il mio saldo è in grande attivo, nel bilancio della mia esperienza con i libri – e non dimentico mai chi mi ha permesso di entrare in questo mondo, la cara Giulia Belloni, e gli amati cugini (tra di loro, ma anche un po’ miei) Francesco Coscioni e Angelo Biasella: se da qualche parte esiste un giudice che valuterà il bene fatto in questa vita, dite pure che avete fatto tanto felice un essere umano.
Ci sono poi piccoli eventi che hanno contribuito a mettere in moto la macchina della scrittura di questo libro, e persone che senza saperlo mi hanno aiutato. Ne ringrazio molte, nelle ultime pagine, ma nella fretta ne sono rimaste fuori due (niente rammarica più di questi errori): una è Luca Albani, che a una mia richiesta su Twitter con la quale chiedevo consigli di lettura su un certo tipo di libri, mi ha gentilmente consigliato “Menti tribali” di Jonathan Haidt, Codice edizioni; l’altra è Marco Pra Levis Barizza, che mentre cenavamo a Cavallino, dopo una chiacchierata con altri amici, ha citato una frase di Franklin che poi si è rivelata fondamentale per mettere a fuoco il libro: “La democrazia è due lupi e un agnello che si mettono d’accordo su cosa mangiare a colazione. La libertà è un agnello ben armato che contesta il voto”.
La prima presentazione online è il 24 febbraio alle 19, su Facebook, con Nadia Terranova e Pierluigi Battista, ospitati da Libreria Teatro Tlon. Il 26 febbraio, alle 19.15, ci troviamo alla Libreria Trebisonda di Torino, che compie 10 anni, sempre in diretta su Facebook, con Michele Vaccari, del quale sono un devoto, e Malvina Cagna, la libraia.
Io, ho fatto del mio meglio: spero che il risultato sia di vostro gradimento! ❤

“Ero pronto a sfondare la porta del potere con la forza: abbassai la maniglia, ed era aperta”

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