L’arte e i regimi

Ciclicamente, sulla letteratura e le arti in generale si abbatte la scure del nuovo regime di turno: scende la cappa della censura, si accendono i falò, si preparano lunghe liste di ciò che non va letto, visto, ascoltato – e quasi sempre c’entra la morale – che parola pericolosa, la morale! Quanto manipolabile, quanto incerta. E’ come la libertà: ogni guerra nasce con l’obiettivo di assicurarla a qualcun altro. Nei secoli, le nuove idee di giustizia che di volta in volta si affacciano ritengono di essere così giuste da dover cancellare tutte le altre.

Non ho mai creduto che l’arte abbia un qualche speciale lasciapassare, o dei diritti che derivano da non so quale principio. Qualche giorno fa, dal palco del concerto del Primo Maggio, Fedez ha detto che, in quanto artista, aveva il diritto di dire quello che voleva. Be’, si sbagliava. Non c’è alcun diritto. Sono secoli che esistono società nelle quali scrittori, musicisti e pittori sono obbligati a sottostare alle regole ferree della censura; nel regime sovietico, in quello nazista, durante il maccartismo, nell’Italia del Cinquecento, nella Cina contemporanea, nella Russia di Putin, il numero di persone convinte che qualcuno potesse, o possa, alzarsi in piedi e raccontare la propria versione dei fatti era, ed è, esiguo. Nell’arte si sono visti, di volta in volta, una forza capace di corrompere la sanità psicologica della gioventù, una minaccia contro i valori del popolo, un sostegno alle forze reazionarie, un attacco pericoloso alla morale (specialmente quella delle donne), un dito puntato contro la bellezza del libero mercato. Quando in Unione Sovietica gli scrittori non rappresentavano in modo corretto gli operai (buoni) e i borghesi (cattivi) finivano in tribunale, venivano processati e poi condannati al silenzio. Di “Vita e destino” di Grossman, i solerti minions di regime, un folto esercito di volenterosi impiegati, erano arrivati a distruggere perfino il nastro della macchina da scrivere che era stata usata per scriverlo, nel timore che dalle incerte tracce lasciate su quel nastro colorato fosse possibile ricostruire parti di un romanzo che, evidentemente, rappresentava un pericolo per l’impianto di quella società. Nei tribunali, sfilavano questi scrittori che cercavano di spiegare – inutilmente, viste poi le condanne – che la letteratura non ha il compito di indicare la soluzione, ma di rappresentare, cioè di mettere in scena, dei problemi.

Ripeto: non credo che esista un principio grazie al quale un artista possiede un diritto speciale che gli consente di dire quello che vuole. Nel confronto tra un regime e un artista, ci sono due visioni diverse di cosa sia una comunità, di come debba essere tutelata, protetta, provocata o stimolata, arricchita, amata e sebbene io tifi per il secondo dei due contendenti, so che il primo riscuote da sempre un grande, irresistibile ascendente su tante persone. Quando in Inghilterra erano scoppiati disordini per questioni razziali, una quindicina di anni fa, e i manifestanti mettevano a soqquadro le città, impuniti, il governo Cinese ci tenne a sottolineare che quelle erano le conseguenze nefaste della rinuncia dello Stato a compiere il suo dovere di regolare, e quindi proteggere, le vite dei cittadini.

Ma c’è un dato oggettivo: la letteratura al servizio delle idee, e l’arte regolamentata da uno stato, da una religione, da un movimento politico, non servono a niente e non valgono niente. Se all’arte viene tolta la possibilità di rappresentare la complessità umana che sfugge alle regole del bon ton, del buon gusto, della morale, della giustizia, della civiltà, non rimane nulla che valga la pena di conservare. I romanzi sovietici in cui un proletario, buono, subiva le angherie del borghese, cattivo, ma poi trova la forza di ribellarsi, così pieni di giustizia, decoro, senso civico, rispetto per i valori imperanti, sono spariti perché inutili; i quadri tedeschi degli anni Trenta dove corpi giovani, scultorei e asessuati mostravano la bellezza presunta di una razza non hanno lasciato alcun segno. Il motivo non è che non sono più allineati con le idee che sono venute dopo: il punto è che gli ingredienti delle opere d’arte non hanno nulla a che fare con i grandi ideali del momento.

Un buon romanzo non educa il lettore, non cerca di convincerlo, attraverso un esempio correttamente costruito, che la particolare virtù del momento – l’appartenenza a una razza, il riscatto del proletariato, l’anticomunismo e l’antifascismo, la moderazione sessuale, l’ortodossia sentimentale, la devozione ai santi, alla patria, al sacramento del matrimonio, la benevolenza verso il prossimo, il rispetto delle minoranze – è davvero quella giusta: esistono i catechismi, i saggi, i pamphlet, i sermoni, i discorsi, i giornali, le prigioni e le torture, per raggiungere questi risultati. Il romanzo racconta un caso particolare, non la storia di una massa in movimento; il moto eccentrico di una persona e non l’ordinata processione del popolo ben educato; rappresenta, attraverso l’armonia e la dissonanza, e per mezzo di simmetrie, strutture e artifici, il mistero dell’essere umano al di là del mondo particolare in cui si trova, per puro caso, a vivere. Un romanzo mette in scena l’evento traumatico, la tragedia di un individuo, il desiderio oscuro al quale non sappiamo dare il nome, la complessità inesprimibile; non separa il bene dal male, ma cerca uno nell’altro; esplora i territori del diavolo, quelli che stanno ai margini di ciò che sappiamo di noi stessi; non spiega il mondo che conosciamo né tenta di descrivere come dovrebbe essere. Un romanzo è ortogonale alla morale, alla politica, alla religione, alla psicologia, all’economia, e ha la stessa loro dignità. Assomiglia più al canto folle di un profeta fuori di testa che vive in una grotta che a un discorso di Breznev al PCUS; più alla cantilena di un bambino mezzo addormentato portato in braccio da sua madre in mezzo alla foresta che all’enciclica di un papa.

L’arte non ha un diritto universalmente riconosciuto di dire quello che vuole; se però non lo può fare, se deve conformarsi alle regole del suo tempo, semplicemente non esiste più: è altro, un surrogato che condivide alcune espressioni esteriori dell’arte vera, ma che non serve a niente, non ha alcun valore, non ci dice nulla che già non sapevamo. Ulisse fa mangiare i genitali ai Proci, Otello uccide Desdemona perché crede che lei lo tradisca, Emma si mangia due cucchiate di arsenico perché non sa come pagare i debiti fatti per assecondare i suoi desideri adulterini, nei romanzi di Roth qualche volta le donne non sono trattate nel modo giusto, nelle favole i principi baciano ragazze addormentate, Humbert Humbert si innamora perdutamente di una bambina di dodici anni, il personaggio principale di Nexus di Henry Miller piscia dentro a una donna mentre la sodomizza; e poi ci sono le opere sovietiche, quelle naziste, quelle moralmente corrette, quelle che parlavano bene di Ceausescu, di Mussolini, di Fidel Castro, storie di donne virtuose, di patrioti coraggiosi, di eroi e benefattori, dei quali non ce ne frega nulla. Tutti i regimi aspirano a cancellare le espressioni dissonanti – Sartre voleva condannare Céline e i suoi libri all’oblio, i tedeschi bruciavano libri, e la Chiesa Giordano Bruno – e tanti aspirano a voler imporre il regime delle idee in cui credono. Ma il mondo ha bisogno del particolare sguardo che l’arte rivolge all’essere umano; pertanto, il mondo ha bisogno che chi crede nell’arte si batta con tutte le forze affinché questa possa rimanere libera.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Concetta Colonna ha detto:

    Non sono certa di aver capito bene: l’arte non è libera perché non le viene permesso di esserlo o perché non può esserlo per sua stessa natura?
    Gli esempi che hai portato su Celine, Nabokof e tanti altri le cui operr sono state avversate non vuol forse dire che l’artista ha il diritto di dire quello che vuole?

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    1. Paolo Zardi ha detto:

      Il mio punto di vista è che non esiste un “diritto dell’artista a dire quello che vuole”. Se una comunità di persone sostiene che l’arte debba perseguire scopi “socialmente utili”, chi scrive e chi produce arte in generale non può appellarsi a una qualche forma di giustizia superiore che sancisce che, una volta che uno si definisce artista, può violare le regole. Sono, mio malgrado, un relativista morale.
      Ma il punto è che, ogni volta che si toglie la libertà all’arte, l’arte non esiste più. Non posso obbligare qualcuno ad amarmi; ma se ci riesco, quello non è più amore. Non posso piegare l’arte a scopi diversi da quelli che le sono propri; ma se ci riesco, allora quella non è più arte – gli ho tolto l’ingrediente principale. In altre parole, esistono solo artisti liberi. Poi, ogni società ha il diritto di decidere se vuole avere artisti o impiegati, e ogni essere umano ha il diritto di lottare per una società libera dove l’arte esista (io mi considero tra quelli).

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