L’amuleto, di Eleonora Villa

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Questo blog, che è rimasto silente per diversi mesi – una quiete interrotta qua e là da interventi estemporanei -, prova a ripartire e lo fa con un racconto di Eleonora Villa, autrice lombarda. La sua lunghezza non è quella che tipicamente viene imposta ai racconti on line; ma a forza di ridurre la considerazione che si ha dei lettori, della loro capacità di leggere un testo, rischiamo di arrivare a una letteratura in formato tweet. Ogni storia ha una sua lunghezza congenita, strutturale. In Amadeus, il film di Milos Forman, Giuseppe II criticava Mozart dicendogli che nelle sue opere “ci sono… troppe note!” al che Mozart rispondeva “se Vostra Altezza vorrà indicarmi quali sono di troppo, sarò ben lieto di toglierle”. Nel caso di questo racconto, non ci sono troppe parole: ci sono quelle giuste, quelle che ci devono essere.
Quindi: ringrazio l’autrice per aver accettato questa proposta di pubblicazione, vi auguro buona lettura e vediamo se riesco a rimettere in moto questo blog!

L’amuleto, di Eleonora Villa

Lui è calvo, fa il parrucchiere da vent’ anni ed è solo da quattro.
Maria se ne è andata un martedì di giugno; era rientrato dal salone poco prima dell’ora di cena e aveva trovato un biglietto in cucina: Maria non lo amava più.
Era andato in quella che, fino a qualche ora prima, era stata la loro camera da letto, si era tolto la maglietta nera sporca di tinta per i capelli e la aveva gettata sulla poltrona. Si era messo seduto per terra; si era guardato le mani e, dal freddo del pavimento grigio, si era guardato intorno: le persiane erano ancora chiuse e una luce gialla stampava linee geometriche nella stanza. Si era rannicchiato all’interno di un trapezio, stando attendo a non toccarne i lati; Maria lo derideva sempre per questo, gli diceva che era pazzo, Mi fai venire il mal di testa, gli diceva, vedendolo spegnere e riaccendere la luce per tre volte di fila prima di dormire.
Ora, da lì, lui poteva vedere il comodino di Maria, aveva lasciato tutto: si era portata via solo alcune pagine del libro di Montale, quello che apriva la mattina a caso per leggere una poesia prima di alzarsi; lui la ascoltava, ancora con gli occhi chiusi; non appena lei si era zittita, lui le chiedeva il numero di pagina, faceva un rapido calcolo a mente e, se la risposta era un numero pari, la pregava, con cortesia, di rifare tutto.
Aveva dieci anni quando la sua gemella era morta, schiacciata dal vecchio cancello automatico della casa dei nonni: avevano preso le biciclette, verde la sua, rossa quella di Sara -Sarah, come scriveva lui; cinque lettere, una muta che riequilibrava il destino-; avevano percorso il vialetto in porfido che dal garage attraversava il giardino costeggiando la casa: si erano fermati a pochi metri dal cancello e lui aveva premuto il bottone del telecomando; glielo aveva detto, a Sara, di aspettare, di lasciare che il cancello si aprisse del tutto, Conta fino a diciannove e poi parti, le aveva detto; ma Sara aveva indugiato, era arrivata troppo tardi, forse sul ventidue o, magari, sul ventisei, e di lei gli rimaneva solo una scarpa da tennis bianca numero trentaquattro, che lui aveva raccolto quando tutti se ne erano andati con l’ambulanza, quando lo avevano lasciato lì, solo, con il telecomando in mano e il cancello bloccato. Non aveva pianto; aveva misurato con i piedi la pozza del sangue di Sara che riempiva le fughe tra un pezzetto di porfido e l’altro. Era lunga otto sassi: non avrebbe più rivisto Sara.
Sarah era stato il suo primo tatuaggio, l’unico fatto singolo; da lì in poi, ne avrebbe fatti sempre due per volta, uno per lato del corpo, in sessioni lunghissime di disegno e di colore.
Quella mattina, quella del giorno in cui Maria se ne è andata, il tatuatore aveva avuto un contrattempo a metà seduta: gli era suonato il telefono e lui aveva sentito la sua voce alzarsi di tono, farsi concitata; aveva sperato che non fosse nulla di grave, lo aveva guardato parlare al telefono, aveva cercato di leggere sul suo volto, che si faceva rosso e poi bianco, la speranza che non lo avrebbe abbandonato lì, con il lavoro a metà; aveva pensato, mentre vedeva il tatuatore appoggiarsi al muro, la voce ormai rotta, che avrebbe potuto chiedergli di fargli almeno un piccolo segno sul braccio che mancava, anche un piccolo puntino, una piccola croce, che non gli sarebbe importato se per l’agitazione sarebbe venuto storto o tremolante, lo avrebbero sistemato poi, con calma, quando il tatuatore avesse risolto il contrattempo che lo rendeva bianco in volto e rotto nella voce. Ma il tatuatore lo aveva lasciato lì, solo; e, ora, lui, seduto sul freddo del pavimento della camera da letto nella luce gialla della sera, guardandosi il braccio sinistro fasciato con la pellicola trasparente e quello destro libero, non aveva potuto che pensare che Maria non sarebbe più tornata.

Sono passati quattro anni, lui ne ha trentasette, ha le braccia e la schiena tutte tatuate e gli manca ancora molto Maria. Ha cambiato salone, ha ceduto le quote al suo socio e ha trovato lavoro come dipendente in un piccolo salone del centro, frequentato dalle signore vecchie; alla mattina prepara i tubetti, sempre gli stessi, Biondo Platino 10.1, e li usa per tutte, le rende tutte uguali. Loro, all’inizio, lo guardavano con diffidenza, per via dei tatuaggi o, forse, per il suo stare sempre in silenzio; poi, si sono abituate. Si sono abituate anche alla musica strana che mette; è veloce, preciso nel rispettare gli orari degli appuntamenti e molto pulito. La sua timidezza, hanno notato, si fa meno cupa quando arrivano accompagnate dalle badanti o dalle nipoti; lì, sempre con delicatezza, accenna un sorriso, appoggia la spazzola e il phon sul carrellino che ha sempre al suo fianco, si pulisce le mani nella salvietta e offre un caffè e una rivista. Emma la ha conosciuta così; aveva accompagnato la zia a fare la piega, non era un lavoro lungo e, poiché fuori faceva molto caldo, aveva accettato un bicchiere di tè freddo e il giornale, e si era accomodata sul divano in velluto rosso che era alle spalle delle postazioni. Si era accorta che lui, tra un colpo di phon e l’altro, la guardava nello specchio; le guardava le gambe, le guardava i piedi dentro i sandali: il destro era più sottile, e lui pensava, mentre scioglieva i bigodini dalla testa della zia di Emma, che tutti abbiamo un lato del corpo più sottile; lei aveva il destro, a sinistra c’è il cuore e forse, a Emma, il cuore pesava molto.
Aveva visto i piedi di Emma piccoli e bianchi; erano esili, con le dita lunghe un po’ incurvate, le prime tre che guardavano all’interno, le altre due volte verso le prime a definire le scarpe che era solita indossare: scarpe scomode, strette, fatte per piacere più agli altri che a se stessa; le unghie erano squadrate, smaltate di bianco. Aveva pensato che gli mancava il piede di Maria, mentre Emma, che si era accorta degli occhi che la fissavano, che le fissavano i piedi, sorridendo imbarazzata, li aveva nascosti sotto il divano. Sapeva, Emma, di avere i piedi belli, erano il suo cruccio, e aveva pensato che gli sguardi di lui fossero come quelli degli altri uomini, come quelli di quel tipo con cui era uscita per un paio di mesi, quello che si arrabbiava se lei non metteva lo smalto, che le aveva dato una sberla una volta che lei non lo aveva assecondato nell’indossare le Superga senza le calze; i suoi piedi dovevano puzzare, solo quello le chiedeva, e le diceva sempre, dopo averla baciata, che avrebbe voluto che i suoi baci avessero avuto il sapore della suola cotta delle scarpe da tennis.
Emma lo aveva guardato da sopra la rivista, lo aveva visto spegnere il phon sempre nello stesso modo; pigiava il bottone, aspettava qualche secondo e lo pigiava di nuovo per tre volte di fila; lo aveva visto arrotolare e rilasciare la spazzola sempre con lo stesso numero di colpi a prescindere dalla lunghezza delle ciocche; lo aveva visto mentre controllava da dietro, nello specchio, la simmetricità del taglio, ché non era mai soddisfatto e dava sempre un colpo di forbici finale.
Il suo essere così regolare, così calmo e preciso, la rassicurava; le faceva venire quella tenerezza inspiegabile che avrebbe voluto abbracciarlo e proteggerlo, quella tenerezza strana che provava per alcune persone sconosciute, come il fattorino della pizzeria nella galleria del centro: gli apriva la porta e vedeva la sua maglia sporca di pomodoro tirata su una pancia fuori misura; le porgeva il cartone della pizza, le diceva il conto e Emma non riusciva a non guardare quella pancia tonda col sugo; se lo immaginava tornare a casa e, puzzolente di fritto, farsi una doccia; non avrebbe mangiato, forse perché dopo ore in una pizzeria non avrebbe avuto voglia di sentire di nuovo certi odori, avrebbe solo aperto una birra fresca, si sarebbe messo sul divano, avrebbe preso il telefonino e avrebbe guardato in Facebook lei, la sua amica, quella che lui avrebbe voluto fosse la sua donna, la sua innamorata, e sul divano avrebbe pensato di scriverle un messaggio, di chiederle se le andava di andare al cinema, avrebbero potuto mangiare qualcosa prima, lì, sì che lui avrebbe potuto mangiare, sentire di nuovo gli odori; poi, il telefono gli sarebbe caduto e lui, piegandosi, avrebbe sentito la pancia prendere di nuovo corpo, come un essere a lui estraneo, separato, come non fosse lui stesso la pancia o la pancia lui, avrebbe raccolto il telefono, lo avrebbe posato sul tavolino di fronte al divano e si sarebbe addormentato così, vuoto e grasso. Ogni venerdì sera, anche se non aveva fame, Emma ordinava la cena in quella pizzeria fuori mano che la pizza arrivava già fredda; la ordinava per vedere lui, per poter guardare la sua pancia farle tenerezza e ridare, a lui, quella tenerezza con uno sguardo, sperando, ogni venerdì, di leggerci indietro la consapevolezza di un messaggio finalmente mandato.
Emma aveva riaccompagnato la zia da lui, il parrucchiere, ogni settimana, ogni sabato pomeriggio; il venerdì sera ordinava la pizza e il sabato andava al salone, viveva un flusso continuo di tenerezza, si chiedeva come mai la cercasse, come mai le piacesse questo suo sentire che, altre volte, come nel caso dell’uomo delle scarpe da tennis, la aveva messa in difficoltà, le aveva portato del dolore, aprendo le sue difese e lasciandola nuda; si chiedeva se fosse un modo per sentirsi pulita, per assolversi, per dire agli altri che lei c’era e che ne valeva la pena; o, forse, se fosse solo lei a essere fatta così, a vivere di briciole spostate nel piatto a destra e a sinistra e di sentimenti a bocconi presi dove poteva, come poteva.

È di nuovo estate quando lui, il parrucchiere, con il conto, le dà un foglietto con il suo numero di telefono: Scrivmi se ti va; lei lo legge, sorride a quell’errore, ci immagina l’emozione di lui, il tentennamento, ci immagina il pensarci a lungo e poi l’agire di istinto, prima di cambiare idea; mette il foglietto in tasca e gli sorride. Torna a casa e ci pensa: non è convinta, qualcosa le dice che lui non le piace, che non le piace abbastanza da uscirci; un conto è la tenerezza, un conto fare un passo verso qualcosa che sa benissimo che fine abbia. Ci riflette qualche giorno e ne parla con le sue amiche che le dicono che è la solita sofistica, che dovrebbe provarci, Cosa ne sai mai, le dicono, magari funziona o magari no, magari non ti vuole nemmeno chiedere di uscire, scrivi, Emma; e lei scrive.
Lui, il parrucchiere, sente il suono della notifica della chat, guarda l’ora e va in camera, si siede sul pavimento freddo e si mette a contare a bassa voce; non appena vede il numero dei minuti sull’orologio scattare, legge. Guarda il comodino, il libro di Montale, vuoto e storto, la plastica bianca del tubetto della crema delle mani ormai ingiallita, l’elastico per i capelli e la polvere che copre le impronte. Si spoglia della maglietta per passarsi il dito sui colori, sui bordi ormai indefiniti dei disegni, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti; si ripassa come se leggesse un libro per ciechi, come se volesse impararsi, come se in quei disegni che ha sul corpo ci fosse la via di fuga; ogni tanto si ferma a metà del percorso, esita, chiude gli occhi e prova a fare un giro diverso, a cambiare direzione al dito, magari: avanti e indietro, avanti e indietro, destra e sinistra; sente che in quel destra e sinistra c’è tutto il suo vivere, c’è Sara, senza la acca, c’è Maria, con tutte le poesie di Montale, ci sono le persone che non lo hanno lasciato solo, là, davanti a quel cancello, a quella macchia scura, a misurarla con il numero dei suoi passi.
Avanti e indietro, avanti e indietro; avanti.
Ciao Emma, le risponde, ci vediamo?
Avanti e indietro, avanti e indietro; avanti.
La prima volta che verrai da me, pioverà; toglierai le scarpe appena entrata, le asciugherai con un fazzoletto di carta; Sono nuove, dirai, le ho prese apposta per te, e mi guarderai arrossendo; poi ti avvicinerai, piegherai la testa di lato e mi sorriderai.
Ti siederai sul divano, nasconderai i piedi sotto le gambe, le coprirai con la gonna lunga a fiorellini, lisciando bene il tessuto. Saranno piccoli i fiorellini, io non riuscirò a contarli, Emma. Come faremo ora, Emma, se non potrò contare i fiorellini?
Dovrò contare i bicchieri di vino, Emma, avresti dovuto scegliere i fiorellini più grandi, non è colpa mia, Emma, i fiorellini sono piccoli, non li posso contare, dovrò contare le gocce, Emma, se non posso contare i fiorellini, e poi come ti lisci la gonna, Emma, fai avanti e indietro, avanti e indietro, manca un avanti, Emma, vedi che non è colpa mia, Emma, smettila, bevi bene, Emma, non così, Emma, stai attenta, Emma, per favore, ché non posso contare i fiorellini, smetti, Emma, fai la brava; dovrò contare le ore, Emma, passeranno tre ore e tre minuti, o forse dovrò contare i minuti, mentre tu mi parli, mentre mi chiedi di cambiare musica, mentre mi dici che ti gira la testa, che non ti senti bene, che forse hai bevuto troppo, che il vino era strano, che hai bisogno di stenderti. Io dovrò contare e poi aprirai gli occhi. A destra, verso il muro grigio, la luce filtrerà gialla dalle feritoie delle persiane. A sinistra, una luce rossa blu bianca, diffusa dal palo da barbiere appoggiato ai piedi del letto, muoverà l’anta chiara dell’armadio e la polvere sul comodino.
Nella stanza, un fastidioso odore di alcool puro e cloroformio; le lenzuola, bianche, saranno pesanti. Il cerchio alla testa ti obbligherà a tenere gli occhi socchiusi e un conato di vomito ti farà scattare in avanti; sarai bloccata e rimbalzerai all’indietro.
Girerai la testa di lato, in cerca di aria; ammucchiati, in disordine sul pavimento, vedrai i tuoi vestiti, la gonna la avrò nascosta, non vedrò più i fiorellini, il fastidio che mi danno: ti avrò legata, Emma, avvolta in fasce strette -saranno dispari le fasce, tutta della stessa misura-, le sentirai sul corpo come una neonata. Al piede destro avrai ancora la scarpa, un sandalo nero col tacco alto e stretto e la punta aperta a far intravvedere l’alluce e le prime due dita con lo smalto, bianco.
Entrerò, mi avvicinerò a te; sul braccio destro, vedrai il tatuaggio di zucchero: una donna in bianco e nero; ha i capelli lunghi; solo gli occhi sono colorati, verdi e cerchiati di nero. I tratti del disegno saranno ancora definiti e l’inchiostro sarà denso. Appoggerò sul letto un vassoio e l’aroma del caffè ti entrerà dentro, ti farà respirare.
Per un attimo il tuo viso si farà meno teso, gli occhi meno confusi; sarà solo un attimo, ché un conato di vomito avrà di nuovo il sopravvento: avrai visto, di fianco alla tazza di ceramica, grigia e sbeccata, il mio rasoio; è del tipo a mano libera, un mezza lama; la manicatura verde scuro sarà semi-aperta e ti mostrerà l’acciaio inossidabile nuovo. Alzerai la testa, mi guarderai: io sarò già rasato. Forse capirai, io lascerò che i tuoi occhi si abituino alla luce, alla vista dell’acciaio; vorrò che tu sarai calma, che sarai arresa: i tuoi muscoli mi serviranno rilassati, i nervi sciolti. Ti leggerò una poesia in cui avremo sceso milioni di scale, te la leggerò tre volte; Ti piace?, ti chiederò, te lo chiederò tre volte.
Il sinistro lo metterò sul suo comodino; il destro, quello più sottile, vicino a tre bottiglie di Jack Daniel’s vuote. Alla fine di Paranoid Android lo confronterò e deciderò. Lo porterò in cantina, lo bacerò, gli farò calzare il sandalo bianco, ti dirò: Ti piace?; tu sarai sdraiata sul tavolo in marmo, mi guarderai, Mancano solo gli occhi, verdi e cerchiati, ti dirò baciando le orbite vuote, e poi sarai tornata, Maria.


Eleonora Villa, l’autrice del racconto

Eleonora Villa nasce a Seregno, in Brianza, nell’Agosto del 1973, ma da sempre ama solo l’autunno Da bambina scrive poesie e viene segnalata in alcuni concorsi a livello nazionale; poi, si innamora del rigore e della matematica.
Si laurea in Economia dei mercati finanziari in Bocconi e lavora in banche d’affari tra Milano, Londra e Parigi per più di quindici anni.
Lasciata la finanza, riprende la passione per le parole. Una sua poesia è stata recentemente pubblicata da Crack Rivista. Ha paura dei pesci e delle farfalle, fa sortilegi e raccoglie vite e bulloni per strada.

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