Feriae Augusti

il

Killing me softly

Venticinque anni fa, il giorno di ferragosto, svolgevo il servizio di piantone in caserma, cioè dovevo pulire le camere e i bagni e spazzare le stradine che univano i diversi edifici di quel complesso grande come un paese, in un silenzio irreale perché erano andati tutti a casa – era festivo ed era giovedì e con una licenza di una giornata lo si poteva unire al fine settimana successivo, mentre io, che ero arrivato alla mia destinazione finale da una decina di giorni. scontavo il fatto che ero una burba, come si diceva allora, e che quindi toccava a me rimanere a fare il piantone, quel giorno.

A me, a dire il vero, non era dispiaciuto affatto rimanere là a fare il piantone, perché a casa non c’era che mio fratello, che aveva la sua vita complicata da portare avanti, e forse non c’era nemmeno lui, perché ogni tanto andava a trovare i miei a Grado; con la caserma svuotata potevo fare un po’ quello che mi pareva, e infatti nel pomeriggio mi ero seduto sulle scale antincendio che si affacciavano dalle camere verso le stalle dei cavalli e mi ero messo a leggere “La famiglia Winshaw” di Jonathan Coe, proprio nel periodo in cui stavo provando a superare i thriller di Follett e Forsyth per tornare a leggere cose “importanti” come facevo da ragazzo. Le stanze erano impregnate di Vape, che andava tutto l’anno, senza interruzioni, per via dei cavalli, e alla radio qualcuno ascoltava “Killing me softly” nella versione dei Fugees e ogni volta che la sento non posso non pensare a me seduto sulle scale antincendio con un libro in mano, la scopa accanto, la bustina in testa, sotto un sole ancora caldo.

Mancavano più di dieci mesi alla fine di quel periodo, che è stato senza dubbio uno dei periodi più inutili della mia vita – anzi, fu senza dubbio il periodo più inutile della mia vita, e soprattutto il periodo inutile più lungo della mia vita, non me ne vengono in mente altri di periodi così irrimediabilmente inutili e così inesorabilmente lunghi. Il motivo per cui ero là è che al centro di quella caserma c’era un ufficio nel quale si davano il cambio otto specialisti, credo ufficiali ben addestrati che svolgevano un compito di sicurezza nazionale – era otto in tutto, su turni da otto ore – ma poiché dovevano mangiare avevano fatto le cucine e ci avevamo messo dentro dei cuochi e delle reclute che aiutavano a lavare i piatti e le pentole, a pelare le patate e a servire ai tavoli, e, dal momento che queste persone dormivano là dentro, avevano dovuto prendere altre reclute che si occupassero di lavare le camere e i cessi e le docce, e poi altre reclute e sottoufficiali che guidavano i pullman per portare questa gente, e poi meccanici che riparavano i pullman, e un’infermeria per curare i malanni che tutte queste persone potevano avere, e poi ufficiali, sottufficiali e reclute che gestissero tutto questo avvicendamento di reclute e sottufficiali e ufficiali (io mi occupavo di quello, tranne quando toccava a me fare il piantone), e soldati armati che facessero la guardia a tutte queste persone, per evitare che qualcuno entrasse ma anche che qualcuno uscisse da là, a dire il vero – e quindi avevano dovuto prendere altri cuochi, altri autisti, altri meccanici, e perfino altri infermieri, che spesso erano dei veterinari, e altri addetti alle pulizie, e non saprei dire cosa fermò, a un certo punto, quella crescita che, potenzialmente, poteva essere illimitata, fino a coinvolgere la popolazione di tutta la nazione.

Mi laureai e il giorno dopo, al rientro in caserma, piansi di disperazione: volevo iniziare a vivere e invece dovevo passare tutto il mio tempo a organizzare i turni dei piantoni, i turni delle guardie, i turni delle commissione mensa, e le firme per le licenze e i permessi.
Una mattina ho dovuto aprire l’armadietto di un soldato che era morto tornando a casa, tirato sotto da una macchina, un ragazzo che giocava a rugby, alto e allegro – dovevamo restituire i suoi effetti personal al padre che era venuto a ritirarli, e quello fu il giorno più brutto di tutti.
Un’altra volta ho girato per una buona mezz’ora attaccato al camion delle immondizie, appoggiato al predellino posteriore, come avevo sognato di fare quando ero bambino.
Ho pure partecipato a due processi – nel primo ero l’avvocato difensore di un certo Omar che era accusato di aver fumato la droga, o di aver scavalcato il muro di cinta per andare a trovare la sua ragazza, o di entrambe le cose..
Sono sopravvissuto a quella noia senza fine. Però ricordo ancora con un languorino il giorno di ferragosto in cui ho fatto il piantone, con le camere che puzzavano di Vape, i cavalli oltre la staccionata, gli allevamenti di polli della famiglia Winshaw, e “Killing me softly” che qualcuno ascoltava da qualche parte, e le reclute che tornavano in caserma proprio a quest’ora, dopo le undici di sera, mentre io segnavo i nomi all’entrata del nostro palazzo, giusto venticinque anni fa. 

La salita

Trentacinque anni fa, in agosto, quando ne avevo compiuti da poco sedici, io e il mio amico Alessio eravamo partiti con lo zaino e il sacco a pelo da Lorenzago di Cadore, con l’intenzione di arrivare a Sant’Orsola, in Val dei Mocheni, dove i genitori di Alessio avevano una casa, poco sopra Pergine, e di fare quel viaggio a piedi, spostandoci di campeggio in campeggio, convinti di sapere già abbastanza cose della vita per riuscire in quell’impresa che nessun ragazzo della nostra età aveva mai tentato.

Facemmo spesso ricorso all’autostop, e ci tiravano su con una certa facilità, forse perché eravamo giovani e non avevamo l’aria di due balordi, e forse anche perché davamo l’impressione di essere due ragazzi che andavano in giro a fare arrampicate, e non due ragazzi di sedici anni che volevano andare a piedi da Lorenzago di Cadore fino a Sant’Orsola senza nessun motivo, un’esperienza che facevamo in vista di viaggi futuri ben più avventurosi – viaggi che poi, in effetti, sarebbero arrivati.
Un pomeriggio, mentre salivamo verso la Marmolada, lungo una strada assolata, caldissima, con degli zaini che sembravano di piombo sulle spalle, e affamati, perché non sapevamo bene cosa mangiare, e dove, durante quegli spostamenti, perché eravamo inesperti e non avevano capito che sotto il sole devi avere sempre una bottiglia di acqua, sułl’asfalto nero e rovente, in quel caldo che mi pareva il più intollerabile della mia vita, in quella fatica che aveva qualcosa di assoluto, una fatica insuperabile, passo dopo passo entravo in una nuova età, più piena, più complessa, talvolta più dolorosa ma piena di un vigore che prima non c’era stato.

In un campeggio ad Alleghe conoscemmo dei ragazzi e uno di lori mi disse che una ragazza che avevo conosciuto a tredici anni, proprio a Lorenzago di Cadore, era morta in un incidente in motorino. In qui giorni, poi, soffrivo per amore – un altro fronte sempre aperto. Ma tutto avea una fragranza da pane caldo appena sfornato. Ricordo una passeggiata dalle parti di Ora, una sera, camminando, io e Alessio, accanto a una piantagione di meli, nella penombra, e intanto parlavamo delle nostre vite. E tornato a casa, a Padova, prima di tornare in montagna dai miei, questa volta in treno, in quella caldissima serata d’agosto, nel silenzio della città abbandonata, sentivo di essere felice in un modo nuovo.

Qualche giorno dopo, alla Cooperativa di Cortina d’Ampezzo comprai L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Milan Kundera – era il 1986. Da là in poi niente sarebbe stato più lo stesso.

La piscina di Kafka

Il ferragosto più brutto della mia vita fu quello di ventidue anni fa, quando la notte mi svegliai con la precisa sensazione che fosse successa una catastrofe irreparabile, a qualche centinaio di chilometri da me: e sebbene quel tipo di catastrofi irreparabili riguardi, tipicamente, solo due persone, più una terza che funge da comparsa necessaria per lo svolgimento dei fatti ma che già nel medio periodo risulta irrilevante, mero strumento del fato, fu comunque una catastrofe, per me, una specie di schianto, come se l’aereo nel quale avevo volato per molti anni fosse precipitato in mare e io cercassi di uscire dalla carcassa in fiamme, provando a risalire fino alla superficie in cerca di un po’ di ossigeno – una metafora lunghissima e arzigogolata per raccontare il momento esatto in cui finisce una storia d’amore.

La mattina di quella domenica mi trascinai fino alla piscina Columbus, ad Abano Terme, portando con me “Il processo” di Kafka. Fu uno strazio. Il sole batteva come un fabbro sulla mia testa e io comunque non trovavo pace nemmeno all’ombra. Tanto per cambiare, in giro non c’era nessuno – e comunque non sono sicuro che avrei voluto vedere qualcuno, quel giorno. C’erano delle signore che prendevano il sole, delle mamme con i figli piccoli ricoperti di crema solare, qualche schiamazzo, qualche tuffo, e io, che rimanevo con la mia pena gigantesca addosso, avviluppata come una pianta rampicante; la lettura, che pure procedeva con enorme fatica, mi rendeva chiaro che quel libro parlava di me, di ciò che mi stava capitando.

Passai il pomeriggio a mandare messaggi senza risposta. La sera lei tornò, io andai a prenderla in stazione ed era già distante, da un’altra parte. Andammo a vedere i fuochi d’artificio in Prato della Valle, anche se ho ricordi vaghi delle ultime ore di quel ferragosto – forse non ci andammo neppure, e li guardammo da lontano, seduti in macchina: potrebbe essere vera qualsiasi ipotesi. Anch’io avevo scelto un’altra strada ma non ero ancora pronto a staccare gli ormeggi, a salpare verso una vita diversa. E c’era l’amor proprio a tormentarmi, e il senso di un’ingiustizia immeritata: qualcuno doveva avermi calunniato perché un giorno, senza che io avessi fatto nulla di male, venni condannato a quel dolore. Qualcosa si era lacerato, o si era richiuso dietro di me, quel ferragosto del 1999. Due giorni prima c’era stata un’eclissi di sole e già allora mi era sembrato un evento da considerare con la massima serietà. Il Paolo che era nato tredici anni prima, con lo zaino in spalle verso la Marmolada, quel ragazzo così impostato, che aspirava a un certo tipo di convenzionalità, stava facendo “ciao ciao” con la manina, se ne stava andando, moriva. Ecco i famosi cambi di paradigma, per dirla con Kuhn. Mi sarei dibattuto per due o tre mesi in quella specie di pantano; ma poi sarei rinato più “me stesso” di quanto fossi mai stato.

Pantalica

Nel luglio del di trentatré anni fa, due giorni dopo aver compiuto 18 anni, ero andato a Parigi con Alessio, all’andata in macchina con alcuni amici di mio fratello, e con mio fratello, ovviamente (li avremmo rivisti solo una volta, durante quella settimana francese – andammo a prenderli nell’appartamento di un certo Marcello e visitammo insieme i Bois de Boulogne, il parco del quale ricordo solo un uomo e una donna che si toglievano foglie di dosso mentre uscivano da un cespuglio dietro il quale si erano appena accoppiati, come in quel parco si usa fare da almeno cento anni, stando a quanto racconta Guy de Maupassant in due o tre suoi racconti), e al ritorno in treno, passando per la Svizzera, un po’ esausti, quasi sfiniti. Pranzavamo e cenavamo al McDonald, dove bevevamo solo birra, e alla pessima mensa universitaria della Citè Universitaire, dove dormivamo nella Maison de l’Asie du Sud Est, una palazzina a forma di pagoda cinese dove scoprii per la prima volta il profumo del riso basmati. Dieta insalubre, direi ora, perché negli ultimi giorni la mia pipì era diventata arancione.

Pochi giorni dopo il ritorno dalla Francia – erano già i primi di agosto – partii in treno per Siracusa, sotto un acquazzone estivo, diciotto ore di viaggio caldissimo. La distanza tra Parigi, dove mi ero stupito vedendo uomini di colore che facevano lavori come tutti gli altri – tanto arretrata era la provincia di Padova, allora! – e la Sicilia era di gran lunga superiore ai duemila e cinquecento chilometri di binari che li separavano. Vissi quattro giorni irreali, sempre in giro per la città, tra arancini e granite alla mandorla, camminando nelle stradine di Ortigia o sul lungo mare, io e la mia morosa ,che veniva a prendermi la mattina in albergo e tornava al suo paese la sera – non ebbi contatti con nessun altro, in quei giorni. Mi sentivo povero.

Ci tornai l’anno dopo, finita la maturità, dopo quindici giorni di Parigi con tutta la famiglia, e dormii a casa di suo nonno, in un letto piazzato in salotto, ospite ufficiale. Non capivo una parola, di quello che dicevano tutti quei parenti siciliani. Assaggiavo cose che non avevo mai mangiato, dicevo sempre “grazie”, chiedevo permesso per alzarmi da tavola e annuivo, sperando di non compromettermi troppo. A volte mi sentivo come Kafka quando andava fuori con i suoi amici e si sedeva in un angolo con il cappello sulle gambe e sorrideva a tutti, imbarazzato e silenzioso. Sentivo la mancanza di casa – ero giovane e il tempo mi sembrava non passare mai. Dipendevo in tutto da loro, dai suoi parenti, che erano gentilissimi e mi trattavano come se io avessi abitato sempre là, e non sapevano che mi mancava l’abitudine a essere trattato con tanto calore. Un pomeriggio – caldissimo, come tutti quei pomeriggi – comprai “L’espresso” e decisi, leggendo un articolo, che da grande mi sarei occupato di domotica. Intanto il nonno pelava fichi d’india asciugandosi gli occhi sempre umidi con il dorso della mano. Sopra la casa c’era una specie di terrazza dove andavo a prendere il sole dopo pranzo: come Benjamin Braddock, mi abbrustolivo in silenzio pensando al mio futuro, accanto a una distesa di pomodori messi ad essiccare; veniva a trovarmi quasi sempre una gatta secca, bianca e nera, il muso appuntito, con i capezzoli che le penzolavano sotto – da qualche parte aveva dei gattini che la stavano prosciugando. Ci facevamo compagnia.

Poi a ferragosto andammo in una casa in mezzo alle colline, a Sortino. Mi accolse un signore sulla settantina (ma forse era più giovane e io non sapevo fare i conti) che quando mi vide mi abbracciò e mi disse: “benvenuto, Paolo”. Era il padre del marito della figlia di una sorella della madre della mia ragazza, e sembrava che ci conoscessimo da sempre. Mi regalò dei peperoncini piccantissimo che aveva coltivato lui, perché sapeva che avevo questa passione. La zia Mimma cucinava la pasta, con la salsa che aveva preparato lei qualche giorno prima, in campagna; io, la mia morosa e sua cugina Silvana andavamo in giro a cercare, lungo i muretti delle stradine, i babusci, le piccole lumache che poi si mangiano (e che io, però, non ho mai mangiato) Trovammo anche una pianta di capperi. C’erano due bambini nati da poco, cugini tra di loro, i due Vincenzi, uno biondo e l’altro moro (ho visto le foto dei loro matrimoni, in questi ultimi due o tre anni), piccoli e vivaci nelle loro culle, che le zie facevano a gara per tenere in braccio. Verso le sei di sera arrivarono altri parenti più giovani, tirarono su un po’ di macchine e alcune moto, e andammo a Pantalica a vedere le grotte del paleolitico – case o tombe, non si era capito bene – che bucherellavano le pareti di una valle scavata da un torrente. Il sole aveva iniziato a scendere e l’aria si era rinfrescata. Sembrava di essere su una luna umida, verde, silenziosa e tutto era magico.

Tornammo alla casa sopra Sortino che era quasi buio, quasi freddo – il cielo aveva già iniziato a ricoprirsi di stelle. Sui tavoli preparati sotto il pergolato, metri quadri di focaccia – la faccia di vecchia, la chiamavano – e terrine di pipi rustuti, funghetti impanati, e sarzizze con il finocchietto appena tolte dalla brace, panini col sesamo… e mentre mangiavamo insieme, improvvisamente, mi resi conto che capivo tutto quello che si dicevano – i piciriddi che si arruspigghiavano, la machena ferma sulla chianata, u suli ca scennia dietro li monti! Talia, la luna!
Avevamo le facce rosse ed eravamo contenti – pure a me era venuto un sorriso finalmente sereno. Il mio primo ferragosto siciliano stava finendo e io ero appena diventato uno di loro.

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  1. Anna Quatraro ha detto:

    Bello! Scritto in modo molto intenso e “sentito”! Immagino tenessi dei diari per avere ricordi tanto vividi. Complimenti per la “pazienza” nel saper dosare i ricordi, e renderli tanto leggeri

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